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Indipendenti a chi? Il Barcellona, il referendum e il matrimonio combinato

Matteo di Medio

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Che i catalani non si sentano pienamente spagnoli lo sanno anche i sassi. E non c’è bisogno di essere conoscitori delle politiche interne al Regno di Filippo VI. Basterebbe accendere la televisione. Sono anni, infatti, che la massima espressione “pop” dell’indipendentismo, il Barcellona (e i suoi tifosi), fa di tutto per farcelo notare e televisioni, stampa e giornalisti fanno di tutto per non farcelo dimenticare. Con il referendum (“che non s’ha da fare”) fissato per oggi e tutto quello che sta succedendo tra arresti e disordini, la questione è finita al centro della cronaca perché potrebbe portare ad un cambiamento che in Catalogna è nell’aria da tempo immemore. Cambiamento che però non riguarderà certamente l’aspetto calcistico della vicenda, perché, in fondo in fondo, lo sanno anche loro che se indipendenza dalla Spagna sarà, indipendenza dalla Liga spagnola non sarà. Inimmaginabile vederla giocare in un campionato catalano composto da Espanyol, Girona e compagnia cantante e  una Liga one man show con il Real Madrid campione di Spagna in vestaglia e ciabatte, per tutti i secoli dei secoli a seguire.

Per non parlare poi del dover gestire la sopraggiunta condizione con la Fifa e la Uefa così da far partire l’iter per il riconoscimento della Federazione Calcio Catalana, cercando di ottenere il lascia passare per la partecipazione dei club alla Champions League e all’Europa League e a questo punto anche della Catalogna all’Europeo e alla contorta Nations League. Campa cavallo. Fa prima ad esordire il figlio di Leo Messi. E anche se il capo dello Sport Spagnolo così come quello della Federazione hanno intonato all’unisono l’anatema dell’esclusione del club dal Campionato in caso di Indipendenza, è davvero utopistico pensare che l’Estelada non possa continuare a sventolare in tutti gli stadi di Spagna.

Senza contare poi che all’interno della comunità (già) autonoma non tutti sono per la fuga, anzi, e a risentire del divorzio dovranno per forza di cose essere anche i club che pur difendendo la propria identità non hanno mai manifestato questa intolleranza alla corona reale, vedi Espanyol che è tutto tranne che indipendentista. La grande spinta per la salida viene sostanzialmente solo dal Barcellona e la sua tifoseria. E le manifestazioni sono sotto gli occhi di tutti sia allo stadio che non, trasformando il club di Bartomeu nel braccio armato (di pallone) della propaganda indipendentista in uno scenario condensabile con un “Barca contro tutti”.

La faccenda, però, è molto più intricata di quello che sembra. E anche se i rapporti tra il Governo centrale e la città è ai minimi storici e ogni volta che si incontrano Real e Barca succede l’impossibile, il tutto non si risolverà certamente con un Adiòs o un Adèu. Barcellona e Liga dovranno necessariamente abbracciarsi in una convivenza che è simile ai matrimoni combinati che quasi non si vedono più. La creazione di un campionato di Catalogna (che nessuno avrà voglia di guardare) e l’allontanamento di Messi e i suoi fratelli produrranno una reazione a catena da evitare esattamente come fa una coppia di sposi che non si può permettere il divorzio. Continuano ad odiarsi ma guardano la televisione insieme. E proprio come nei matrimoni combinati l’unico amore che li tiene uniti è quello per i soldi o la paura di perderli. L’uscita dalla Liga avrà un impatto degno di un asteroide lanciato a tutta velocità verso quello che è considerato uno dei, se non il, campionato migliore d’Europa. E se è vera questa definizione molta parte del merito è proprio del Barca, che insieme al Real Madrid spadroneggia da anni (anche in Europa), condendo egregiamente un bel buffet ricco di ingredienti che fanno tanto gola ai soliti diritti tv e sponsor, che poi sono quelli che pagano, quindi comandano. E il crollo dell’appeal della Liga è naturale conseguenza qualora gli azulgrana facessero il famoso passo di lato. Questo la Liga lo sa bene e altrettanto bene sa quanto peso economico ha la figura di Messi nel campionato, che con Cristiano Ronaldo e prima anche con Neymar ha monopolizzato completamente l’attenzione di tutti, dagli addetti ai lavori fino ai bambini in fila per una maglietta. Tanto che le dichiarazioni sull’eventuale espulsione sembrano più un tentativo per far desistere dal votare il nutrito popolo barcellonista piuttosto che un reale intenzione.

Ma se è vero che il campionato non può permettersi di salutare con lo Champagne il Barcellona, è altrettanto legittimo pensare che lo stesso club voglia far tutto tranne che preparare le valigie. E se non basta più neanche il blasone, vedi la questione Neymar, figuriamoci quanto sarà difficile trattenere, o anche semplicemente comprare, i campioni che avranno come prospettiva quella di andare a giocare nei campi sperduti della bellissima Catalogna e finire nelle brevi sport del giornale locale. In aggiunta verrebbe a mancare anche la ricca fetta degli introiti che simbioticamente la Liga riversa nella casse blaugrana. Che a loro volta foraggiano le casse cittadine (1,2% del Pil). Un ecosistema che andrebbe distrutto. Messi correrà all’aeroporto mezz’ora dopo la decisione e con lui gli altri giocatori, gli sponsor milionari, l’attenzione mediatica, la Champions e la fortuna del Barcellona. In pratica sparirebbe uno dei club più prestigiosi della storia del calcio, relegato a fare i 100 a 0 contro le povere squadre che dovranno portarsi l’abaco in trasferta. A meno che non si voglia fare come con Andorra, le cui squadre hanno garantita la possibilità di partecipare ai campionati spagnoli per decisione della Federazione. Ma questa è solo un’ipotesi e non è detto che venga applicata.

Altro discorso poi è la Nazionale. L’invincibile Armada che ha vinto tutto quello che poteva vincere era ed è composta da giocatori nativi della Catalogna che acquisiranno lo status di cittadino straniero e dovranno rinunciare per sempre alla Roja e la Roja a loro. E se è noto a tutti che nello spogliatoio si tirano i coltelli ogni volta che si riuniscono per una qualsiasi partita è altrettanto vero che difficilmente il gruppo catalano sia contento di dire no ad una cassa di risonanza tanto ampia come i Mondiali o gli Europei. Viceversa le Furie Rosse non vorranno privarsi dei loro big. La convivenza continuerà ad essere forzata così come continueranno le prese di posizione dei vari interpreti, primo fra tutti l’integralista Piquè che si spende quotidianamente a mostrare il suo lato più indipendentista, come il dito medio alzato durante l’inno che va di pari passo con le coppe alzate in maglia spagnola ma anche con quelle nazionali come la Copa del Rey, trofeo monarchico per eccellenza.

Insomma, se Maometto non va alla Montagna, la Montagna va da Maometto. E se pure la Montagna non vuole fare tutto quel tragitto si accorderanno per un incontro a metà strada. Referendum o meno, sì o no, il Barcellona e i suoi tifosi continueranno a rivendicare legittimamente il loro dissenso ma a finire nel prime time della Liga e quest’ultima continuerà legittimamente a lamentarsi e a contare i soldi dei diritti tv e sponsor derivanti da questa permanenza. Come nei matrimoni combinati. O di convenienza, per l’appunto. Tutti infelici e scontenti. Ma molto, molto ricchi.

Perché la Catalogna non sarà Spagna, ma di sicuro il Barcellona lo sarà per sempre.

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Koulibaly, una rincorsa lunga una telefonata

Ettore zanca

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C’è chi dice che il treno delle occasioni passa una volta sola. E se non siamo bravi a prenderlo, la nostra vita non avrà la direzione che speravamo. Ogni scelta è un viale alberato o una discarica a seconda della scelta precedente. E invece c’è chi dice che a dispetto di futuro e coniugazioni varie, il nostro destino è segnato e va contro il nostro sbattergli la porta in faccia.

Oddio, il signore qui sotto il destino lo ha proprio sfidato, rischiando che fosse pure permaloso. Più che la porta in faccia, gli ha sbattuto il telefono in faccia.
Quel viso in foto, da ieri lo avete tutti familiare. Kalidou Koulibaly, senegalese, difensore del Napoli di Sarri. Angelo d’ebano sceso dal cielo ad incornare la palla che ha riaperto una stagione. All’ultimo respiro ha trafitto la Juve in casa sua, riaprendo i giochi per lo scudetto e creando paradisi artificiali di prostrazione e gioia orgasmica a seconda della prospettiva.

Ma fermiamo un attimo tutto. Come ci è arrivato Kalidou su quella palla? Su calcio d’angolo, direte voi. No, non dicevo quello, perchè per arrivare lì, il ragazzo è partito da lontano e ha rischiato di non arrivare. La sua rincorsa parte dal 2014. Si trova a casa e riceve una telefonata. Dall’altro lato una voce dice: “pronto, sono Rafa Benitez, allenatore del Napoli, vorrei sapere se sei interessato a venire a giocare da noi”, la risposta è di quelle che lascerebbero interdetto anche un maestro zen: “piantala con questi scherzi, dai vieni a casa che ti aspetto, smettila, non ci casca nessuno”, e Kalidou, sorridendo, mette giù. La voce richiama, riproponendo lo stesso refrain, dice di essere davvero Benitez e di allenare il Napoli, ma niente, nuovamente “smettila dai, non è bello questo scherzo”, e giù la cornetta.

Kalidou era convinto che a chiamarlo fosse un suo amico che gli faceva continuamente scherzi telefonici, aveva chiuso e si era rimesso seduto a guardare la tv. Dopo cinque minuti riceve un messaggio del suo agente: “sta per chiamarti Benitez, deve parlarti, rispondi al telefono”. A quel punto la disperazione, che dura poco per fortuna, perchè Benitez dimostra che “poscia più che la permalosità, potè insistere” parafrasando Dante. E ritelefona. Stavolta Kalidou si scusa quasi in ginocchio e ascolta l’allenatore del Napoli. Ecco da dove arriva tutta la rincorsa per quel gol. Capite bene che dare un colpo di testa dopo questo correre non poteva che essere una sassata. Ma Kalidou è recidivo però.

 

Qualche tempo dopo un magazziniere del Napoli lo avvicina e gli dice: “Kalidou, mi dai una tua maglia? me l’ha chiesta Maradona”, capirai, stavolta è uno scherzo davvero, Kalidou è generoso però, per cui prende la maglia ma ammonisce: “se volevi la mia maglia potevi chiederla senza tante scuse, poi addirittura che la voglia Maradona, dai…”, appunto, dai. Qualche giorno dopo Kalidou riceve un messaggio, contiene una foto. Diego Maradona con la maglia di Koulibaly, Diego gli ha scritto e lo ringrazia per il dono.

Vai a fidarti di chi dice che siamo artefici del nostro destino. Qui il destino è arrivato sfondando la porta e entrando di prepotenza. Più o meno come ha fatto Kalidou dopo una corsa, con quella sassata di testa nella porta bianconera. Veniva da lontano, nonostante tutto.

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JAKO & IoGiocoPulito: Una partnership per riscoprire i valori ed il sogno sportivo

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Un’azienda importante come JAKO ha scelto anche IoGiocoPulito.it come strumento di comunicazione e partner editoriale per riportare sul mercato italiano un rinnovato messaggio che abbia lo scopo di veicolare l’educazione e la cultura sportiva.

Lo Sport, qualsiasi esso sia, e a qualunque livello venga praticato, non è solo questione di allenamento e abnegazione. Nel futuro delle discipline un ruolo sempre più centrale per l’ottenimento delle performance desiderate viene ricoperto dai materiali utilizzati, dalle tecniche di prevenzione, dalle tecniche di educazione e dalle tecnologie e le scienze connesse.

JAKO è un brand di abbigliamento e non possiamo negare che il fattore determinante per una prestazione di alto livello è spesso rappresentato dall’equipaggiamento dell’atleta;  la seconda pelle con cui uno sportivo deve potersi sentire a proprio agio, supportato dall’utilizzo di uno strumento in grado di migliorare il proprio benessere fisico e quindi anche mentale. Jako, società leader nel mercato tedesco (il suo know how d’eccellenza l’ha portata ad essere uno dei marchi più riconosciuti e apprezzati per quel che riguarda lo Sportswear e il Teamwear in Germania) è tutto questo, ma non solo.

Pronta a sbarcare anche nel mercato italiano, ha il grande merito di non voler puntare ad una comunicazione puramente commerciale o di prodotto, ma di voler in primis favorire la diffusione di quegli stessi principi educativi e tecnici che hanno permesso al calcio teutonico di divenire il primo movimento Europeo per quanto riguarda l’innovazione, la cultura e l’educazione allo sport come strumento di crescita.

“Il nostro obiettivo  è quello di poter dare alle scuole calcio, alle realtà associative di altri sport e discipline, strumenti e contenuti con cui informarsi per formare attraverso i giovani e giovanissimi i campioni del futuro dell’Italia”. Matteo Di Medio – Resp. Redazione IoGiocoPulito.

Non è un caso se JAKO è partner tecnico in Bundesliga di squadre del calibro del Bayer Leverkusen, Hannover 96 e Darmstadt le quali hanno scelto i prodotti dell’azienda tedesca per vestire le proprie squadre.  E non è un caso neanche se, grazie alla propria politica educativa, è leader in Germania anche nel Teamwear cioè nella fornitura di abbigliamento tecnico per l’attività sportiva di squadre, scuole e associazioni.

“Per noi di IoGiocoPulito questa è una grande opportunità per potenziare il lavoro che da anni portiamo avanti con dedizione e perseveranza. Con l’obiettivo di essere sempre trasparenti e puntuali sugli argomenti trattati. JAKO ci da oggi l’occasione di riportare ai nostri lettori qualcosa che nel giornalismo sportivo e nella comunicazione sportiva sembra essere perso in un limbo: il sogno di essere campioni, anche se per pochi minuti, compiendo un gesto atletico, un’impresa personale o collettiva. E noi non tradiremo né la loro, né la Vostra fiducia, quella di più di un milione di lettori.”

Giorgio Mottironi – Resp. Marketing & Sales IoGiocoPulito.

JAKO dunque supporterà l’attività giornalistica di IoGiocoPulito al fine di produrre contenuti che possano rappresentare un valore unico per i nostri lettori e che siano in linea con la nostra mission e con la loro. Avremo l’opportunità di lanciare nuove rubriche, portare i nostri giornalisti a contatto con tutte le realtà eccellenti del nostro panorama calcistico ed internazionale (personaggi e squadre), parlare di tecnica, educazione, dunque per dare maggiore consapevolezza ad appassionati, praticanti ed aspiranti professionisti di quale deve essere un cammino di formazione e crescita nel mondo dello SPORT.

 

JAKO è un’azienda altamente tecnologia, e la sua innovazione si riscontra non solo nel prodotto finale ma anche nella gestione dell’azienda e dei processi, oltre che delle proprie risorse. I vantaggi competitivi che ha raggiunto grazie all’uso di robotizzazione di ultima generazione li investe completamente nella sua mission sociale e nel miglioramento del servizio e nel  trattamento di dipendenti e fornitori.

Oltre alla qualità indiscutibile del prodotto, il servizio al top, la profondità dell’assortimento, la disponibilità dei prodotti 365/24, consegna dei prodotti velocissima, e una professionalità di alto livello sono i segni distintivi e il focus del marchio. 300 articoli e 30.00 varianti colore sono una gamma di prodotti in grado di poter soddisfare le esigenze di uomini, donne e bambini che praticano calcio, running, basket, volley, palestra, tennis, oltre a molti prodotti per il tempo libero.

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Giornata Mondiale del Libro: 10+1 opere sul calcio che devi leggere

Canorro

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A partire dal 1996 il 23 aprile si celebra la Giornata Mondiale del Libro, un’occasione per incentivare la lettura e la riscoperta della carta stampata per le nuove generazioni, specie in un periodo come questo in cui il digitale è entrato prepotentemente nelle nostre vita, mettendo da parte l’esperienza di lettura che solo un libro può regalarci.

Ecco Dieci libri dieci (il numero per eccellenza di ogni fantasista che si rispetti) che negli anni sono diventati indispensabili per coloro che vogliono avere una libreria dedicata al calcio.

Partiamo con un evergreen, la biografia di Zlatan Ibrahimovic edita da Rizzoli (396 pagine, 5.90 euro), scritta dal campione svedese con il giornalista David Lagercrantz. “Io, Ibra”, questo il titolo del volume, contiene centinaia di aneddoti legati a luoghi e personaggi da scoprire. Partendo dall’infanzia, Ibrahimovic racconta i suoi numeri fuori e dentro il campo, gioie e follie di una vita sopra le righe. Interessanti, poi, due biografie dedicate ai fuoriclasse simbolo del Barcellona e del Real Madrid: “Pulce, la vita di Lionel Messi” (736 pagine, 17.90 euro) e “CR7” (406 pagine, 19.99 euro), edite da Piemme e scritte entrambe da Guillem Balague, giornalista spagnolo che collabora con varie tv e quotidiani sportivi. Nei libri si esalta il talento dei fuoriclasse, ma anche il loro cuore e una “testa” fuori dal comune.

Per gli appassionati di Premier League, particolarmente sfiziosa è la storia di sir Alex Ferguson narrata nel volume “La mia vita” (Bompiani, 464 pagine, 15 euro); il più grande mister nella storia del calcio inglese – ha allenato giocatori di livello assoluto come Roy Keane, Ryan Giggs, Eric Cantona, Cristiano Ronaldo e David Beckham, solo per citarne alcuni – si racconta per la prima volta. Ed è lo stesso Ferguson a curare la prefazione di “Pep Guardiola, un altro modo di vincere” (Libreria della Sport, 352 pagine, 17.90 euro), la biografia dedicata ad uno degli allenatori più carismatici e vincenti del mondo. Un racconto, anche qui scritto da Balague, che va in profondità nel tratteggiare l’attuale mister del Manchester City. Lo stesso principio di approfondimento (non banale) ha ispirato Carlo Ancelotti che, insieme al giornalista Alessandro Alciato, ha scritto l’autobiografia “Preferisco la coppa” (Rizzoli, 266 pagine, 5.90 euro).

Attenendosi semplicemente ai risultati, Carletto da Reggiolo ha vinto praticamente tutto. Eppure, la sua carriera non è stata sempre in discesa… E ancora, due volumi interessanti su due ex grandi protagonisti della Juventus: “Andrea Pirlo: penso quindi gioco” (Mondadori, 140 pagine, 10 euro) e “Metodo Conte” (Vallardi, 192 pagine, 9.90 euro), entrambi scritti dall’ottimo Alciato.

Se vuoi provarci fallo fino in fondo” (Rizzoli, 272 pagine, 17 euro) è invece il titolo del libro dedicato dal giornalista Malcom Pagani a mister Claudio Ranieri e al suo Leicester. Dai campetti di Testaccio all’incredibile impresa della vittoria nella Premier League, il racconto di un uomo che ha avverato il sogno di Davide contro Golia. Una lunga, intesa storia, come quella scritta a quattro mani da Marco Tardelli e da sua figlia Sara: “Tutto o niente” (Mondadori, 18 euro, 168 pagine). A distanza di oltre trent’anni dall’urlo di Madrid, Tardelli racconta di una passione totalizzante come il primo amore, che nessuna difficoltà è mai riuscita a fermare: il calcio.

Bonus track: l’ultimo consiglio che vogliamo dare riguarda “Johan Cruyff – La mia Rivoluzione”, l’autobiografia del fenomeno olandese che ci spiega la sua visione del calcio, ma soprattutto della vita.

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