Quando il Leicester ha vinto la Premier lo scorso maggio tutto il mondo si è esaltato per questa splendida impresa targata Ranieri & Co. e le luci dei riflettori si sono fermate sul bomber Jamie Vardy. Lui rappresentava la favola del calciatore operaio partito dalle categorie inferiori, un giocatore generoso ma anche un abile finalizzatore che era sfuggito all’attenzione generale fino a riprendersi tutto con gli interessi.

Anche in Italia, non siamo nuovi a bomber “inaspettati”. Anzi, le classifiche dei marcatori degli ultimi 15 anni hanno visto spesso emergere calciatori che provenivano dal dilettantismo. Penso a Dario Hubner, a Riccardo Zampagna, a Christian Riganò. Tutta gente che lavorava (nel vero senso della parola) e che faceva del calcio un passatempo e una seconda fonte di reddito. Poi a un certo punto, gradualmente, i risultati sul campo si facevano talmente evidenti da non passare più inosservati. Un pò quello che sta succedendo a Leonardo Pavoletti, quello che io personalmente considero il Vardy italiano, o a Gianluca Lapadula, che però nel suo percorso di crescita non è dovuto mai passare dal dilettantismo, anche se di difficoltà ne ha affrontate eccome.

Tra i calciatori della nostra serie A che sono partiti dalle categorie inferiori come non citare anche Andrea Barzagli, difensore che ha vinto un mondiale, un campionato tedesco e che sta dominando in Italia con la maglia bianconera. Se si volesse costruire una squadra con questi calciatori, probabilmente si lotterebbe per una salvezza tranquilla, potendo contare su un portiere come Sportiello, su difensori ormai affidabili come Goldaniga e Laurini, oltre che sul già citato Barzagli e su attaccanti di tutto rispetto come Pavoletti e Melchiorri. In panchina non avremmo nessun dubbio ad affidarci a Maurizio Sarri che, addirittura, ha avuto le sue prime esperienze in panchina nella Seconda Categoria.

Diciamo che, relativamente alle carriere di chi è poi riuscito ad arrivare in Serie A, dobbiamo distinguere tra chi ha fatto un po’ di saliscendi tra dilettantismo e professionismo prima di affermarsi e chi, invece, è stato scoperto giocando in Serie D o Eccellenza.

Il salto diretto dai dilettanti alla Serie A è abbastanza raro, ovviamente, anche se capita ogni tanto che qualche club di A “investa” su ragazzi che si sono messi in luce in D. Durante l’ultima sessione di calciomercato, ad esempio il Genoa ha tesserato l’attaccante italo-argentino Franco Ferrari, un classe ’95 che giocava a Montecatini e che risulta ancora in rosa con il Grifone; il Bologna ha preso Lorenzo Musto, centravanti ’96 scuola Roma, che la scorsa stagione ha fatto 17 gol con la Torres e che ora è in prestito a Gubbio, in Lega Pro. Il Chievo ha fatto una doppia operazione con la Nuorese, assicurandosi il difensore Danese, del 1995, girato in prestito al Prato e la punta Alonzi, del 1997, girato invece al Santarcangelo.

La Serie B, a mio parere, rappresenta un discorso a parte. Negli ultimi anni il fatto di avere ex dilettanti nelle proprie rose è diventato addirittura un valore aggiunto, come dimostrano le promozioni di Carpi, Frosinone, Crotone e Pescara e la finale playoff del Trapani. Infatti, nonostante ogni anno si diano per favorite le squadre storiche che scendono dalla A, in realtà, anche quando poi riescono a risalire, lo fanno con non poca fatica, costrette ad affrontare avversarie agguerritissime come le neopromosse dalla Lega Pro. Sta succedendo anche quest’anno con le brillanti partenze di Cittadella, Benevento e Spal. Quello che chiamo Effetto Vardy, in B, è un fenomeno che viene ben rappresentato da società come il Carpi che anche quest’anno ha lanciato diversi calciatori provenienti dai dilettanti. Uno è Michael De Marchi, attaccante che giocava in Eccellenza e l’altro è Lamin Jawo, un centravanti che invece proviene dal Vado Ligure in D. Ma nel Carpi giocano diversi altri calciatori che hanno trascorsi dilettantistici, come Letizia, Di Gaudio, Pasciuti, Mbaye e Kevin Lasagna, altro attaccante che la scorsa stagione era stato etichettato come il Vardy italiano.

Quello che emerge è che non è raro incontrare storie di calciatori che sono riusciti ad affermarsi nel professionismo pur provenendo dai dilettanti e non avendo fatto un settore giovanile importante dal quale, probabilmente erano stati scartati. Senza entrare nella polemica sui troppi stranieri in Serie A e sugli, ormai, troppi stranieri nei settori giovanili, credo che una riflessione vada fatta.

Penso sia possibile aumentare il numero di calciatori formati in Serie D che compongono le rose dei club professionistici, basterebbe avere più coraggio, più competenza e più trasparenza. Inoltre questo consentirebbe di valorizzare maggiormente i nostri calciatori e, cosa non da poco, di mantenere risorse economiche nel nostro sistema, aiutando le tante società dilettantistiche a sostenere in maniera più leggera i loro costi di gestione ed evitando i reiterati fallimenti di tante piazze fondamentali per il movimento calcistico dei propri territori.

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