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Incroci pericolosi: cosa dobbiamo aspettarci da queste Finali di Conference NBA

Mattia Pintus

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Seneca scrisse, all’incirca nel 49 d.C., un trattato filosofico dal titolo, quantomai emblematico, De brevitate vitae (Sulla brevità della vita). Ovviamente non parlava di eventi sportivi, ma, da come si può intuire facilmente, di quanto la vita umana potesse e possa ancora essere breve e fuggente.

Ecco, per me che il tempo viene scandito dalle giornate di calcio e dalla stagione NBA, pensare di essere già arrivato alla fine, o quasi, dell’ennesima stagione, mi fa considerare che Seneca avesse forse ragione. Così siamo arrivati di nuovo al momento più bello della stagione, almeno per quanto riguarda i fan del basket a stelle e strisce, con la consapevolezza che la strada per arrivarci sia stata lunga, ma anche con la sensazione che pure quest’anno sia volato più veloce di quanto potessimo renderci conto. Sembrava infatti ieri che i Cavaliers di LeBron James tentavano di “scippare” il titolo ai Warriors di Steph Curry, indubbia sorpresa della passata stagione.

Eccoci quindi alle Finali di Conference, lo step di poco precedente che serve a capire chi saranno le due squadre che si contenderanno l’anello NBA di quest’anno. Ci sono i Cavaliers, e come potrebbe essere il contrario, dal momento che sono ormai cinque anni che le Finals sono il terreno di caccia preferito del giocatore forse più forte della nostra era, ovvero il sopracitato LeBron James. Ci sono però anche i Warriors, che da mirabile sorpresa si sono evoluti in una delle squadri più forti di sempre, in grado di disintegrare ogni record durante la Regular Season. Detta così, la finale-rivincita sembrerebbe scritta anche quest’anno, ma per fortuna lo sport sa regalarci emozioni proprio in luce della sua natura imprevedibile e dunque sarebbe scorretto lasciare in disparte le altre due contendenti alla corsa per l’ambito posto in palio. Oklahoma e Toronto vivono, per natura, due situazioni diametralmente differenti. Se per la prima il traguardo raggiunto finora ha un che di storico, per la seconda sono talmente tanti anni che si dice “è l’anno giusto che forse ci siamo stufati di crederlo. E, per l’appunto, proprio quando nessuno se lo sarebbe più aspettato, eccoli lì, in sordina, ad eliminare i San Antonio Spurs e volare verso San Francisco per giocarsi una serie contro Golden State non più scontata come sarebbe potuto sembrare in principio.

A Est sono secoli ormai che si dice un gran male della qualità della Conference. I più critici sono sempre pronti a sostenere di come sia più facile per la grande squadra di turno (quindi quella in cui gioca LeBron), farsi breccia tra le altre ed arrivare così in Finale con meno preoccupazioni della rivale dell’altra parte del continente. Ed in parte, anche in questi Playoff, sembra essersi verificata la “stessa vecchia storia” (come diceva Vasco Rossi nel pezzo del 1984 Domani sì, adesso no), ovvero LeBron che passeggia sugli avversari e si pone in netto anticipo sugli altri per un altro giro in Finale. Toronto, la rivale, ha il coltello tra i denti e la bava alla bocca, ma deve far conto di una disparità tecnica non da poco. E purtroppo non parlo dell’asset generale della squadra, perché quello gira anche bene, ma perché non ha nessuno che possa competere con colui “che tutto può” (The king, The chosen One, chiamatelo come volete, tanto al massimo se i soprannomi non gli piacciono se ne inventa uno nuovo lui). Quindi, se i primi vivono sulla certezza di essere i migliori nella loro Conference, gli altri giocano sul fatto che nessuno li avrebbe mai pronosticati in un’eventuale serie di Finals. La partita è aperta? Non credo, però va detto che quando Cleveland gioca male, gioca male per davvero ed ancora non ha saputo dare dimostrazione di essere così forte da poter vincere lo stesso, anche con sorte e stato di forma avversi. Sarà proprio lì che Kyle Lowry e DeMar Derozan dovranno far leva, sperando che i Cavs si eliminino con le proprie mani.

A Ovest invece, la situazione è ben più complessa. Ammetto che, se avessi fatto una puntata all’inizio dei Playoff, avrei già potuto stracciare la schedina. Mai infatti avrei pensato che Oklahoma potesse battere San Antonio, non tanto perché non creda nelle potenzialità del duo Westbrook-Durant, ma perché credevo che la storia fosse già stata scritta per far vincere l’ultimo titolo a Duncan, Parker e Ginobili, facendo sì che restassero per sempre la più grande combinazione della storia del gioco (alla quale aggiungerei, ovviamente, Leonard, Aldridge e, naturalmente Gregg Popovich). Invece i due fenomeni dei Thunder hanno fatto valere la propria voglia di rivincita e, proprio come una bomba che è rimasta inesplosa per troppo tempo, hanno ribaltato serie e fattore campo per aggiudicarsi un posto ad un passo e mezzo dal sogno. Sogno che può però facilmente diventare un incubo, considerato che dall’altra parte ci sono i Warriors di Curry-Thompson-Green che sempre più assomigliano ai temibili Monstar di Space Jam. Imbattibili? Forse, nel caso li consiglierei alla Warner come possibili antagonisti di LeBron e dei Looney Toones nel tanto conclamato seguito del film di animazione sopracitato (che, ufficialmente, si farà a breve). Eppure tutto appare così impronosticabile, (OKC ha battuto Golden State nella prima partita in casa contro i campioni in carica) soprattutto se si provasse ad incrociare gli sguardi con quanto succede ad Est. Se dovesse infatti uscire Toronto dalla sfida con i Cavs ( intanto stanotte Cleveland ha sconfitto in gara 1 Toronto), credo che la vincente del Larry O’Brien Championship Trophy (il titolo, per intenderci) uscirà fuori dalla guerra che Warriors e Thunder stanno mettendo e metteranno su nelle prossime due settimane. In caso invece di passaggio dei Cavaliers, credo che i Warriors siano l’unica delle due ad Ovest ad avere la forza mentale necessaria per scalfire lo sguardo mortale del ventitré di Akron, complice ovviamente il fatto che la squadra di Frisco abbia dalla sua il numero trenta, scherzo del destino, di Akron pure lui (parlo, ovviamente, di James e Curry). Incroci pericolosi, è vero, ma quantomai difficili da pronosticare: non dimentichiamo che i Thunder devono proprio a James la loro più cocente sconfitta degli ultimi anni, quando nelle Finals del 2012 cedettero il passo agli Heat dei Big Three (James-Wade-Bosh). Storie tese dunque, anche se sono passati gli anni e cambiati alcuni interpreti. Quel che sarà lo scopriremo tra un mese e poi ci basterà godere il più possibile dell’estate che ci attende.

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1 Commento

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  1. Il Baskettaro

    maggio 18, 2016 at 2:30 pm

    Toronto out.
    Il resto è imprevedibile.
    Spero OK

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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