Se la sua carriera fosse un film, le scene di quest’autunno s’intitolerebbero “Mario is back”. Mario è tornato. E il protagonista non vestirebbe i panni di un idraulico dei videogiochi o di un barista di una canzone, ma quelli del calciatore italiano più talentuoso del momento: Mario Balotelli. Domenica scorsa, grazie a una sua doppietta, il Nizza ha prevalso sul Dijon e si è aggiudicato il titolo di campione d’inverno con una giornata di anticipo sulla fine del girone di andata, concluso mercoledì sera con un “più due” sul Monaco e, addirittura, “più cinque” sulla grande decaduta, il PSG degli sceicchi. Un risultato formidabile e impensabile. Come la rinascita del rossonero più famoso. Quel Mario Balotelli fin qui autore di otto reti in nove partite (1 ogni 88’), che la “Ligue-1” sta restituendo a quel calcio europeo che, in larga parte, lo considerava ormai sul viale del tramonto dopo un biennio inconcludente – 7 gol in 51 partite tra Milan e Liverpool – e buono ad alimentare critiche e interrogativi sul suo rendimento e sul suo futuro.

C’era una certa predisposizione al giudizio facile in quelle valutazioni, ma anche la delusione di chi non accettava quella realtà poiché aveva ancora negli occhi lui, statua d’ebano, che sotto il cielo di Varsavia troneggia sulla Germania e spedisce l’Italia in finale a Euro ’12. O lui “Man of the match” nella finale di FA Cup 2011 e simbolico “Man of the year” del calcio di Sua Maestà l’anno dopo, quando trascinò il Manchester City a uno scudetto in volata sui rivali di sempre dello United.

Poi, improvvisamente, il buio. Che cala col Mondiale brasiliano. Dove Mario segna contro l’Inghilterra, ma sbaglia contro il Costa Rica e rimane negli spogliatoi dopo il primo tempo contro l’Uruguay. L’Italia in quel momento è agli ottavi. Al novantesimo, invece, è fuori dal Mondiale e Mario sale sul banco degli imputati. È additato come uno dei capri espiatori, per alcuni è il principale.

Il Milan lo cede al Liverpool, ma è un flop. Idem quando ritorna in rossonero in prestito. Di nuovo ad Anfield, ma non lo vogliono. Come quasi tutta l’Europa. Troppo discontinuo, troppo indisciplinato (nel contratto dei Reds anche una clausola che avrebbe punito le sue intemperanze) e a ventisei anni, nel pieno della maturità di un atleta, è considerato un giocatore finito. Non da tutti però. A fine agosto, dopo l’1-1 in casa dell’Inter, l’allora tecnico del Palermo Ballardini dichiara che gli piacerebbe allenarlo. E il futuro di Balotelli sarà sì in riva al mare, ma quello della Costa Azzurra. L’ultimo giorno di mercato firma per il Nizza dove, come per incanto, ricomincia a essere SuperMario. Non solo per i gol, ma anche – e questa è la novità più attesa – per abitudini e comportamenti: capigliatura più sobria, il 9 al posto del 45 come numero di maglia, altruismo e impegno in campo (è vero, ha rimediato due espulsioni, ma sulla prima l’arbitro ha ammesso l’errore e la seconda, quella nel recupero contro il Bordeaux per un fallo a metà campo, è una sanzione esagerata) e presenza sui media per questioni tecniche e non, come in passato, di altra natura tipo gli spari in piazza con una pistola giocattolo, il coinvolgimento in risse in discoteca o le multe per eccesso di velocità.

“Mario deve capire che cosa vuole fare: se la sua priorità è il calcio, può diventare ancora uno dei primi cinque al mondo” ha detto Cesare Prandelli, suo grande estimatore e sostenitore. Forse Balotelli ha colto il messaggio di quella frase, cominciando a tener fuori dalla sua vita aspetti che in questi anni hanno generato la nomea di “bad boy” e che, rapportati col suo enorme tasso tecnico, hanno ingigantito ogni suo minimo errore e hanno aumentato le pressioni nei suoi confronti. Un atleta diventa campione se, al potenziale di madre natura, abbina impegno, umiltà, motivazioni e anche la capacità di stare lontano da situazioni che possono tramutarsi in boomerang per la sua vita professionale.

Viene da pensare che l’attaccante italiano abbia cambiato marcia o che la Francia, almeno in questo momento, sia il suo ambiente ideale per rendere al massimo. Perché ognuno di noi, al mondo, ha bisogno di trovare il suo posto e nel suo caso forse non era l’Italia o l’Inghilterra, ma una città come Nizza e una squadra con l’ambizione, ma non l’obbligo, di vincere.

Per la carta d’identità, Balotelli ha almeno altri dieci di carriera ad alti livelli, se affrontati col desiderio di togliersi soddisfazioni e con la voglia di fare di tutto per ottenerle. Si avvererebbe la previsione di Prandelli e quel “Why always me?” ieri ironica protesta scritta verso chi parlava sempre di lui, diverrebbe un invito affinché gli sportivi rispondano: “Because you’re a champion!”. Dopotutto la sceneggiatura del secondo tempo della sua carriera è ancora tutta da scrivere e se quelle sulla Riviera Francese sono le prime riprese, può venir fuori un capolavoro. Non dipenderà soltanto da lui, ma di sicuro dipenderà soprattutto da lui. Allez Mariò!

 

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