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Calcio

Il viaggio di Javi Poves: la storia di un calciatore anti-sistema

Andrea Loiacono

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Ultimamente dal mondo del calcio potremmo aspettarci qualsiasi cosa: Tévez vola in Cina per 40 milioni di euro a stagione, Oscar per 25, il tanto criticato Pellè per 15. Molti altri giocatori universalmente considerati mediocri riescono a strappare il contratto della vita e garantirsi una “discreta” pensione. Tutto ciò ormai è normalità, ma c’è chi ha avuto il coraggio di rinunciare alla vita di calciatore professionista, non sentendosi rappresentato da un mondo ormai governato dalle logiche del denaro.

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E’ l’agosto del 2011 quando il calcio spagnolo viene scosso da un’incredibile notizia, Javi Poves, calciatore dello Sporting Gijòn, a soli ventiquattro anni annuncia il suo addio al calcio dichiarando «Il calcio professionistico è solo denaro e corruzione, è capitalismo, e il capitalismo è morte. A cosa mi serve guadagnare 1000 euro invece di 800, se so che derivano dalla sofferenza di tanta gente?». Una vera e propria bomba, che colpisce non solo il calcio spagnolo, e neanche quello europeo, ma tutta la società capitalistica occidentale. Rinnegando l’appartenenza al sistema calcio, Poves, mette in discussione il sogno di milioni di bambini, e svelando i lati più oscuri del mondo del pallone, la sua storia tiene incollati alla televisione e ai giornali migliaia di persone, i più grandi appassionati e i critici più feroci, politici e tifosi.

Ma facciamo un passo indietro. Javier “Javi” Poves Gòmez nasce a Madrid nel 1986 e all’età di 8 anni entra a far parte delle giovanili dell’Atlético Madrid, dopo aver compiuto tutta la trafila, a 19 anni viene ceduto alla terza squadra di Madrid, il Rayo Vallecano, che lo gira per due anni in prestito al Las Rozas e al Navalcarnero, militanti nell’equivalente della nostra serie D; quindi nel 2008 arriva la chiamata dello Sporting Gijòn B, e dopo due stagioni come riserva, arriva finalmente il tanto atteso esordio nella Liga, nel maggio del 2011, contro l’Hércules. Il coronamento di un sogno, penserebbero in molti, ma non è così, perché è in questo periodo che Javi inizia a vedere il calcio con un occhio diverso, e manifesta i suoi primi malumori. In quanto membro della prima squadra dello Sporting, gli viene regalata dalla società un’automobile, ma lui, sostenendo di sentirsi male al solo pensiero di possedere due auto, la restituisce immediatamente. Chiede inoltre alla società di non essere pagato tramite bonifico bancario perché non vuole che si speculi con il suo denaro, in merito dichiara a La Naciòn «non voglio far parte di un sistema basato su guadagni milionari resi possibili dalla morte di altra gente in America del Sud, Africa o Asia. La fortuna di questa parte del mondo è la disgrazia del resto. Mi definiscono anti-sistema, ma non so neanche io cosa sono».

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Le dichiarazioni di Poves creano una tempesta mediatica inimmaginabile, e così, per chiarire le proprie esternazioni, nell’estate del 2011 si concede a numerose interviste, escluse quelle televisive però, nelle quali spiega meglio i propri piani per il futuro. Javi dichiara  «Voglio conoscere veramente il mondo, sapere com’è. Andare in Africa. Non serve molto denaro. Sono stato in Turchia in hotel che costavano 3 euro. Non voglio prostituirmi per vivere, come il 99% della gente. Se non posso vivere una vita pulita in Spagna, lo farò in Birmania. O dovunque sia».

Vola in Senegal, dove vive per alcuni mesi con una famiglia del posto, senza però aderire a qualsiasi organizzazione non governativa, in quanto in disaccordo con le loro politiche solidali. Qui contrae la malaria, perché per protesta contro le case farmaceutiche non vuole vaccinarsi, ma guarisce poco dopo (ammirabile la coerenza) grazie a dei rimedi naturali. Quindi torna a Madrid, soggiorna per un po’ a Roma, e dopo la fine della relazione con la sua storica fidanzata decide di dare una significativa svolta alla sua vita. Dormendo in alloggi a buon mercato o, come spesso accade, per strada, e spostandosi in autostop e autobus, parte per il Messico. Quindi è la volta di Cuba, Paese dal quale viene deluso per la grande povertà e per la totale mancanza di libertà. Dopo un mese arriva in Venezuela, il governo di Hugo Chàvez lo impressiona per la grande attenzione nei confronti dei poveri e dei disagiati. Da qui in poi però si perdono le sue tracce, del resto è difficile localizzare un uomo che viaggia senza cellulare e che utilizza internet ogni tre o quattro giorni per poter parlare con la famiglia.

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Nel 2013, però, Quique Peinado vuole intervistare Javi per raccontare la sua storia nel libro Calciatori di Sinistra. Accetta, ma a modo suo, perché non rilascerà una vera e propria intervista, ma risponderà ad un questionario scritto, in cui, come dichiara l’autore del libro «racconta aneddoti sconnessi riguardanti i suoi viaggi, messaggi al mondo intero, scritti con un linguaggio messianico e difficile da capire». Nel questionario Poves espone tutte le idee maturate nel corso degli ultimi anni, è un fiume in piena. Scrive di non considerarsi nè di destra nè di sinistra, esterna i suoi dubbi sui veri autori degli attentati alle Torri Gemelle, sulla spontaneità della Primavera araba. Soprattutto, però, dichiara di essere contro il Sionismo e contro gli Ebrei, causa, a suo dire, di tutto ciò che di brutto accade nel mondo. Un brutto colpo scoprire che colui che era stato idealizzato come il supereroe che combatte il capitalismo, in realtà non è altro che un complottista, antisemita, o forse, più semplicemente, un ragazzo molto confuso.

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Ultimamente però Javi è ricomparso sui nostri radar. Infatti è tornato in Spagna nel 2014, e ha aperto a Madrid un Bio-Bar, in una recente intervista ha anche dichiarato (e ci mancherebbe altro) di ammirare Putin, e di considerarlo il miglior politico in circolazione.

Dopo la fallimentare avventura come imprenditore, decide di vendere il bar, e con il ricavato fondare una società di calcio, il Mòstoles Balompié, una società in cui fare calcio in maniera differente, in cui i ragazzi non vengono trattati come “mercanzia”.

Un personaggio controverso, a tratti potremmo definirlo confuso, ha idealizzato un nemico dal quale liberarsi a tutti i costi, a quanto pare è tornato sui suoi passi, tornando nel mondo dal quale era fuggito, che però ha avuto il coraggio di andare controcorrente in un mondo in cui la parola d’ordine è omologazione.

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  1. ENRICO GIRALDO

    gennaio 16, 2017 at 9:12 am

    Buongiorno, mi scusi dott. Andrea Loiacono. Ho letto con piacere l’articolo su Javi Poves del quale conoscevo la storia, ma ne avevo perso le tracce. Mi dispiace molto leggere, oltre alla cronologia di date che contraddistinguono la particolare scelta di vita di questo ex giocatore professionista, anche le sue valutazioni personali che non le competono e che non corrispondono alla verità. Come può definire ‘ragazzo confuso o complottista antisemita, una persona di un livello di umanità e di uno spessore intellettuale unico che lei chiaramente non sarà in grado di raggiungere neanche se potesse disporre di cento vite. L’assioma essere contro il sionismo, uguale antisemita, poi, è frutto di una sua congettura, che dimostra i suoi valori e le sue reali competenze. So che non risponderà e questo sarà la conferma della sua pochezza…. + Poves – Loiacono

    • Andrea Loiacono

      gennaio 16, 2017 at 11:51 am

      Ciao Enrico, se conosci la storia di Poves penso che tu abbia letto il libro di Quique Peinado “Calciatori di sinistra” nel quale si parla della storia che ho raccontato. L’assioma essere contro il sionismo=antisemita è sbagliato, senza dubbio, ma accusare l’intera comunità ebraica di essere la causa a tutti i mali del mondo penso sia chiaramente antisemitismo. In secondo luogo il livello di umanità e lo spessore intellettuale sono valutazioni soggettive, perché a mio modo di vedere una persona che incolpa una specifica comunità come la causa di ogni male nel mondo, non ha un “livello” di umanità così alto. Terzo, e mi scuso, non volevo scrivere “complottista antisemita” ma “complottista, antisemita” differenziando le due cose, in quanto considero tale una persona che aderisce a numerose teorie complottiste. Spero di esserti stato d’aiuto, un saluto!

  2. ENRICO GIRALDO

    gennaio 27, 2017 at 9:57 am

    Buongiorno Dott. Loiacono, le sue speranze sono vane. Apprezzo la sua risposta, lei comunque, non mi è stato d’aiuto. Primo, non ci conosciamo per cui al “Buongiorno”, non si risponde “Ciao”, ho una figlia che ha quasi la sua stessa età.
    Non ho letto quel libro, anche perché ho scritto che avevo perso le tracce di Poves, sapevo solo la notizia del suo abbandono del calcio professionistico. Per quanto mi riguarda considero importante e unica la sua scelta di vita e questo “personalmente” (ma non ha nessuna importanza perchè è una mia considerazione) vale di più di qualsiasi dichiarazione. Le valutazioni che si fanno sulle dichiarazioni delle persone sono aria fritta, quello che a mio avviso era più giusto sottolineare era il suo comportamento unico e fuori dall’ordinario, senza doverlo screditare con giudizi. Anche perché Poves continua ad avere una vita coerente con la sua scelta. I giudizi sono figli di una visione “ufficiale” della realtà e io mi
    auguro che lei abbia ragione, non per me, ma per lei. Definire “complottista” chi pensa con la propria testa e non riesce a farsi prendere per il culo da ricostruzioni di comodo, a mio avviso, dimostra solo di avere una mente lucida, non confusa (è questa la cosa che trovo più insolente nell’articolo, definire “confuso” qualcuno perchè non ha le sue stesse idee). E’ per questo motivo che mi sono permesso di fare una valutazione personale e definire Poves, persona di spessore. Ripeto, la sua scelta è unica, probabilmente era più giusto sottolineare questa, anzichè porre l’accento sulle sue dichiarazioni personali, che come le sue e le mie lasciano il tempo che trovano.
    Per finire, apprezzo molto chi scrive notizie riguardanti aspetti particolari di uno sport che ho amato tantissimo, ma che difficilmente si fa apprezzare, perchè completamente corrotto (dicono che sia lo specchio della nostra società, ma io non ci credo…).
    In realtà ci sono anche in Italia, esempi positivi… Damiano Tommasi per citarne uno recente… continui a scrivere parlando di questi aspetti del mondo del calcio e sarò lieto di leggere i suoi articoli…
    – Buffon – Bonucci – Cassano
    + Poves + Petrini + Damiani
    Buona giornata e Forza Bari

  3. Diego

    agosto 9, 2017 at 1:17 pm

    Sono stupefatto e sbalordito dalla scelta di questo ragazzo. Conoscevo la storia ma credevo la sua fosse soltanto una mattana che sarebbe presto rientrata. Scopro, da questo articolo di cui ringrazio l’autore, che non è stato così. Che dire ? Sarà anche un ragazzo confuso ma in un mondo standardizzato questo ragazzo ha mostrato coraggio al limite dell’incoscienza, e soprattutto che la libertà può lambire l’emarginazione quando te ne prendi talmente tanta da ritrovarti solo con te stesso perché gli altri non arrivano a quel tuo livello di disobbedienza. Può anche capitare che vengano esternate opinioni non proprio condivisibili, ma credo facciano parte del processo di maturazione del personaggio. Grazie comunque per l’articolo.

  4. Amos

    settembre 19, 2017 at 3:17 am

    Ciao Andrea, non ci conosciamo e non so come stasera sono arrivato fin qui ma ho letto l’articolo e ci tenevo a farti i complimenti.
    Ignoravo questa storia e complice la fluidità narrativa sono arrivato alla tua stessa analisi che è ben diversa dall’esprimere un giudizio.
    Ancora complimenti

  5. Luca

    settembre 19, 2017 at 5:16 am

    A 24 anni é ammissibile vivere in un mondo parallelo e fa parte del processo di maturazione condivisibile o meno peró la connessione calcio=morti in africa e asia proprio non la comprendo e gia questo mi sembra sufficiente per definire questo ragazzo un idealista confuso.
    Poi lasciamo perdere il discorso ebrei perché quando si tocca questo tasto scattano automatiche le difese d ufficio (in questo caso da parte dell autore) e il classico “antisemita” che ci sta sempre bene ovunque.

  6. CARLO

    settembre 19, 2017 at 10:34 am

    PERFETTAMENTE D’ACCORDO CON POVES GOMEZ.E’ POCO DIGNITOSO PROSTITUIRSI IN MONDO DOVE VIGE LA REGOLA DELLA OMOLOGAZIONE PER VIVERE TUTTO IN FUNZIONE DEL DANARO,MA E’ ANCHE VERO NON E’ DA TUTTI AVERE LA FORZA AD USCIRE DAL SISTEMA PER QUESTI ULTIMI SAREBBE AUSPICABILE RIDURRE PERLOMENO I DANNI…………………….

  7. Alessandro

    settembre 26, 2017 at 2:25 pm

    Questa è la prima volta che sento parlare di questa persona, non è strano visto che dei calciattori sappiamo anche il numero di scarpe e di fidanzate?

  8. Aldo

    settembre 27, 2017 at 8:31 am

    Volevo solo chiarire una cosa: i complottisti, sono quelli che i complotti li mettono in atto, non quelli che li denunciano.

  9. ndr60

    settembre 28, 2017 at 12:55 pm

    Tanto di cappello alle scelte di questo ragazzo che sarà tutto tranne che confuso. Purtroppo il calcio odierno è parte fondamentale dello show business che ha il preciso compito dei circenses romani: tenere buono il popolo e non farlo pensare ad altro. Il calcio è un business globale del fatturato di miliardi (10 miliardi di euro/anno, per quello europeo) e i calciatori sono gli attori/vittime principali: osannati o triturati, secondo le convenienze degli investitori e/o azionisti.
    Auguro a Poves di trovare la sua strada, lontano dai riflettori ma vicino a persone che gli vogliano bene come essere umano, e non come un pezzo di carne da sfruttare e poi buttare via.

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Calcio

Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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