Pensi al calcio e al Camerun, e ti vengono in mente i gol di Roger Milla, la classe di Samuel Eto’o e le parate di Thomas N’Kono. Elimini la funzione “rewind” dalla mente e guardi alla stretta attualità: e pensi a un gruppo di semi-carneadi che domenica sera a Librevelle, Gabon, ha sollevato una coppa d’Africa davanti al naso di Hector Cuper (purtroppo, non una novità per il tecnico argentino inseguito dal fantasma del 5 maggio, e qui Manzoni poco c’entra) e a otto nomi, per i quali c’è una dedica “speciale”: Matip, Nyom, Choupo Moting, Onania, Assembe, Kameni, Amadou, Anguissa. Quelli che hanno preferito dire “no” alla chiamata di Hugo Broos, titolare nel mondiale del 1986 e belga di 64 anni alla sua prima Coppa d’Africa da allenatore, per restare in Europa a difendere i colori dei propri club: i colori della Nazionale? Riposti in un cassetto, e prontamente indossati da un gruppo di ragazzi “che non conosceva nessuno”, per dirla con lo stesso Hugo.

Come Onania, portiere di riserva del Siviglia Atletico nella serie B spagnola, e Michael Ngadeu-Ngadjui, onesto difensore dello Slavia Praga. E pazienza se a ribaltare la sfida contro l’Egitto sono stati N’Kolou e Aboubakar, due dei pochi volti noti dei Leoni Indomabili: il primo, difensore centrale del Lione, è stato cercato a lungo anche dal Napoli, mentre il secondo, 25enne di proprietà del Porto ma in prestito al Besiktas con trascorsi in Francia, è pronto a spiccare il volo. Come ha fatto saltando Gabr e battendo El Hadary, “nonno Africa”, fermando il tempo allo Stade de l’Amitiè. Per un trionfo che mancava da 15 anni.

“Forever Cameroon” c’era scritto sulle maglie dei ragazzi vestiti di verde, rosso e giallo, i colori della bandiera adottata nel 1975, quando il Camerun è diventato uno Stato unitario. La fascia centrale rossa simboleggia il sangue versato dagli antenati nella guerra per l’indipendenza e la stella viene indicata come “la stella dell’unione”. Il giallo coincide con il sole, ma anche la savana della parte settentrionale del paese, mentre il verde rappresenta le foreste della parte meridionale del Camerun. Colori che da qualche anno dalle parti di Yaoundè stanno provando a smorzare: la colpa del Camerun? Trovarsi nel 10° parallelo Nord, quello noto come la linea d’incontro tra l’islam e il cristianesimo a livello planetario. E’ lì che da circa 15 anni una costellazione di milizie jihadiste, foraggiate da Boko Haram, Ansaru e dei ribelli Seleka, cerca di sfruttare le regioni settentrionali per condurre attacchi oltre le sue frontiere. Il Camerun è stato coinvolto in questo vuoto di sicurezza, pericoloso e sanguinolento al tempo stesso: l’epicentro di questa campagna di terrore è tra i monti di Mandara, sul confine che separa il Camerun dalla Nigeria. Un’area difficile da sorvegliare e fisiognomicamente vicina alla cintura tribale del Waziristan: 200 chilometri immersi nel deserto dove Boko Haram ha fondato basi e campi di addestramento per reclutare giovani dediti al martirio.

Per il calcio i Leoni Indomabili sono in rampa di rilancio, nella politica geo-religiosa questa potenza regionale mai decollata veramente, cerniera fra l’Africa dell’Ovest e quella Centrale, è un potenziale trampolino per condurre attacchi sanguinosi sul suolo nigeriano: così Boko Haram si è introdotto nel paese per dare la caccia ai disertori che hanno abbandonato il movimento in dissenso con le azioni violente dirette in modo indiscriminato contro la “ummah” (comunità musulmana). Dal “sancta sanctorum” dei jihadisti del Califfato di Sokoto, che il territorio rappresentava nel diciannovesimo secolo, alla crescente ondata di integralismo islamico e violenza religiosa nella regione, unite all’insicurezza delle sue frontiere, il passo è tristemente breve: solo nello scorso novembre, circa 400 uomini armati hanno attraversato il confine a bordo di un convoglio di veicoli uccidendo un altro agente e ferendo alcuni civili. Era solo l’antipasto di nuovi scontri maturati a dicembre, che hanno provocato decine di vittime. Negli ultimi due anni e mezzo, sono 1300 i civili caduti per mano degli uomini di Boko Haram.

Oggi il Camerun è uno degli aghi sulla bilancia nella spaccatura vigente nel Continente tra un nord povero e musulmano e un sud prolifico e cristiano: il governo di Yaoundè e i suoi 20 milioni di abitanti – tra i pochi Paesi africani a non aver mai subito un colpo di Stato o un rovesciamento violento del potere negli ultimi 10 anni, con un Pil che cresce ogni anno – rischiano tra qualche anno di combattere un nemico “in casa”, costruito sulle basi del radicalismo e imperniato sulla bandiera di Al-Qaeda. Per questo va ulteriormente fissata nella mente la corsa di quel gruppo di semi-sconosciuti, abbracciati dalla bandiera del Camerun, su un campo di calcio in Gabon: guardateli, sorridenti e uniti da un ideale, un obiettivo comune. Nella vita di tutti i giorni, probabilmente, diventa sempre più complicato.

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