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Sport & Integrazione

In Siria comincia il campionato…nonostante tutto

Simone Nastasi

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E’ proprio il caso di dire lo spettacolo deve andare avanti. In Siria, il campionato iniziato domenica può diventare così l’occasione, per il popolo siriano, di tornare a respirare l’aria dei giorni normali. Quando il regime di Bashar Al-Assad teneva tutti sotto scacco ma, se non altro, la Siria non era ancora lo “Stato polveriera” che è oggi. Dove tornare a parlare di calcio è difficile, ma può veramente significare provare a dimenticare la guerra. Oppure, semplicemente, per dirla con le stesse parole dell’allenatore della nazionale Fajr Ibrahim, riportate dal The Mirror, di “combattere giocando a calcio”. Per  un Paese che ha visto il suo popolo, e anche nel gioco del calcio, dividersi a metà, come i guelfi e i ghibellini, tra i sostenitori del regime, rimasti tifosi della nazionale “ufficiale” e, al contrario gli avversari, i quali hanno invece preferito schierarsi con la nazionale “ufficiosa”, cioè la squadra del Free Syrian Army, che ha sede a Tripoli, in Libano. Anche se, in effetti, sembra veramente difficile tornare a parlare di calcio, in un Paese che, per colpa della guerra, ha perso molti dei suoi giocatori migliori.

Come Abdel Basset Sarout, l’ex portiere della nazionale, classe 1992, del quale da tempo non si hanno, ormai, più notizie. Tra chi dice che sia morto e chi invece sostiene che si sia arruolato nell’Isis. Oppure Mosab Balhous, anch’egli portiere e sempre della nazionale, che le forze del regime di Assad hanno, invece, arrestato nell’agosto del 2011, ritenendolo un fiancheggiatore dei ribelli; un vivandiere di “bande armate nemiche del regime”. Sarout e Balhous, entrambi portieri, nel giro della nazionale. L’uno, più giovane, sarebbe dovuto essere il sostituto dell’altro. Ma per loro, purtroppo, niente “staffetta” come invece pensavano molti commentatori in patria. Non avranno la stessa possibilità che, tanto per fare un esempio, ebbero, qui da noi, Mazzola e Rivera.

Poi ci sono quelli che non vogliono combattere, perché vogliono continuare a giocare. E allora fuggono. Cercano fortuna in altri campionati. E’ il caso di Firas Al Khatib, di professione centravanti, originario di Homs, nel 2012 ad un passo dal grande salto nel Calcio Inglese. Per vestire la maglia del Nottingham Forrest, prima che “l’affare” sfumasse per un problema riguardante il permesso di lavoro. Oppure Omar Al Somah, centravanti classe 1989, finito negli Emirati per vestire la maglia dell’Al-Ahli, la stessa squadra in cui ha militato Fabio Cannavaro. I numeri sono dalla sua parte, se è vero come è vero, che dove ha giocato ha sempre segnato. In Siria, 22 gol in 39 partite; in Kuwait 43 realizzazioni in 68 match; infine a Dubai, dove la media è addirittura di un gol a partita: 28 su 28.

Di Al-Somah i siriani ricordano, però, quel gesto tanto coraggioso quanto provocatorio di festeggiare il gol realizzato da un suo compagno andando ad impugnare la bandiera del FSA (Free Syrian Army) per sventolarla sotto la tribuna. Da quel momento, il regime di Assad, anche su di lui, avrebbe messo una pietra sopra, a tal punto da escluderlo per sempre in quella che oggi è ancora a tutti gli effetti la nazionale siriana.

Costretta, tra le altre cose, e sempre per colpa della guerra, a giocare le partite “casalinghe” in Oman. Ma la lista degli “scappati” non è finita qui. C’è forse il caso più noto. La storia di Mohammed Jaddou, colui che da molte parti, come il Tuttosport, è considerato un vero e proprio astro nascente del calcio siriano. Finito per essere raccontato sulle pagine del New York Times. Classe 1998, capitano della nazionale under 16, con il sogno nel cassetto di diventare come il suo idolo, Cristiano Ronaldo. Costretto a scappare dalla guerra, dopo aver perso il suo migliore amico, per rifugiarsi in Europa. Passando per la Turchia, con l’obiettivo di arrivare in Italia. Mettendosi purtroppo in mano ai trafficanti. La rotta dovrebbe portarlo in Sicilia. Ma quando l’imbarcazione che lo sta trasportando viene bloccata dalle autorità italiane a largo delle cose siciliane, Jaddou e il papà finiscono in un centro di accoglienza.

La solita trafila, tra foto segnaletiche e impronte digitali. Poi, finalmente, il rilascio. Da lì, la decisione di “scappare” ancora, questa volta, con destinazione Germania. Giunto in terra tedesca, sempre per vie clandestine, Jaddou può tornare a inseguire il suo sogno. Lo aiuta nientemeno che la figlia di un sindaco, la quale lo segnala ad una squadra di quinta divisione, il Ravesburg. Entra a far parte delle giovanili ma, da subito, sembra un talento sprecato. Arrivano altre proposte, a quante pare, anche allettanti.

Il Bayer Leverkusen vorrebbe scommettere su di lui. C’è un problema però, come se non bastasse: Jaddou è un rifugiato e, in materia, la “Carta di Dublino” prevede che la richiesta d’asilo debba essere formulata nel primo Stato nel quale si è messo piede. Nel suo caso, sarebbe l’Italia. Ma Jaddou di tornare in Italia, a quanto pare, non ne vuole proprio sapere. E allora preferisce restare in Germania, anche a costo di accantonare il suo sogno, almeno per ora.

Per dedicarsi interamente alla sua famiglia. Il calcio può attendere. Sarout, Balhous, Somah, Jaddou. Storie diverse di calciatori in Siria. Una terra di guerra dove giocare a calcio significa provare a vivere. Per questo, e per tanti altri motivi, l’unica cosa da aggiungere verso tutto il popolo siriano è dire, come farebbe il compianto Maurizio Mosca: Buon campionato a tutti! E che lo sia veramente.

FOTO: www.eastjournal.net

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  1. Luca

    novembre 23, 2015 at 12:17 pm

    Articolo interessante ma purtroppo pieno di imprecisioni.
    Tra le altre il fatto che il Nottingham Forest non partecipa alla Premier League dal 1999 e che Cannavaro non allena l’Al-Ahli, allenato da Gross (ex Basilea), bensì l’Al-Nassr.
    Inoltre la Siria non ha mai giocato una finale di coppa d’Asia, a maggior ragione nel 2012, anno in cui la manifestazione non si è nemmeno svolta.
    Mi rendo conto che l’intento dell’articolo non sia meramente sportivo ma un po’ di attenzione in più sarebbe consigliata.

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Pugilato

Il Tedoforo Muhammad, Simbolo di Lotta

Andrea Muratore

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Venerdì 19 luglio 1996, Atlanta. La cerimonia inaugurale dei Giochi della XXVI Olimpiade è conclusa da un ultimo tedoforo inatteso, un uomo che incede in maniera incerta avvicinandosi al braciere destinato ad ardere del sacro fuoco di Olimpia durante tutto l’arco della cerimonia. Egli è visibilmente debole, porta i segni di una malattia cruenta, infida e inesorabilmente decisa a sovrastarlo, ma sulla quale in pochi momenti riuscirà a prendersi una grandiosa rivincita, opponendosi alla tirannia di cui rischiava di essere vittima con la forza di un’infinita dignità. Sono quelli i momenti più emozionanti e forse intensi della vita di Mohammad Ali, uomo riuscito a travalicare enormemente le dimensioni di pugile nonché quelle ben più cospicue di icona del suo stesso sport per diventare un simbolo planetario. Un modello di ispirazione morale ancora più significativo, che in quella storica giornata di luglio conquistò il suo trionfo più grande. L’ex campione dei pesi massimi, protagonista di alcuni dei combattimenti più celebri della storia del pugilato, tra cui il celeberrimo Rumble in the Jungle tra Ali e Foreman disputatosi a Kinshasa nel 1974 o il “match del secolo” di New York tra Ali e Joe Frazier del 1971, in quegli istanti si rivelava al mondo in tutta la vulnerabilità impostagli dal progredire del morbo di Parkinson, contro cui Cassius Clay lottava da oltre dieci anni, ma allo stesso tempo sfatava un implicito tabù.

Negli istanti in cui riceveva la torcia dalla nuotatrice Janet Evans e portava a compimento l’accensione del braciere, Ali non era da solo sulla pedana dello Stadio Olimpico di Atlanta. Assieme a lui vi erano idealmente milioni di ammalati di tutto il mondo, milioni di persone che venivano invitate a non nascondere la propria malattia agli occhi della società, come se fosse una fonte di vergogna o una vera e propria onta, ma a affrontarla giorno dopo giorno, guardandola negli occhi e infliggendole un KO tecnico attraverso l’accettazione e una sfida quotidiana alle sue costrizioni. Quel giorno Ali aiutò a comprendere una verità fondamentale per superare antichi pregiudizi: “ammalarsi seriamente comporta una mole di esperienze esistenziali ed emotive di straordinaria complessità”, e quindi rende necessaria una sfida consapevole a cui gli ammalati non potrebbero far fronte in casi di veri e propri isolamenti sociali. Il 19 luglio 1996, il mondo si commosse per l’ennesima presa di coscienza legata alle gesta di un uomo che ha saputo essere un autentico esempio. Anzi, non è azzardato dire che a Phoenix il 4 maggio 2016 sia morto uno dei pochi, veri rivoluzionari che i paesi occidentali hanno conosciuto nel corso del XX secolo.

In Ali, ad essere rivoluzionaria è innanzitutto la proporzione di ciò che riguarda la sua vita: se la sua carriera pugilistica è già da tempi parte dell’epica dello sport, non si può dire che gli aneddoti riguardanti le sue vicissitudini famigliari, sociali e personali siano da meno. Più di Pelé, più di Michael Jordan, più di qualsiasi protagonista dello sport del XX secolo Ali ha lastricato metro dopo metro il percorso della sua leggenda. Nel corso di questo cammino, una delle battaglie maggiormente significative della vita di Ali è stata la dura campagna antimilitarista condotta ai tempi della guerra del Vietnam, periodo di forte mobilitazioni sociali in tutti gli Stati Uniti d’America che, di fatto, rappresentavano la conseguenza delle turbolenze estreme in cui era avvinta la vita pubblica statunitense della fine degli Anni Sessanta. Che sia mai stata pronunciata o meno, la celebre affermazione attribuita ad Ali “nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro” condensa efficacemente il sunto del pensiero politico-sociale di Cassius Clay, che aveva visto più lungo di molti altri individuando nel continuo prolungarsi della guerra nel Sud-Est asiatico e nel perpetrarsi delle discriminazioni nei confronti degli afroamericani due facce della stessa medaglia, due rappresentazioni diverse ma convergenti della patologia che infettava la società a stelle e strisce. Fu una presa di posizione netta e decisamente sentita da parte di Ali, che si vide di conseguenza costretto a un brusco e lungo stop nella sua carriera agonistica (durato dal marzo 1967 all’ottobre 1970) ma contemporaneamente sublimò la sua immagine di mito vivente, già in via di edificazione dopo che il suo impegno civico e la sua lotta per l’emancipazione dalle disuguaglianze era cresciuta di intensità in parallelo con la sua scalata al successo sportivo.

Lo stesso uomo che nel 1975, protestando per il becero trattamento riservatogli dal proprietario di un ristorante “per soli bianchi”, aveva gettato nel fiume Ohio la medaglia d’oro conquistata alle Olimpiadi di Roma nel 1960, sarà poi ripagato negli stessi Giochi che aveva inaugurato con la consegna di una nuova medaglia in sostituzione di quella perduta. La consegna del secondo oro ad Ali, unita alla sua commovente passerella nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Atlanta, sancì anche l’ufficiale attestazione della comprensione del suo gesto, che giungeva a termine di un periodo di fortissima esasperazione per il campione, che vedendo i continui maltrattamenti e le prevaricazioni sociali di cui erano vittima gli afroamericani aveva iniziato negli Anni Sessanta una forte campagna personale per i diritti civili dei membri della sua etnia, condotta in numerosi casi attraverso l’uso di parole forti e, comunque, sempre in parallelo all’attivismo antibellicista che costerà ad Ali gli anni di maggior freschezza di una carriera che ha saputo comunque essere straordinaria.

Ali ha saputo unire e dividere, ha allo stesso tempo emozionato e impaurito, è stato amato e odiato al contempo nel corso della sua carriera agonistica; dopo il ritiro e nel corso della commovente battaglia contro il Parkinson, la sua grandezza è stata certificata dal generale affetto con cui personaggi noti, avversari di un tempo e semplici cittadini hanno sostenuto la sua sfida alla malattia, e dalla commozione generale che ha accompagnato l’annuncio dato tre anni fa dal fratello Rahman circa il devastante progredire del morbo e, nelle ultime ore, la notizia della sua morte. Ali ha lasciato questo mondo, ma la sua leggenda vivrà ancora a lungo; il ricordo del suo impegno, del suo attivismo e della straordinaria dignità dimostrata negli anni più difficili hanno funto e fungeranno da esempio per giovani di tutto il mondo, che potranno solo trarre ispirazione dal mito del The Greatest Of All Time.

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Altri Sport

Troppi neri in squadra? Un motivo per essere licenziato

Emanuele Sabatino

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Nel mondo al contrario in cui viviamo, uno stimato insegnante e vincente allenatore di Football viene cacciato perché la sua squadra è composta da troppi giocatori neri.

La storia è quella dell’insegnante di storia e coach di football e golf Nick Strom del Camden Catholic High School che ha raccontato come il preside della scuola insieme al board abbiamo deciso ti mandarlo via per “divergenze sulla composizione del corpo studentesco”.

Sin dal primo giorno mi è stato detto dall’amministrazione che non erano felici del rapporto tra studenti bianchi e neri all’interno dell’istituto. E questo, sono sicuro, è stato il motivo fondante la mia esclusione. L’argomento razziale è stato tirato in ballo almeno 20 volte dal 2013, anno in cui mi hanno chiesto di allenare la squadra di football. Quando presentavo la lista dei freshmen, la prima cosa che mi chiedevano leggendo il nome era se era nero o bianco. Ho costruito il programma studentesco in base alle abilità dei ragazzi, al loro carattere e ai loro voti”.

Questo non è però bastato a salvargli il posto di lavoro. Il suo record stagionale alla guida della squadra di football parla di un invidiabile 34-6. Parenti e studenti hanno organizzato una protesta fuori la scuola in suo favore. Il preside Whipkey ha stilato una lista di ragioni per cui Strom è stato mandato via: violazione del vestiario, mancanza di rispetto verso il preside, uscita anticipata dalla lezione per preparasi al corso di Golf, uscita anticipata dalla lezione per parlare con altri coach lasciando i ragazzi liberi di vagare per l’istituto. La sua difesa: “Avevo sempre qualcuno che guardava i ragazzi quando mi andavo a preparare per il golf. I bagni sono chiusi a chiave, quindi i ragazzi non disturbavano nessuno ma andavano dritti in biblioteca a studiare per prepararsi alla lezione successiva”.

Cause futili e pretestuose, comuni a quasi tutti gli insegnanti di questo pianeta, che non fanno altro che alimentare il sospetto che il vero motivo per cui coach Strom sia stato mandato via sia unicamente quello razziale. Nel mondo al contrario, dopotutto, succede anche e soprattutto questo.

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Calcio

Come la Fifa cerca di rifarsi la reputazione…e trattenere gli Sponsor

Emanuele Sabatino

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La Fifa, la massima federazione internazionale calcistica ha un problema di reputazione. Nel 2015 l’allora presidente Sepp Blatter fu accusato e poi condannato per curruzione dopo l’assegnazione del mondiale in corso alla Russia ed il prossimo del 2022 al Qatar. Un duro boomerang pubblico vista la povertà di questi due paesi in fatto di diritti umani.

Come parziale risarcimento delle sue azioni la FIFA ha stabilito una richiesta di un minimo in fatto di diritti umani da parte dei paesi che ospitano e ospiteranno il mondiale, inclusa la zero tolleranza in fatto di discriminazioni basati sull’orientamento sessuale.

Il primo test di questa nuova politica è partito insieme all’inizio del mondiale di Russia 2018, un paese apertamente ostile alle persone LGBT. Con l’arrivo di tantissimi visitatori e tifosi, la Coppa del Mondo dovrebbe essere una festa di sport con l’intento di celebrare l’umanità.

La FIFA aveva il bisogno di mettere in chiaro cosa aspettarsi dalla Russia circa il rispetto delle sue regole durante il torneo e che stabilire una politica di totale concessione dei diritti umani deve essere il primo necessario e vitale step.

Giugno è anche il mese del quinto anniversario della legge “propaganda” e discriminante contro i gay adottata mesi prima i giochi Olimpici di Sochi del 2014. Questa legge penalizza le persone LGBT e crea un clima di tensione nei confronti di quest’ultimi spesso sfociato in episodi di violenza tant’è che molte guide hanno suggerito ai tifosi omosessuali giunti in Russia di non tenersi per mano per non rischiare ripercussioni.

Nel 2017 la Cecenia fu teatro di una bieca e terribile purga anti-gay. Le forze dell’ordine cecene accerchiarono un gruppo di persone sospettate di essere gay e bisessuali che vennero torturate ed alcuni di loro rapiti. Scioccanti le parole del leader militare ceceno Ramzan Kadyrov: “Qui non abbiamo nessun gay. Per la purificazione del nostro sangue, dovessimo trovarne qualcuno, lo prenderemo”.

Invece di prendere una posizione forte, la FIFA ha chiuso un occhio sull’omofobia tant’è che la capitale della Cecenia, Grozny, è stata inserita come uno dei siti di allenamento per il Mondiale.

Il Qatar che ha una legge che punisce le persone gay con una condanna da uno a tre anni di prigione, sarà il nuovo paese ospitante il Mondiale nel 2022. Questa legge anti-gay contrasta ovviamente le regole FIFA che al contrario proibiscono assolutamente ogni forma di discriminazione pena la sospensione e l’espulsione.

La FIFA ha dichiarato che sarà tempestivo il suo intervento qualora venisse verificata la violazione di ogni tipo di diritto umano e la discriminazione di ogni genere anche quella sull’orientamento sessuale. Tra il dire ed il fare però c’è di mezzo il mare.

Ospitare il Mondiale significa anche concedere un po’ della propria sovranità alla FIFA che storicamente ha messo bocca su delle leggi locali come nel caso del Mondiale in Sudafrica dove furono create dozzine di corti istantanee per perseguire i reati commessi durante il torneo o come in Brasile dove venne cambiata la legge che impediva di vendere la birra dentro lo stadio. Questo tipo di pressioni dovrebbero essere usate per cambiare cose molto più importanti come i diritti umani.

La FIFA ha dichiarato pubblicamente, prima dell’inizio del Mondiale, che si sarebbe aspettata dalla Russia un’atmosfera di benvenuto per i tifosi LGBT sottolineando che, in caso di violenze su questi ultimi, il paese sarebbe stato l’unico responsabile. L’intenzione è quella di mandare anche un fortissimo segnale al Qatar prossimo paese organizzatore nel caso non dovesse riformare le sue regole anti-gay. D’altronde quattro anni per farlo sono tempo a sufficienza.

Se la massima federazione calcistica non dovesse riuscire a forzare la sua linea rischierebbe anche di perdere tantissimi sponsor come Coca Cola, Adidas, McDonald’s, Visa ecc. tutte multinazionali che hanno nel loro statuto l’assoluto divieto di ogni tipo di discriminazione e che devono salvaguardare la loro reputazione e che quindi non possono legarsi ad eventi in paesi con idee contrarie. Ad esempio McDonald’s ha già annunciato che per paura dell’immobilismo della FIFA su questo tema nei prossimi Mondiali in Qatar non prenderà parte come sponsor dell’evento.

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