Connettiti con noi

Sport & Integrazione

In Italia esiste il Calcio Femminile e il Calcio a 5? Davvero?

Matteo di Medio

Published

on

La notizia di ieri è che esiste il calcio femminile in Italia. Dobbiamo ringraziare, si fa per dire, le minacce pervenute allo Sporting Locri, squadra che milita nel campionato di Serie A di Calcio a 5 Femminile.

L’accaduto, rimbalzato su tutti i quotidiani e i telegiornali, ha portato all’indignazione delle grandi personalità dello sport e della politica italiana che stamattina si è svegliata con la novità che, anche nel nostro Paese, le donne hanno un ruolo importante, ma completamente ignorato, nell’universo calcio italiano.

Gli alti vertici dell’egocentrismo italico hanno intrapreso una corsa alla solidarietà che profuma più di auto celebrazione che di vera vicinanza ad un movimento, come quello femminile che, oltre ad non avere lo spazio che merita, non ha nemmeno lo stesso rispetto in termini di trattamento lavorativo paragonandolo ai ben più conclamati colleghi uomini e l’esempio più tangibile sono le battaglie sindacali intraprese per equiparare il calcio in rosa con quello maschile.

Ma il problema del calcio femminile in Italia, è una falla che esiste da sempre e che, come sempre, ci vede tra gli ultimi posti nelle classifiche dei Paesi che hanno sviluppato e pianificato soluzioni per farlo emergere. 

Basti pensare ai Mondiali di Calcio Femminile che si sono svolti in Canada la scorsa estate. Oltre all’assenza della nostra Nazionale, il dato da sottolineare è che, in Europa, così come in Asia e Africa, tralasciando gli Stati Uniti che praticano il Soccer femminile da sempre, molte Federazioni hanno fatto passi avanti, sviluppando strategie per incrementare l’adesione allo sport da parte del gentil sesso e le testimonianze sono chiare vedendo i risultati conquistati da Inghilterra, Germania e Norvegia e la partecipazione di pubblico alla manifestazione iridata.

In Italia, niente di tutto questo. Le femmine sono femmine e per questo non hanno, e non si sa perché, la stessa credibilità del calcio degli uomini. Pochi soldi, poca attenzione, poca pubblicità per una sport che è in costante fermento tra le donne. Quando poi le cronache del “pallone masculo” sono intasate dagli scandali che lo riguardano, allora almeno un tentativo per poter sognare le ragazze in prima pagina sarebbe doveroso.

L’altro dato che emerge dalla richiesta coatta, il cui mittente è ancora sconosciuto, di ritirare la squadra calabrese dal campionato, è che in Italia, oltre al calcio femminile, esiste anche il Calcio a 5. Pur avendo, negli ultimi anni, un livello di adesione giovanile maggiore rispetto al calcio a 11, la disciplina è ancora oggi ritenuta uno sport minore, ben assimilabile nella parola “calcetto”, così piccolo rispetto al gigante “calcio”.

Facendo il paragone con il contesto mondiale, anche qui la situazione è pressoché tragica: palazzetti semivuoti anche nelle serie maggiori e, si ti va bene, pagina 20 dei quotidiani sportivi. Tutta un’altra storia rispetto alla Spagna o Portogallo. Andando a vedere, invece, i risultati ci accorgiamo come il movimento sia vivo e bisognoso di attenzione. Nel 2014, la nazionale italiana si è portata a casa il secondo titolo europeo nell’indifferenza quasi generale. Allo stesso modo, i campionati sono trasmessi a stento e in orari quasi improponibili in televisione e difficilmente in diretta.

Oggi la cronaca ci ha dato un assist importante per evidenziare come in Italia, spesso e volentieri, siano necessari degli exploit negativi per poter approfondire un argomento. Quando la notizia si sarà sgonfiata, ci si dimenticherà del calcio femminile e del calcio a 5. Finirà la gara a chi è più indignato o dispiaciuto e si ritornerà a pensare al calciomercato o all’attaccante di turno.

La Figc sembra essere interessata fino ad un certo punto all’argomento e, oltre alle promesse, fattivamente ha fatto poco. In questo, c’è da dirlo, il sempre contestato Tavecchio qualcosa ha cambiato, introducendo l’obbligo per le squadre di Serie A e B di creare una compagine al femminile. Per il resto, i calciatori maschili continueranno a fare la bella vita e le donne la “fame”. Il calcio a 11 in prima serata e quello a 5 in differita alle tre di notte.

Del resto, a chi potrà interessare il “calcetto” giocato da “4 lesbiche”?

FOTO: www.strettoweb.com

social banner

Comments

comments

2 Commenti

2 Comments

  1. Viktor.Kopetki

    gennaio 2, 2016 at 5:14 pm

    la federazione parla parla, ma il futsal lo maltratta, e ogni anno ne combina di tutti i colori. il torneo femminile poi ha cambiato formula praticamente ogni anno, generando solo confusione, fallimenti e ripescaggi. le società di paese, spesso nate da gruppi di amici che vogliono solo giocare assieme, devono ogni anno sborsare sempre più soldi di iscrizioni e soddisfare sempre più richieste di regolamento (dimensioni campo, under in campo). mai visto poi un allenatore o un dirigente della federazione venire a vedere un allenamento o a fare formazione. alla FIGC interessa solo incassare i soldi delle iscrizioni.

  2. Pingback: Reggio Emilia 2016: la grande occasione del calcio femminile in Italia | Io Gioco Pulito

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio

I tifosi messicani e il problema degli insulti omofobi

Emanuele Sabatino

Published

on

La Fifa ha aperto un’indagine disciplinare contro il Messico dopo che i suoi supporter hanno usato cori discriminanti e di stampo omofobo durante il loro match contro la Germania vinto per 1-0. I tifosi messicani potrebbero vedere il loro “Fan ID” confiscato.

Uno degli osservatori anti-discriminazione della FIFA ha riportato la reiterata pronuncia del coro “Puto” all’interno dello stadio Luzhniki di Mosca durante la sfida tra Messico e Germania. Un insulto tipicamente omofobo nella lingua spagnolo-messicana, rivolto all’avversario nello specifico Neuer, portiere della Germania ogni volta che effettuava un rinvio dal fondo.

I tifosi del Messico sono stati aspramente criticati in passato dalle organizzazioni a difesa dei diritti dei gay in quanto l’insulto “Puto”, letteralmente “prostituta di sesso maschile o gigolò” è ravvisato dagli stessi come omofobo. La federazione calcistica messicana è stata più volte multata per questi insulti durante le Qualificazioni Mondiali ma queste sono sempre state poi annullate dalla Corte di Arbitraggio Sportivo che lo ha ritenuto insultante ma non discriminante.

La cosa strana è che ai tifosi messicani, beccati di aver trasgredito ben 12 volte i regolamenti anti-discriminazione, non sia stato ancora impedito di accedere allo stadio, cosa invece avvenuta per i tifosi di Cile e Honduras colti in flagrante rispettivamente 10 e 5 volte.

Il nuovo regolamento della massima federazione calcistica mondiale, introdotto durante la scorsa Confederation Cup, vuole che ci sia un annuncio da parte dello speaker dello stadio e poi la sospensione ed eventuale abbandono della gara. Procedura che non è stata eseguita durante il match contro la Germania.

L’insulto “Puto” non rientrerebbe nell’articolo 58 della codice disciplinare della FIFA, che previene la discriminazione in base alla razza, colore, lingua, religione e origine. Non vi è traccia invece della discriminazione in base all’orientamento sessuale. La pena minima per la violazione dell’articolo 58 è pari a 30.000 franchi svizzeri che può sfociare in casi reiterati e ben più gravi dapprima nel divieto di ingresso per i tifosi ed in ultimo all’esclusione della squadra dal torneo.

L’insulto “Puto” violerebbe invece l’articolo 67 dello stesso codice disciplinare in quanto “parola offensiva generica” ma in questo caso non è prevista una pena minima.

La Federazione calcistica messicana ha subito e veementemente intimato i suoi tifosi a fermare questo tipo di cori, invitandoli a pensare al fatto che sono la rappresentanza dei migliori tifosi del mondo. Se beccati a comportarsi male, i tifosi messicani potrebbero vedersi confiscare il loro “Fan ID”, un documento ufficiale richiesto per entrare negli stadi e sostitutivo della Visa necessaria per entrare nel paese durante il torneo.

Sempre la federazione messicana, su Twitter, ha pregato i suoi tifosi a comportarsi bene e non farsi arrestare. I tifosi del Messico, dal canto loro, sono recidivi in quanto già ammoniti durante la scorsa Confederation Cup tenutasi lo scorso anno sempre in Russia. Vedremo se riusciranno a fare di peggio nella partita di oggi contro la Corea del Sud

Comments

comments

Continua a leggere

Altri Sport

Giornata Mondiale del Rifugiato: quattro atleti, quattro fughe, quattro tragedie

Tommaso Nelli

Published

on

Il 20 Giugno si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, un tema quanto mai attuale per la situazione che stiamo vivendo quotidianamente. Anche lo Sport non è esente. Quattro storie, diversissime tra loro, per capire cosa spinge un atleta a fuggire.

Non sappiamo se fuggisse verso l’Italia o verso l’Europa, ma di certo fuggiva verso una vita migliore, Fatim Jawara. Originaria del Gambia, portiere titolare della nazionale di calcio femminile a soli diciannove anni, è annegata nel Mar Mediterraneo, nell’ottobre 2016 in seguito al rovesciamento dell’imbarcazione sulla quale era salita sulle coste della Libia.

Era un talento nato, Fatim – «Siamo disperati. È una grossa perdita per noi e per tutto il paese» ha commentato il presidente della Federcalcio del minuscolo stato africano dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa – ma in certi casi la bravura, per un atleta, non è sufficiente per sfuggire alla povertà. E allora, per non soccombere o per non rassegnarsi a un destino già scritto, si converte la fame sportiva in fame di vita, ci si fa coraggio, ci si mette alle spalle il passato e si prova a cercare la fortuna da un’altra parte, consapevoli comunque di affrontare una sfida dai rischi molto alti, talvolta fatali.

Come capitato a un’altra atleta, Saamiya Yusuf Omar, velocista somala che nel 2008 aveva partecipato alle Olimpiadi di Pechino nei 200 metri, concludendo le sue batterie sempre col tempo più alto. Anche lei nel 2012 era salita a bordo di uno dei tanti barconi della speranza. Anche lei, come Fatim, vide interrotta in maniera tragica e analoga la sua corsa verso un mondo migliore.

Un’esigenza che animò anche Lutz Eigendorf, centrocampista sì tedesco, ma dell’Est. Era nato a Brandeburgo, aldilà del Muro, in quella DDR dove anche il calcio era affar di Stato. Erich Mielke, il numero uno della Stasi (il Ministero addetto alla sicurezza del Paese) era anche il proprietario della Dinamo Berlino, il club più titolato del Paese, grazie anche a successi ottenuti con metodi non proprio all’insegna della glasnost (trasparenza) cara a Gorbaciov, nel quale militava lo stesso Eigendorf. Che però non ne poteva più del controllo massiccio dello Stato sulla sua vita e così, nel marzo 1979, approfittò di un’amichevole giocata a Ovest, contro il Kaiserslautern, per non fare più ritorno in patria.

A Occidente, oltre che giocarvi, Eigendorf voleva anche vivervi. Sembrava destinato a una carriera di successo, ma deluse le aspettative e quattro anni dopo fu ceduto al modesto Eintracht Braunschweig, dove però fu bersagliato dagli infortuni. Il 20 febbraio 1983, quello che con eccessiva fretta era stato ribattezzato il “Beckenbauer dell’Est”, rilasciò un’intervista televisiva dove elogiò la Bundesliga e le possibilità che avrebbe offerto ai calciatori orientali. Due settimane dopo, il 5 marzo, uscì di strada con la sua “Alfa Romeo nera”, sbattendo contro un albero e morendo dopo trentaquattro ore di ospedale. La Procura archiviò il caso sostenendo che si trattò di un incidente per guida in stato di ebbrezza, ma il tasso alcolemico del sangue era di 0.22 g/l. Caduto il Muro di Berlino e aperti gli archivi della Stasi, un’inchiesta del giornalista televisivo Heribert Schwan, basata su alcuni documenti desecretati, avanzò l’ipotesi che Eigendorf – la cui storia è trattata da Alessandro Mastroluca ne La valigia dello sport – fosse stato ucciso proprio dalla Stasi come punizione per l’affronto compiuto nei confronti dello Stato.

Dallo sport che non basta allo sport che sembra non bastare. E dal quale si fugge, ma per gettarsi nelle braccia della distruzione. Mediano tedesco di origini musulmane, Burak Karan da ragazzo aveva maturato anche alcune presenze nelle rappresentative giovanili della Mannschaft (Under 16, Under 17). Nel 2008 giocava nell’Aachen, serie-B tedesca e pareva avviato a un’onesta carriera che però lui stesso decise di interrompere per aderire alla Jihad, la guerra santa. Si trasferì con la famiglia in un villaggio della Turchia, ai confini con la Siria, imbracciò il kalashnikov e non di lui non si ebbero più notizie. Fino all’ottobre del 2013, quando il suo corpo fu ritrovato dilaniato dalle bombe.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

#NoBan4Women: i tifosi iraniani a Russia 2018 contro il divieto delle donne allo stadio

Emanuele Sabatino

Published

on

I tifosi iraniani durante l’inno nazionale prima del calcio d’inizio della loro prima gara del Mondiale contro il Marocco hanno mostrato dei cartelloni contro il divieto per le donne iraniane di poter assistere alle gare sportive in patria.

 

 

I cartelloni con scritto #NoBan4Women e “Support Iranian Women to Attend Stadiums” sono stati tenuti in alto a lungo durante il match contro il Marocco di venerdì scorso a San Pietroburgo.

Sin dalla rivoluzione islamica del 1979, le donne iraniane sono state bandite dal poter assistere dal vivo ai match di football e a tutti gli eventi sportivi maschili. Eccezione parziale a questa regole quella del 2015 dove ad uno sparuto numero fu concesso di assistere ad una partita di volley a Teheran.

Questa eccezione, alcuni affermano di facciata, fu la risposta al clamore mediatico provocato dalla storia di Ghoncheh Ghavami, studentessa inglese-iraniana che provò ad assistere proprio ad una partita di volley un anno prima e venne condannata ad una detenzione di oltre 100 giorni di prigione.

Prima del match di venerdì scorso, i tifosi di Iran e Marocco si sono incontrati lungo le strade sventolando le bandiere delle loro nazioni, cantando e suonando fischietti in modo del tutto pacifico  il tutto con la numerosa presenza di supporter di sesso femminile. Di contro, in una delle maggiori piazze a Teheran, un cartellone gigante portava lo slogan, riferito al Mondiale e alla nazionale: “One nation, one heartbeat – Una nazione, una battito cardiaco”. Nella foto non sono presenti donne.

Ovviamente per alcune di queste donne la sfida contro il Marocco è stata la loro prima volta allo stadio come quella di una coppia che aveva con se un cartellone con scritto: “4127 Km per essere allo stadio finalmente come una famiglia”.

Già in passato alcune donne, camuffandosi, sono riuscite ad entrare negli stati postando le foto sui social media. Su Twitter c’è proprio un movimento chiamato OpenStadiums che si descrive come “un movimento di donne iraniane con l’obiettivo di mettere fine alla discriminazione e permettere alle donne di entrare negli stadi”.

 

 

Comments

comments

Continua a leggere

Trending