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Calcio

Inter – Liverpool, quando l’epica rimonta si giocò anche sugli spalti

Nicola Raucci

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L’etimo delle parole rivela l’essenza del significato. E il sostantivo “tifo” deriva dal greco phos, “febbre”. Indica una passione assoluta. Quella identificazione irrazionale con i colori, la storia e l’identità della propria squadra. Un distillato di fatalismo e fanatismo in novanta minuti tra amore e sofferenza, menzogna e gioia. Chiunque sia mai entrato in uno stadio conosce l’importanza del tifo, in quanto elemento costitutivo dello spettacolo del calcio.

Siamo nel maggio del 1965, semifinali di Coppa dei Campioni. La sorte ha messo di fronte il Liverpool, alla sua prima partecipazione, e i detentori del titolo dell’Inter. Andata il 4 maggio in Inghilterra, ritorno il 12 in Italia.



La città del Merseyside vive un lungo periodo di crisi. Fabbriche chiuse, porto in declino e disoccupazione dilagante. Solo due grandi passioni: musica e calcio, ovvero Beatles e Liverpool F.C., società che vive una rinascita dopo anni bui. L’allenatore scozzese Bill Shankly prende la squadra nel 1959. In tre stagioni riporta i Reds in Prima Divisione e nel 1963-1964, dopo diciassette anni, conquista il sesto titolo di campione d’Inghilterra. Il Primo maggio 1965 arriva la prima FA Cup, a Wembley, davanti a 100mila spettatori. 2-1 ai supplementari al Leeds United. I tifosi del Liverpool giunti fino a Londra intonano You’ll Never Walk Alone, a sottolineare una fedeltà assoluta, che dal 1964 riecheggia nella Kop, la curva del tifo più acceso di Anfield.

Dall’altra parte ad attenderli c’è la Grande Inter, guidata dal Mago Helenio Herrera, campione d’Europa e del mondo in carica. Semplicemente la squadra più forte.

È il 4 maggio, Anfield Road. Negli occhi dei supporters dei Reds è ancora viva l’impresa di tre giorni prima. Le cronache parlano di 54.082 spettatori in uno stadio gremito letteralmente in ogni ordine di posto. I cancelli aprono alle 15, ben 4 ore e mezza prima dell’inizio della partita, fissato per le 19.30. Ma già alle 18 si registra il quasi del tutto esaurito. L’impressione è quella di una immensa marea umana pronta a riversarsi sul campo da un momento all’altro. Non ci sono protezioni o barriere, si gioca con le grida dei tifosi a distanza ravvicinata. I tifosi dell’Inter, giunti al seguito della squadra, rimangono attoniti di fronte a un tale spettacolo. Anche i giocatori nerazzurri, seppur campioni navigati, sentono una pressione mai provata. In quella che tuttora è considerata da molti supporters del Liverpool come la notte più bella della gloriosa storia di Anfield l’Inter, uscita dal tunnel, viene accolta con un ruggito tremendo dalla Kop. La partita è a senso unico. Al 4′ Hunt porta in vantaggio i Reds. Ad ogni singola azione il pubblico esplode in boati terrificanti. Un senso claustrofobico accerchia l’undici nerazzurro. Dopo l’illusorio 1-1 di Mazzola al 10′, il Liverpool domina e al 34′ arriva il 2-1 di Callaghan. Sugli spalti i cori sono senza sosta. Goal annullato ai Reds e tentativo di invasione sventato.

La pressione sul volto degli interisti si fa evidente. Nel secondo tempo dalle gradinate cresce l’invocazione del centravanti Ian St. John, The Saint, chiamato con il coro When the Saints go marching in. La risposta non si fa attendere molto, al 75′ arriva il suo definitivo 3-1. Sul finire della partita il pubblico scoppia in un fragoroso Go back to Italy. Insulti, derisione e disprezzo si riversano sugli italiani. I “suonatori di mandolino” devono tornarsene a casa: Anfield canta Go home Italians sulle note di Santa Lucia. Il grido di battaglia Ee-aye-addio, che aveva accompagnato il successo in FA Cup, segna la conclusione anche di questa storica impresa. I campioni del mondo sono stati sconfitti e umiliati. I tifosi della Beneamata escono dai cancelli a testa bassa, disciplinati e ordinati come lo sono stati per tutti i novanta minuti. In testa il frastuono e il desiderio di vendetta, non solo sul campo ma anche sugli spalti, dove il tifo della Kop si è rivelato un sostegno determinante per la squadra inglese.

Il ritorno sarà più di una partita di calcio tra Inter e Liverpool. È ormai una sfida tra città, capitali europee del tifo di quegli anni. È una battaglia tra popoli: gli inglesi, inventori del calcio, e gli italiani, dominatori del pallone.

Una settimana separa la disfatta dall’appuntamento con la storia. Herrera, rimasto impressionato in prima persona da Anfield, esorta i suoi tifosi ad una simile prova di fedeltà e fervore e chiama alle armi per la “partita dell’orgoglio”. Ha inizio la campagna “Grida per l’Inter” in cui ci si prepara ad un tifo ininterrotto, caloroso ed esplosivo. Lo scontro diventa totale e viene attuata una azione di discredito dell’immagine del Liverpool: i tifosi inglesi sono etichettati come dei “selvaggi ubriaconi” e i giocatori come dei “dopati”. La risata di reazione dei Reds all’arrivo a Linate nei confronti di una manifestazione di alcuni sostenitori dell’Inter non farà che caricare oltremisura l’ambiente, tanto da richiedere l’intervento del vicepresidente Peppino Prisco per calmare gli animi in vista del match.

Herrera è convinto di vincere, come Shankly è d’altronde sicuro di passare il turno. Il tecnico scozzese rincara però la dose screditando il gioco dell’Inter e sminuendo il tifo di San Siro. I Reds non saranno certo intimoriti dal tifo milanese avendo i supporters più caldi d’Inghilterra ed essendo usciti trionfatori dalla cathedral of football di Wembley. Ma la sera del 12 maggio la Scala del calcio è uno spettacolo di indicibile bellezza. Un catino che ribolle già da due ore prima del fischio di inizio.

Al momento dell’ispezione del campo, gli inesperti giocatori del Liverpool si presentano in abiti civili con le mani in tasca. Pochi secondi e ogni granello di sicurezza viene spazzato via dal rumore dello stadio. Alzato lo sguardo, la notte non ha più cielo. San Siro è una autentica bolgia tinta di nerazzurro. 90.000 spettatori, di cui 76.601 paganti per un incasso record di più di 162 milioni di lire, sembrano essere un’orda infinita di voci nascoste nelle tenebre della caligine creata dai fuochi d’artificio e dai razzi esplosi a intervalli regolari. Lo stadio è senza confini, il tifo è assordante. Gli unici volti visibili in quegli abissi sono carichi d’odio e ringhiano al di là delle inferiate a bordo campo. All’ingresso delle squadre le scintille dei fuochi d’artificio piovono sui giocatori. Razzi e fumogeni esplodono ovunque, sul campo come sulle gradinate. Enormi nuvole di fumo di diversi colori si sollevano e da ogni dove squillano trombe e sirene. I 90mila scandiscono a ritmo cadenzato “In-Ter, In-Ter”. È il segnale, sono le 21.15, si aprono le porte dell’inferno. Il Liverpool è disorientato e atterrito. Bastano nove minuti per annullare lo svantaggio iniziale. All’8′, una punizione “a foglia morta” di Mariolino Corso porta i nerazzurri in vantaggio e dopo solo un minuto Peiró sigla il 2-0 con un goal di rapina. I Reds provano a reagire ma i fischi ad ogni singolo pallone toccato sono incessanti.

Nel secondo tempo la Beneamata, spinta dai fragorosi cori di San Siro, riprende a giocare con più decisione. Al 62′, a conclusione di una azione da antologia, il tiro di Facchetti trafigge la rete: 3-0. Lo stadio scarica tutta la tensione accumulata in  uno spettacolo quasi terrificante che esplode in un tonante suono di urla, trombe e petardi. Al fischio finale si scatena il pandemonio e i falò sulle gradinate segnano l’approdo in finale in una esibizione di isteria di massa. L’impresa è compiuta, certo, ma bisogna ancora accompagnare gli inglesi verso la strada di casa nel modo giusto e così partono a sorpresa le note di When the Saints go marching in.

«Arrivati a San Siro consegnai allo speaker dello stadio un 33 giri: “When the Saints go marching in” di Louis Armstrong, l’avevamo nelle orecchie dall’andata. Gli dissi di farlo suonare alla fine, dopo la nostra vittoria. “Uè Mazzola, ma te se matt” mi rispose lui. Non ero matto, ci credevo. E non ho più rivisto quel disco». (Sandro Mazzola)

 

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Calcio

La partita nella piazza Rossa che decise il destino del calcio in Russia

Nicola Raucci

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Si stanno svolgendo i Mondiali di Russia 2018 nella terra che un tempo era in mano a Stalin. Ed è proprio lui che diede vitalità al calcio nella nazione oggi di Putin. Vi raccontiamo la storica partita nella Piazza Rossa.

Fiancheggiando in questo periodo il Cremlino in piazza Manežnaja, a 5 minuti dalla celebre piazza Rossa, si percorre la strada dei Mondiali: una pedana che si snoda lungo le rappresentazioni delle diverse città ospitanti. Ma proprio qui, nel cuore della Russia, il calcio, che ora viene atteso con crescente entusiasmo, ha giocato una partita decisiva.

Il futbol russo ha una storia contrastata. In epoca zarista è uno sport elitario. Snobbato dai nobili e non accessibile ai poveri, è prerogativa dei giovani borghesi. Sarà la Rivoluzione a favorirne la diffusione. Gli impianti sportivi, un tempo circoli esclusivi, vengono nazionalizzati diventando pertanto associazioni aperte a tutti. Negli anni ’20 ci si inizia ad interrogare sul valore politico dello sport nell’ideologia socialista. Il calcio è ormai popolare tra la gente comune, ma non è particolarmente apprezzato dalla classe dirigente che lo reputa diseducativo, borghese e straniero. Dopo il vano tentativo di riformarlo, il successo inarrestabile degli anni ’30 richiede una soluzione definitiva. Così è Iosif Stalin in persona a dover deciderne le sorti.

È il 6 luglio 1936, Giornata della Cultura Fisica. Introdotta nel 1931, consiste in una imponente serie di parate nelle maggiori città dell’URSS in cui le organizzazioni sportive danno prova di abilità e vigore. Una dimostrazione di forza e disciplina sovietica a livello nazionale e internazionale. La  cultura  fisica  va  ben  oltre  il  puro  esercizio, copre  questioni di  integrità e benessere  sociale,  spaziando  dalla  difesa  della  Patria  all’occupazione  lavorativa, dall’emancipazione al successo sportivo.

Sulla piazza Rossa di Mosca sfilano per rendere onore a Stalin, che osserva dall’alto del Mavzolej Lenina, i  più grandi atleti del Paese. Tra le associazioni presenti vi sono  anche  Spartak  e Dinamo. Società di calcio profondamente diverse, a partire dalle proprietà. Lo Spartak è la squadra del proletariato, finanziata dal sindacato Promkooperatsiia, mentre la Dinamo è controllata dal Commissariato del popolo per gli affari interni, il NKVD.

È il giorno in cui Stalin assisterà per la prima volta ad un incontro di calcio. L’audace idea è opera di Aleksandr Kosarev, segretario del Komsomol. Sostenitore di Nikolai Starostin, fondatore dello Spartak, è il patrono del club all’interno del Partito comunista sovietico. Lavrentij Berija, il presidente  onorario  della  Dinamo  e  capo  dei  servizi  segreti,  mosso  da  astio  personale  nei confronti dei fratelli Starostin,  si oppone. La Dinamo non  giocherà, come d’altronde le altre squadre. Troppo rischioso. Allora si opta per una soluzione alternativa: lo Spartak Mosca scenderà in campo in un match tra titolari e riserve.

Tutto è pronto. Kosarev prende posto vicino a Stalin, con un fazzoletto bianco che sventolerà al minimo cenno di noia del leader. La pavimentazione della piazza Rossa viene coperta da un gigantesco manto verde delle dimensioni di un campo da calcio, 12.000 m2  di feltro confezionato dagli operai tessili nei giorni precedenti. A bordo campo dieci mila persone. Un colpo d’occhio impressionante. Ai lati, le mura del Cremlino e la facciata del centro commerciale GUM decorata per l’occasione. Nelle curve, in lontananza, la magnificenza della Cattedrale di San Basilio e la maestosità del Museo statale di storia.

Partita di 30 minuti con due tempi da un quarto d’ora ciascuno. L’incontro è più una rappresentazione ideale della bellezza del calcio che una vera partita. Ci si gioca il futuro e non si può  rischiare di fallire.  L’intero evento viene supervisionato come un  avvincente spettacolo teatrale in una cornice unica. E Stalin apprezza, tanto da far protrarre il match per un totale di circa

43 minuti. Puro e sano agonismo, gioco entusiasmante e risultato combattuto: 4-3 per la prima squadra. Un autentico successo per il movimento calcistico in generale e per lo Spartak in modo particolare.

Pochi giorni dopo, l’11 luglio 1936, la Dinamo ottiene però la sua vendetta sconfiggendo 1-0 lo Spartak nella scontro decisivo che le garantisce il titolo della группа «А» di primavera, prima edizione del massimo campionato sovietico.

Sono le origini della storica rivalità tra le due compagini, nata nel cuore della capitale lo stesso giorno della sopravvivenza del calcio in Russia.

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Julian Nagelsmann, il ragazzo che è già uomo

Ettore zanca

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Quando diranno a vostro figlio che è ancora giovane, che se ha una passione prima o poi passerà, che crescendo si guasterà o si livellerà, cercate di non farvi prendere dalla paura del futuro. I talenti possono essere smussati, ma, come dice un mio amico che canta, dobbiamo cercare di non stroncare il Fabrizio De Andrè del 2026. Gli alibi dell’inesperienza, sono le vigliaccate che gli anziani, i senatori che hanno qualsiasi scranno, a volte cacciano fuori per paura. Paura che qualcuno che si affaccia al loro mondo possa sottrargli platea. Ecco che allora si tirano fuori alibi di titoli, ruoli, esperienze, mentre magari siamo di fronte ad un diamante grezzo e ci fottiamo di paura che brilli ovunque. Il ragazzo che vedete in foto si chiama Julian Nagelsmann, a ventuno anni giocava a calcio e voleva esordire tra i professionisti. Ma purtroppo una serie di problemi alla cartilagine delle ginocchia lo costringe al ritiro.

A quel punto il ragazzo forse si sarà sentito dire in famiglia “prenditi almeno un pezzo di carta, che non si sa mai”, si iscrive ad economia, ma dopo un po’ ha l’illuminazione, iscrivendosi a scienze motorie. Comincia ad accarezzare la carriera da allenatore, trovandosi nella situazione assurda di allenare a volte gente più vecchia di lui se non coetanea. La svolta nel 2016. Lui è allenatore delle giovanili nell’Hoffenheim, squadra che naviga pericolosamente al penultimo posto in classifica. Huub Stevens, che ne è l’allenatore, si ritira per problemi di salute. Perso per perso e per risparmiare qualcosa, decidono di dare un’opportunità al ragazzino, che di anni allora ne ha ventotto. Esatto. Ventotto. Il ragazzino però dopo le risatine iniziali di anziani della squadra, si fa capire e seguire. Risultato? Dal penultimo posto si sale alla salvezza. Potrebbe bastare così.

Ma il “ragazzino”, continua, con metodi di allenamento rivoluzionari, se la gioca anche nel campionato successivo. Ora, se guardate la rosa della squadra non è che trovate divinità della sfera scese in terra, ma semplici pedatori, ma l’orologio funziona talmente bene, che, udite, la squadra si qualifica ai preliminari di champions. Una bella favola, ma a volte si prova anche a macchiarla. I giornali si lanciarono a pesce nella polemica fomentata, quando Julian dichiarò che avrebbe voluto tanto allenare il Bayern, allora di Ancelotti. Fu lui stesso a smorzare tutto alla grande dicendo “non mi permetterei mai nemmeno lontanamente di dire che posso allenare la squadra al posto suo, ma che mi piacerebbe un giorno, siamo sinceri, ha più trofei lui in bacheca che mutande io nell’armadio”. E a proposito di mutande, diciamo che Julian non se l’è fatta per nulla sotto. E adesso se lo chiamano ragazzino, può rispondere molto chiaramente “ragazzino a chi?”. E gli anziani, con le loro belle targhe appese e il loro ruolo, se non sono disposti a farsi da parte, sentono brividi molto terreni, percorrere le loro schiene.

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Italia – Germania: una storia di calcio senza tempo

Luigi Pellicone

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Il 17 Giugno 1970 si giocava la Partita del Secolo tra Italia e Germania. Una sfida che nella storia ha segnato epoche diverse ma sempre con lo stesso ardore e rivalità.

Italia – Germania, la madre di tutte le partite. Da una parte, loro: freddi, determinati, metodici, disciplinati, organizzati, granitici, regolari, noiosi. Insomma, tedeschi. Non producono capolavori, ma solide certezze, sebbene si vestano in modo discutibile.

Dall’altra, noi: passionali, istrionici, creativi, fantasiosi, folli, istintivi, estrosi, eleganti. Italiani. Scintille di genio che si accendono  e producono cortocircuiti. Risultato: il sistema operativo teutonico in tilt. Si, perché loro spesso, sono  più forti. Noi, però, siamo sempre più bravi. Lo dice la storia. Ripercorriamola in quattro capitoli.

Capitolo I: La partita del secolo

Città del Messico, 17 giugno 1970. Semifinale di Coppa del Mondo. Stadio Azteca. Lì, c’è una targa. C’è scritto “qui si è giocata la partita del secolo”: lì Italia – Germania. 1-1 dopo i tempi regolamentari. Segna Boninsegna, pareggia Schnellinger al 92′.  Supplementari: Muller porta in vantaggio i tedeschi. Burgnich, che ancora oggi non sa cosa rispondere a chi gli chiede cosa facesse nell’area di rigore tedesca, pareggia al 98′. Sinistro di Riva, al 104′: 3-2 sembra fatta. Sembra, perché Rivera è troppo elegante per vestire la tuta di operaio: causa il 3-3 al 110′ “scansandosi” su un colpo di testa di Seeler. Si farà perdonare trenta secondi dopo, calciando il pallone del 4-3 nell’immediato capovolgimento di fronte. In finale, esausta, l’Italia perderà 4-1 contro un Brasile che avrebbe preso a pallonate anche i marziani.

Capitolo II: la notte di Madrid

Madrid, 11 luglio del 1982. Italia-Germania vale il titolo mondiale. L’Italia, sull’orlo di una guerra civile, si riscopre unita e Campione del Mondo. Primo tempo 0-0,  Cabrini sbaglia un rigore. Nella ripresa cross di Gentile ci arriva primo, come sempre, Paolo Rossi: 1-0. Il raddoppio è negli occhi e nella memoria di tutti gli italiani. Calcio, arte e pathos si fondono nell’esultanza di Marco Tardelli. L’Urlo. Roba da sindrome di Stendhal. Segna Altobelli: 3-0. Anche Breitner, ma chi se ne frega: 3-1. Una notte irripetibile: la voce di Nando Martellini vibra e penetra nel cuore di milioni di italiani “Campioni del Mondo”. “Campioni del Mondo”. “Campioni del Mondo”. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini dimentica il protocollo, esulta come un tifoso qualsiasi. Abbracciare e bacia tutti, gli resta solo la Regina di Spagna. Ci avrà pensato, poi ripensato e infine capito che non era il caso.

Intermezzo

Passano 24 anni. Siamo cresciuti fra i racconti, senza mai assaporare il gusto della vittoria. I nostri papà ci raccontano la notte di Madrid. I nonni, Italia Germania 4-3. Noi siamo la generazione mai una gioia in azzurro. Affolliamo l’angolo dei disillusi. Calci di rigore, golden gol, arbitri corrotti e biscotti scandinavi: Italia ’90, Usa ’94, Francia 1998,  Europei del 2000, Corea&Giappone 2002, Europei del 2004. Serve la Germania…

Capitolo III: Pizze a domicilio

Dortmund, 4 luglio 2006. Semifinale di Coppa del Mondo. Germania padrona di casa arrogante. Condisce la vigilia con gli stereotipi: italiani, mafia, pizze, spaghetti, mandolino e camerieri.  Il Westfalenstadion non è uno stadio. É una fortezza. Qui i tedeschi non hanno mai perso. Fino al 119′ di quella partita. Fino a che un perfetto sconosciuto, di nome Fabio e cognome Grosso, riceve un pallone da Pirlo. Da dentro l’area di rigore, calcia e chiude gli occhi: un sinistro e una preghiera. Il pallone bacia l’angolo opposto. Nessuno ha la forza di crederci. L’esultanza di Grosso è un remake dell’urlo di Tardelli. I tedeschi provano a rialzarsi, ma in contropiede, e come sennò, subiscono il colpo del KO firmato Alex Del Piero. In finale a Berlino, Cannavaro  che abbandona l’idea di presentarsi con due pizze in conferenza stampa, alzerà al cielo la quarta coppa del Mondo.

Capitolo 4: La caduta di Varsavia

L’ultimo atto si consuma all’Europeo: giovedì 28 giugno del 2012. Ancora una semifinale, questa volta dei campionati Europei. Ancora una volta Germania stra favorita. E ancora una volta accade l’impossibile. Balotelli indovina l’unica prestazione degna del suo talento negli ultimi otto anni e trascina gli azzurri in finale con una doppietta. Due gol in 30 minuti. Prima di testa, poi di destro. Ozil accorcia su rigore ma non c’è tempo. In Finale, una Italia stanca e provata, perderà 4-0 in finale con la Spagna. Una partita mai giocata.

Quinto Capitolo: I rigori ci fanno piangere

Allo Stade Matmut-Atlantique in occasione degli Europei di Francia 2016 l’Italia di Antonio Conte incontra la Germania del solito Loew ai quarti di finale. Sulla carta non c’è storia: gli azzurri sono un’Italietta, i tedeschi la solita corazzata. Reggiamo l’urto e fermiamo i tempi regolamentari e supplementari sull’ 1 a 1. Si va ai rigori: indimenticabile la minaccia di cucchiaio non fatto da Pellè e la rincorsa infinita di Zaza. Perdiamo 7 a 6 alla fine. Godono loro, questa volta.

Cinque capitoli, stessa trama: Germania e Italia non è una partita. É un poema grondante sudore, passione, poesia, forza, coraggio, sofferenza e lacrime. E spesso piangono i tedeschi.

 

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