Ultimamente dal mondo del calcio potremmo aspettarci qualsiasi cosa: Tévez vola in Cina per 40 milioni di euro a stagione, Oscar per 25, il tanto criticato Pellè per 15. Molti altri giocatori universalmente considerati mediocri riescono a strappare il contratto della vita e garantirsi una “discreta” pensione. Tutto ciò ormai è normalità, ma c’è chi ha avuto il coraggio di rinunciare alla vita di calciatore professionista, non sentendosi rappresentato da un mondo ormai governato dalle logiche del denaro.

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E’ l’agosto del 2011 quando il calcio spagnolo viene scosso da un’incredibile notizia, Javi Poves, calciatore dello Sporting Gijòn, a soli ventiquattro anni annuncia il suo addio al calcio dichiarando «Il calcio professionistico è solo denaro e corruzione, è capitalismo, e il capitalismo è morte. A cosa mi serve guadagnare 1000 euro invece di 800, se so che derivano dalla sofferenza di tanta gente?». Una vera e propria bomba, che colpisce non solo il calcio spagnolo, e neanche quello europeo, ma tutta la società capitalistica occidentale. Rinnegando l’appartenenza al sistema calcio, Poves, mette in discussione il sogno di milioni di bambini, e svelando i lati più oscuri del mondo del pallone, la sua storia tiene incollati alla televisione e ai giornali migliaia di persone, i più grandi appassionati e i critici più feroci, politici e tifosi.

Ma facciamo un passo indietro. Javier “Javi” Poves Gòmez nasce a Madrid nel 1986 e all’età di 8 anni entra a far parte delle giovanili dell’Atlético Madrid, dopo aver compiuto tutta la trafila, a 19 anni viene ceduto alla terza squadra di Madrid, il Rayo Vallecano, che lo gira per due anni in prestito al Las Rozas e al Navalcarnero, militanti nell’equivalente della nostra serie D; quindi nel 2008 arriva la chiamata dello Sporting Gijòn B, e dopo due stagioni come riserva, arriva finalmente il tanto atteso esordio nella Liga, nel maggio del 2011, contro l’Hércules. Il coronamento di un sogno, penserebbero in molti, ma non è così, perché è in questo periodo che Javi inizia a vedere il calcio con un occhio diverso, e manifesta i suoi primi malumori. In quanto membro della prima squadra dello Sporting, gli viene regalata dalla società un’automobile, ma lui, sostenendo di sentirsi male al solo pensiero di possedere due auto, la restituisce immediatamente. Chiede inoltre alla società di non essere pagato tramite bonifico bancario perché non vuole che si speculi con il suo denaro, in merito dichiara a La Naciòn «non voglio far parte di un sistema basato su guadagni milionari resi possibili dalla morte di altra gente in America del Sud, Africa o Asia. La fortuna di questa parte del mondo è la disgrazia del resto. Mi definiscono anti-sistema, ma non so neanche io cosa sono».

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Le dichiarazioni di Poves creano una tempesta mediatica inimmaginabile, e così, per chiarire le proprie esternazioni, nell’estate del 2011 si concede a numerose interviste, escluse quelle televisive però, nelle quali spiega meglio i propri piani per il futuro. Javi dichiara  «Voglio conoscere veramente il mondo, sapere com’è. Andare in Africa. Non serve molto denaro. Sono stato in Turchia in hotel che costavano 3 euro. Non voglio prostituirmi per vivere, come il 99% della gente. Se non posso vivere una vita pulita in Spagna, lo farò in Birmania. O dovunque sia».

Vola in Senegal, dove vive per alcuni mesi con una famiglia del posto, senza però aderire a qualsiasi organizzazione non governativa, in quanto in disaccordo con le loro politiche solidali. Qui contrae la malaria, perché per protesta contro le case farmaceutiche non vuole vaccinarsi, ma guarisce poco dopo (ammirabile la coerenza) grazie a dei rimedi naturali. Quindi torna a Madrid, soggiorna per un po’ a Roma, e dopo la fine della relazione con la sua storica fidanzata decide di dare una significativa svolta alla sua vita. Dormendo in alloggi a buon mercato o, come spesso accade, per strada, e spostandosi in autostop e autobus, parte per il Messico. Quindi è la volta di Cuba, Paese dal quale viene deluso per la grande povertà e per la totale mancanza di libertà. Dopo un mese arriva in Venezuela, il governo di Hugo Chàvez lo impressiona per la grande attenzione nei confronti dei poveri e dei disagiati. Da qui in poi però si perdono le sue tracce, del resto è difficile localizzare un uomo che viaggia senza cellulare e che utilizza internet ogni tre o quattro giorni per poter parlare con la famiglia.

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Nel 2013, però, Quique Peinado vuole intervistare Javi per raccontare la sua storia nel libro Calciatori di Sinistra. Accetta, ma a modo suo, perché non rilascerà una vera e propria intervista, ma risponderà ad un questionario scritto, in cui, come dichiara l’autore del libro «racconta aneddoti sconnessi riguardanti i suoi viaggi, messaggi al mondo intero, scritti con un linguaggio messianico e difficile da capire». Nel questionario Poves espone tutte le idee maturate nel corso degli ultimi anni, è un fiume in piena. Scrive di non considerarsi nè di destra nè di sinistra, esterna i suoi dubbi sui veri autori degli attentati alle Torri Gemelle, sulla spontaneità della Primavera araba. Soprattutto, però, dichiara di essere contro il Sionismo e contro gli Ebrei, causa, a suo dire, di tutto ciò che di brutto accade nel mondo. Un brutto colpo scoprire che colui che era stato idealizzato come il supereroe che combatte il capitalismo, in realtà non è altro che un complottista, antisemita, o forse, più semplicemente, un ragazzo molto confuso.

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Ultimamente però Javi è ricomparso sui nostri radar. Infatti è tornato in Spagna nel 2014, e ha aperto a Madrid un Bio-Bar, in una recente intervista ha anche dichiarato (e ci mancherebbe altro) di ammirare Putin, e di considerarlo il miglior politico in circolazione.

Dopo la fallimentare avventura come imprenditore, decide di vendere il bar, e con il ricavato fondare una società di calcio, il Mòstoles Balompié, una società in cui fare calcio in maniera differente, in cui i ragazzi non vengono trattati come “mercanzia”.

Un personaggio controverso, a tratti potremmo definirlo confuso, ha idealizzato un nemico dal quale liberarsi a tutti i costi, a quanto pare è tornato sui suoi passi, tornando nel mondo dal quale era fuggito, che però ha avuto il coraggio di andare controcorrente in un mondo in cui la parola d’ordine è omologazione.

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