E’ proprio il caso di dire lo spettacolo deve andare avanti. In Siria, il campionato iniziato domenica può diventare così l’occasione, per il popolo siriano, di tornare a respirare l’aria dei giorni normali. Quando il regime di Bashar Al-Assad teneva tutti sotto scacco ma, se non altro, la Siria non era ancora lo “Stato polveriera” che è oggi. Dove tornare a parlare di calcio è difficile, ma può veramente significare provare a dimenticare la guerra. Oppure, semplicemente, per dirla con le stesse parole dell’allenatore della nazionale Fajr Ibrahim, riportate dal The Mirror, di “combattere giocando a calcio”. Per  un Paese che ha visto il suo popolo, e anche nel gioco del calcio, dividersi a metà, come i guelfi e i ghibellini, tra i sostenitori del regime, rimasti tifosi della nazionale “ufficiale” e, al contrario gli avversari, i quali hanno invece preferito schierarsi con la nazionale “ufficiosa”, cioè la squadra del Free Syrian Army, che ha sede a Tripoli, in Libano. Anche se, in effetti, sembra veramente difficile tornare a parlare di calcio, in un Paese che, per colpa della guerra, ha perso molti dei suoi giocatori migliori.

Come Abdel Basset Sarout, l’ex portiere della nazionale, classe 1992, del quale da tempo non si hanno, ormai, più notizie. Tra chi dice che sia morto e chi invece sostiene che si sia arruolato nell’Isis. Oppure Mosab Balhous, anch’egli portiere e sempre della nazionale, che le forze del regime di Assad hanno, invece, arrestato nell’agosto del 2011, ritenendolo un fiancheggiatore dei ribelli; un vivandiere di “bande armate nemiche del regime”. Sarout e Balhous, entrambi portieri, nel giro della nazionale. L’uno, più giovane, sarebbe dovuto essere il sostituto dell’altro. Ma per loro, purtroppo, niente “staffetta” come invece pensavano molti commentatori in patria. Non avranno la stessa possibilità che, tanto per fare un esempio, ebbero, qui da noi, Mazzola e Rivera.

Poi ci sono quelli che non vogliono combattere, perché vogliono continuare a giocare. E allora fuggono. Cercano fortuna in altri campionati. E’ il caso di Firas Al Khatib, di professione centravanti, originario di Homs, nel 2012 ad un passo dal grande salto nel Calcio Inglese. Per vestire la maglia del Nottingham Forrest, prima che “l’affare” sfumasse per un problema riguardante il permesso di lavoro. Oppure Omar Al Somah, centravanti classe 1989, finito negli Emirati per vestire la maglia dell’Al-Ahli, la stessa squadra in cui ha militato Fabio Cannavaro. I numeri sono dalla sua parte, se è vero come è vero, che dove ha giocato ha sempre segnato. In Siria, 22 gol in 39 partite; in Kuwait 43 realizzazioni in 68 match; infine a Dubai, dove la media è addirittura di un gol a partita: 28 su 28.

Di Al-Somah i siriani ricordano, però, quel gesto tanto coraggioso quanto provocatorio di festeggiare il gol realizzato da un suo compagno andando ad impugnare la bandiera del FSA (Free Syrian Army) per sventolarla sotto la tribuna. Da quel momento, il regime di Assad, anche su di lui, avrebbe messo una pietra sopra, a tal punto da escluderlo per sempre in quella che oggi è ancora a tutti gli effetti la nazionale siriana.

Costretta, tra le altre cose, e sempre per colpa della guerra, a giocare le partite “casalinghe” in Oman. Ma la lista degli “scappati” non è finita qui. C’è forse il caso più noto. La storia di Mohammed Jaddou, colui che da molte parti, come il Tuttosport, è considerato un vero e proprio astro nascente del calcio siriano. Finito per essere raccontato sulle pagine del New York Times. Classe 1998, capitano della nazionale under 16, con il sogno nel cassetto di diventare come il suo idolo, Cristiano Ronaldo. Costretto a scappare dalla guerra, dopo aver perso il suo migliore amico, per rifugiarsi in Europa. Passando per la Turchia, con l’obiettivo di arrivare in Italia. Mettendosi purtroppo in mano ai trafficanti. La rotta dovrebbe portarlo in Sicilia. Ma quando l’imbarcazione che lo sta trasportando viene bloccata dalle autorità italiane a largo delle cose siciliane, Jaddou e il papà finiscono in un centro di accoglienza.

La solita trafila, tra foto segnaletiche e impronte digitali. Poi, finalmente, il rilascio. Da lì, la decisione di “scappare” ancora, questa volta, con destinazione Germania. Giunto in terra tedesca, sempre per vie clandestine, Jaddou può tornare a inseguire il suo sogno. Lo aiuta nientemeno che la figlia di un sindaco, la quale lo segnala ad una squadra di quinta divisione, il Ravesburg. Entra a far parte delle giovanili ma, da subito, sembra un talento sprecato. Arrivano altre proposte, a quante pare, anche allettanti.

Il Bayer Leverkusen vorrebbe scommettere su di lui. C’è un problema però, come se non bastasse: Jaddou è un rifugiato e, in materia, la “Carta di Dublino” prevede che la richiesta d’asilo debba essere formulata nel primo Stato nel quale si è messo piede. Nel suo caso, sarebbe l’Italia. Ma Jaddou di tornare in Italia, a quanto pare, non ne vuole proprio sapere. E allora preferisce restare in Germania, anche a costo di accantonare il suo sogno, almeno per ora.

Per dedicarsi interamente alla sua famiglia. Il calcio può attendere. Sarout, Balhous, Somah, Jaddou. Storie diverse di calciatori in Siria. Una terra di guerra dove giocare a calcio significa provare a vivere. Per questo, e per tanti altri motivi, l’unica cosa da aggiungere verso tutto il popolo siriano è dire, come farebbe il compianto Maurizio Mosca: Buon campionato a tutti! E che lo sia veramente.

FOTO: www.eastjournal.net

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