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Sport & Integrazione

Il progetto MuoverSì e l’importanza di raccontare lo Sport

Emanuele Sabatino

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Cosa c’é di meglio di una giornata di sport sorseggiando del buon vino? Nulla se il vino é quello pregiato dell’azienda Giacobazzi e a raccontare lo sport ci sono tre mostri sacri come Fabio Tavelli, Nicola Roggero e Leo Turrini di Sky. La terza tappa di sei del progetto MuovERsì, un percorso patrocinato dalla Regione Emilia Romagna, in cui si approfondiscono i valori fondamentali dello Sport. L’evento, organizzato da Volley Project, ha visto come cornice la splendida vineria della famiglia Giacobazzi, sita a Nonantola, in provincia di Modena, famiglia da sempre legata allo sport e soprattutto ai campioni come il compianto pilota di F1 Gilles Villeneuve e soprattutto Marco Pantani, per tre anni nel team che porta il nome dell’azienda e vincitore del Giro d’Italia dilettanti prima di passare tra i professionisti.
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Una location da brividi, un museo di cimeli sportivi in cui è impossibile respingere la sensazione di successi, fallimenti ma soprattutto gloria che si respira nell’aria. Ad aprire le danze tra i tre ospiti, imbeccati sul tema di come si racconta lo sport è il piú esperto di tutti Leo Turrini:“Si sta perdendo la narrazione. Raccontare lo sport significa raccontare o quantomeno tentare di raccontare l’emozione o il sacrificio che c’é dietro al risultato sportivo andando nel cuore e nella sostanza del racconto. Vedete quella foto lì, quella di Villeneuve con la tuta Giacobazzi? Quella foto é la partenza di una storia incredibile. Enzo Ferrari agli sgoccioli della sua vita, dove ormai vedeva le gare da casa, voleva andare a vedere dal vivo la sua scommessa Villeneuve, ex autista di slitte. I due ebbero un rapporto quasi da padre e figlio ma ad un certo punto un episodio fece infuriare Villeneuve che non gli rivolse piú la parola e questo rimase il rimpianto di Ferrari una volta scomparso il pilota. L’episodio in questione fu il gran premio di Imola del 1982. Il secondo pilota di Villeneuve, Pironi non fece passare Gilles e vinse la gara. Villeneuve su tutte le furie andò da Ferrari a chiedere lumi e quest’ultimo nel suo solito modo molto pacato rispose: “Gilles, hai ragione ma io sono Enzo Ferrari e ieri ad Imola la Ferrari é arrivata prima e seconda quindi a Pironi non posso dire proprio nulla”. Storia finita? Macché. Pironi a cui anche a lui Villeneuve non rivolse piú la parola, terminata la carriera automobilistica si diede a quella nautica dove morí gareggiando. Sua moglie al momento della morte portava già in grembo due gemelli e li chiamò Gilles, come Villeneuve e Didier, come suo marito Pironi. Ecco questo é lo sport
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La palla poi passa a Roggero che ci racconta quanto lo sport sia il viatico e strumento piú adatto per far comprendere le dinamiche sociali ed impartirci lezioni di vita. La sua storia é quella della rivalitá ciclistica tra Poulidor, idolo del popolo ed ancora oggi acclamato al Tour de France anche dai giovani che non l’hanno vissuto ma poco vincente tant’é che in Francia il suo nome viene usato per indicare la paura di vincere, e Anquetil, il preferito dell’aristocrazia francese ovunque fischiato e che chiamò la sua barca “siffler” che in francese vuol dire proprio fischi. Durante il tour del 1962, Anquetil ha 54 secondi di vantaggio ma il tratto successivo é un’insidiosissima salita, punto debole di Anquetill e forte di Poulidor. Il secondo prende il largo e taglia il traguardo in attesa del primo in piena difficoltá. Anquetil però é un grande calcolatore e stremato arriva dopo 40 secondi e subito chiede “sono ancora maglia gialla?” e alla risposta affermativa con un vantaggio di 14 secondi lui laconico risponde “Che spreco, 13 secondi di troppo”. E poi sviene. Al di lá della rivalitá tra i due c’era profondo rispetto tant’é che Anquetil in punto di morte nell’ultima corsa che non é riuscito a vincere, quella contro il cancro, visitato proprio da Poulidor si congeda dalla vita e lo congeda con un “Mi dispiace Raymond (Poulidor), anche alla morte sono arrivato prima di te”.
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Chiude il giro Tavelli che parla del giornalismo moderno che ha ferito gravemente la narrativa: “Io sono un giornalista di TG quindi spesso parlo di cronaca spicciola e di risultati. Purtroppo internet ed i social non permettono piú il romanzare alcuni aspetti dello sport che dopo tanti anni ancora non si sa se sono leggenda o veritá e questo perché o vengono mostrati direttamente senza riflessione buttati lí nel tritacarne o al contrario smentiti dai vari tweet, video, audio. Anche l’audience é cambiata e per certi versi vuole essere informata nel minor tempo possibile invece di essere emozionata. La conditio sine qua non per una narrativa efficace e capace di attivare l’elemento emozionale é lo scorrere del tempo, atto a far dimenticare un pochino a tutti per poi raccontare di nuovo la storia aggiungendo qualche dettaglio, magari anche romanzato, troppo bello per essere rovinato con la veritá“.
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La chiusura della serata ha come oggetto un solo nome quello di Marco Pantani, un trascorso nel team Giacobazzi, conterraneo ed idolo da queste parti. Prende la parola Turrini: “La storia di Pantani é una grande ingiustizia ma partiamo dai fatti: lui come tutti prendeva l’EPO. Prima i controlli anti-doping nel ciclismo si basavano solo sull’ematocrito, se lo avevi sotto i 50 eri ok se lo avevi sopra non venivi squalificato ma solo fermato per 2 settimane per la tua incolumitá. A Madonna di Campiglio é accaduto qualcosa di strano. Tutti sapevano quando arrivavano i controlli e come abbassare il livello in caso fossero alti allenandosi la notte. Possibile che sui primi 20 tutti sottoposti al controllo 19 avevano l’ematocrito entro i limiti e l’unico pirla con 52 fosse proprio Pantani che comunque non é mai stato squalificato per doping? Questo ci porta al fulcro del problema ovvero la brutta abitudidne italiana di screditare chi ce l’ha fatta piuttosto che emularlo e questo é molto preoccupante. Su Pantani si sono attivate 7 Procure della Repubblica, quattro in piú di quelle per Riina. Questo mi porta ad una sola ed unica riflessione: che cazzo di paese siamo? Il troppo potere di Armstrong, indicato proprio da Pantani in un’intervista alla Rai, ha permesso la sua esclusione dai successivi Tour mentre tutti gli altri fermati per ematocrito gareggiavano normalmente. Gli italiani non hanno permesso a Marco di andare alle Olimpiadi considerando la sua eventuale partecipazione come “Una vergogna per il paese”. Un ragazzo sicuramente fragile lasciato solo e non aiutato da nessuno. Beffa delle beffe l’idolatrazione di Armstromg per anni, prima di essere scoperto, simbolo del si può vince senza doping, pulito, dopo aver sconfitto il cancro”.
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Il tempo é volato e tra un sorso di vino pregiato e un appetizer si continua off record a fare quello che ci piace di piú: parlare di sport. Si conclude cosí la terza tappa del progetto MuovERsì, un progetto che continua a raccontare lo sport in modo diverso, vero, intelligente e brillante anche attraverso gli ospiti illustri invitati di volta in volta, con l’intento ambizioso di rieducare l’Italia, al momento priva di bussola, nella giusta direzione sportivo-culturale.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Calcio

“Stiamo preparando i nostri giocatori al peggio”: l’Inghilterra e la paura di Russia 2018

Emanuele Sabatino

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Nel 2018, a meno di un mese dalla Coppa del mondo che in teoria dovrebbe essere una festa di sport, una federazione quella inglese deve preparare i propri giocatori a ricevere insulti razzisti e discriminatori durante tutta la manifestazione.

Il coach dei leoni d’oltremanica Gareth Southgate si è detto molto preoccupato per il viaggio dei suoi in Russia poiché lì in quel paese il razzismo sta diventando molto endemico e ramificato tant’è che la Federazione Russa è stata multata di 33.000 franchi svizzeri (25.000 euro) proprio per i canti razzisti dei suoi supporters durante l’amichevole contro la Francia dello scorso anno.

In quella partita Paul Pogba stella del Manchester United e Ousmane Dembele del Barcellona furono oggetto del disgustoso appellativo di scimmie con contorno di ululati razzisti durante la vittoria per 3-1 dei galletti a San Pietroburgo.

“Stiamo preparando i nostri giocatori al peggio”, ha spiegato Southgate, “in questi casi ci è stato affidato un protocollo da seguire ma speriamo di non doverlo mai utilizzare perché quella che deve essere una festa di sport resti tale. L’importante è che i nostri giocatori, qualora venissero bersagliati, sapranno perfettamente che tutto lo staff e tutti i compagni di squadra gli saranno vicino il più possibile. Ci sono alcuni incontri a cui stiamo partecipando per arrivare il più preparati possibile a qualsiasi evenienza. Tutti i giocatori sanno che avranno tutto il supporto possibile.”

Il razzismo nel calcio russo è diventato una piaga da dopo il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991 è l’inizio dell’arrivo dei giocatori stranieri.

Il FARE (Football Against Racism) ha riportato 89 episodi di razzismo durante la stagione 2016-2017. I numeri sono gli stessi delle tre stagioni precedenti sintomo che la volontà di risolvere il problema da parte della federazione russa sembrerebbe non esistere.

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Calcio

La Scuola di Hans Dorfner e il calcio come divertimento per costruire i campioni di domani

Emanuele Sabatino

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La Scuola calcio Hans Dorfner è da oltre 20 anni  un nome familiare per giovani talenti e per gli appassionati di calcio. L’idea di Hans Dorfner è quella di trasmettere ai  piccoli talenti del calcio tedesco le sue conoscenze e abilità provenienti dalla sua lunghissima esperienza come giocatore del Bayern Monaco, Norimberga e della nazionale tedesca, da cui è emerso un concetto innovativo, rivoluzionario e secondo a nessuno.

La sua scuola calcio è diventata una delle più grandi in Germania. Qui i responsabili sono tutti insegnanti e allenatori sportivi e di calcio qualificati e addestrati. Ciò garantisce che questi ultimi siano pedagogicamente efficaci nell’insegnamento di questo sport.

Progettata e rivolta ai ragazzi dai 6 ai 14 anni, la scuola calcio propone sempre e ovunque un allenamento tecnologico e divertente. Nelle sessioni di allenamento del pomeriggio ciò che è stato appreso la mattina viene convertito in pratica sotto forma di gioco, competizione e torneo. Oltre alla formazione, ai bambini viene sempre offerto un’alimentazione equilibrata e variegata e vengono costantemente supervisionati per controllare che mangino tutto e apportino i giusti macronutrienti prima di tornare a giocare e divertirsi.

Travolta da un’ondata di entusiasmo dei piccoli calciatori ma anche dei genitori, la scuola calcio di Hans Dorfner ha dovuto ampliare costantemente la gamma di corsi e camp calcistici con l’obiettivo di soddisfare la sempre più crescente domanda.

Il successo della Germania calcistica parte dai più piccoli ed i suoi ingredienti segreti sono le scuole calcio meno tattiche ma tutto divertimento, nutrizione ed educazione, specialmente quando lo chef è d’eccezione come Hans Dorfner.

 

 

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