Sarebbe proprio il caso di dire, altro che “fair play finanziario”. L’ultimo rapporto della FIGC sullo stato di salute del nostro calcio (pubblicato nei giorni scorsi ed elaborato dal centro studi Arel e della società di consulenza Pwc) è una diagnosi impietosa dal punto di vista economico e finanziario. Che rivela come in Italia ci sia un grande malato che sembra incapace di guarire: il calcio italiano. Tenuto in vita soltanto grazie a quella “medicina” (per non chiamarla droga dato lo stato di dipendenza) che sono gli introiti da diritti televisivi.

Per il resto i numeri contenuti nelle 168 pagine che compongono l’analisi dei bilanci delle società di serie A, B e Lega Pro raccontano che il nostro “sistema calcio” è in profondo rosso. Per 536 milioni di euro che si riferiscono alla stagione 2014-15. Questa è infatti la cifra che manca allo stato attuale dei conti per farli quadrare. A fronte di ricavi complessivi per oltre 2,6 miliardi di euro (in calo rispetto alla stagione 2013-14) i costi ammontano a 3,07 (con la voce massima di costo rappresentata dal costo del lavoro salito a 2.252 milioni di euro nella stagione 2014-15) .

A comandare la classifica delle società in deficit, neanche a dirlo, c’è la serie A con 379 milioni di rosso. L’aspetto interessante (fino ad un certo punto) che anche gli analisti della Pwc hanno fatto notare è che il valore della produzione della filiera “calcio italiano” è calato proprio nell’anno in cui il Pil è tornato a crescere. Negli anni della recessione invece, mentre l’economia italiana decresceva o cresceva dello zero virgola, il “Pil del calcio italiano” (tranne nella stagione 2012-13) era sempre aumentato (con un picco massimo del 7% nel 2011). Mentre l’aspetto preoccupante, che riguarda soprattutto le società della serie A, è che i ricavi da diritti televisivi sebbene aumentati (del 4,5% da 987 milioni a poco più di 1 miliardo) non potranno tuttavia aumentare nei prossimi anni.

E come se non bastasse, calano anche le plusvalenze. Si è passati dai 582 milioni di euro del 2014 ai 380 del 2015. Complessivamente, il risultato netto delle società professionistiche del calcio italiano nel 2015 è peggiorato del 69% rispetto all’anno prima. Inoltre, ed è forse un aspetto che finisce per preoccupare ancora di più, le società di calcio vedono di anno in anno erodersi il loro patrimonio. Il totale del patrimonio netto dal 2014 al 2015 è infatti letteralmente precipitato: dai 274 milioni del 2014 ai 37 del 2015. In serie A il patrimonio netto aggregato è addirittura sceso in territorio negativo: -12,8 milioni di euro. E in tutto questo, chi dovrebbe investire cioè gli azionisti o i proprietari, a quanto pare, non pare che abbiano intenzione di farlo (tranne qualche sporadico caso). Senza l’incremento possibile dei ricavi derivante dalla costruzione di stadi di proprietà, diventa così “improrogabile” l’ingresso di investitori stranieri. Come i vari Pallotta, Thohir, Tacopina, Saputo e adesso la Suning i quali hanno comprato a prezzi di saldo.

Insomma al quadro a tinte rosse dei bilanci della società di calcio italiano, segue uno scenario piuttosto nero. L’uniche note positive non arrivano dai bilanci. Piuttosto riguardano la crescita del gioco del calcio come veicolo di integrazione sociale. Infatti, i calciatori stranieri negli ultimi 5 anni, sono cresciuti del 5%, raggiungendo la cifra complessiva di 57.270 tesserati. Di questi, un dato interessante arriva dai calciatori che non hanno raggiunto la maggiore età. Nel 2014-15, il numero dei ragazzi al primo tesseramento ha raggiunto le 10.284 unità. Tra questi il 54% proviene da Paesi Europei soprattutto Albania e Romania mentre un buon 30% arriva da Stati africani (come Marocco e Senegal).

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