C’era una volta un re, non giovanissimo, sapiente di sapienza ruspante, sanguigno in modi e pensieri. Il suo regno non era un gran regno, ma era pur sempre un regno di palazzi, casette, prati, bettole e punti scommesse e lui se lo teneva stretto con unghie, denti e qualche fanfaronata.

Come i più fra i re era fintamente amato dal suo popolo, o meglio, molti dei sudditi erano ossequiosi e lo omaggiavano con lusinghe nella speranza che dalla tavola imbandita cadesse qualche boccone prelibato.

Era attorniato da cortigiani e come ogni re nutriva preferenze per alcuni di loro, anche se li amava tutti come sapeva amare lui, di un amore austero e vagamente punitivo.

Un bel giorno – o forse no –  il re si svegliò nervoso e di cattivo umore: ogni quattro anni il popolo aveva la facoltà di scegliere se tenersi quel re o di acclamarne un altro; era un giorno bellissimo per il popolo che, ingenuo, pensava di poter dire la sua e un po’ meno per il re che sentiva il trono dondolare sotto il mappamondo. Giù dal letto il re agguantò subito il suo specchio magico: “Opti Pobà delle mie brame, chi vincerà nel mio reame?”. “Oh re, tuo è il regno, tua è la potenza e la gloria nei secoli!”.

Malfidente da sempre, il re chiamò subito a corte il Gatto e la Volpe; i due vecchi furbacchioni, gli occhi cisposi dal sonno, accorsero negli stanzoni Allegri. “Amici, questa volta ho davvero paura che Robin Hood possa farcela! So che non mi amate, ma voglio proporvi un patto: voi mi favorite ed io saprò ricompensarvi”.

Ai nostri non parve vera sì ghiotta occasione e srotolarono una lista della spesa da Mille e una Notte!

Suggellato l’accordo, altezzoso il re li licenziò…

Ancora in ambasce, sua maestà convocò in fretta e furia la Strega Cattiva capace di capovolgere le verità come sedie dopo pranzo. “Hai pronta la pozione scacciacoscienze? Ne serve in gran quantità!”. “Sire, a Pollicino ho ordinato di spruzzarne a più non posso in ogni dove. Casomai finisse, lui ha pronte le molliche per far ritrovare ai Nanetti la strada di casa”.

Nel pomeriggio Biancaneve, Cenerentola e la Fata Turchina giocavano a palla speranzose di buone nuove da Robin Hood, altri scommettevano carrettate di danari ai banconi delle botteghe volute dal re, altri ancora convincevano con qualche leccornia i più piccini.

E venne sera. Radunati i sudditi nel cortile del castello, un signorotto intimo del re disciplinava a gran voce in un latino maccheronico: “Tuus de qua, vojaltris de là! Ennamo, velociter!“.
Attimi di obbligata apprensione, sole e luna a guardare annoiati.

Rullo di tamburi e Musicanti di Brema: vinse il re!

Baci e abbracci.

E vissero tutti felici e contenti.

Insomma…

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