Anna Teresa Martella è giudice di nuoto sincronizzato dal 2005. Prima giudice di sedia poi giudice arbitro, Martella ha svolto un percorso di crescita sia professionale che personale. Ha affinato il suo gusto estetico, ha iniziato ad apprezzare maggiormente la geometria, ha cominciato ad ammirare il tempo. Che necessariamente deve essere sentito, fatto proprio e contato. Questo tempo che scandisce i movimenti a volte fluidi, a volte scattosi, ma sempre pieni ed energici. A questi movimenti il giudice Martella ha imparato a dare il voto. Il suo.

Che cosa l’ha spinta ad intraprendere la carriera del giudice?

Essendo sempre stata una forte appassionata di questo sport, ciò che mi ha spinto alla fine ad intraprendere un tale percorso è stata la curiosità di voler capire come veniva costruito il voto, sia dal lato tecnico sia dal lato artistico. Volevo capire come nasceva un giudizio fatto di numeri e non di parole.

Ha dovuto frequentare dei corsi di formazione, immagino.

Si, certo. Ho frequentato un corso di circa tre mesi, durante i quali la federazione italiana del nuoto mi ha fornito tutta la documentazione composta da disegni e dalla spiegazione tecnica di tutti gli esercizi. Ovviamente ad ogni esercizio era affiancata l’altezza esatta, cioè dove deve arrivare il livello dell’acqua rispetto alla gamba. In base ad essa, si regola la costruzione del voto. Ma tutte queste parole erano sempre seguite dai supporti visivi, per allenare l’occhio a riconoscere un buon esercizio da un altro non altrettanto preciso. La parte più pratica era poi effettivamente valutare un esercizio che veniva presentato in video durante una seduta. Infine ho dovuto superare un esame finale per passare da giudice aspirante ad essere giudice effettivo.

Qual è il suo obiettivo personale?

Il mio obiettivo personale era quello di crescere nel mio ruolo. Mi sarebbe piaciuto diventare almeno giudice nazionale, ma purtroppo la federazione non prevede una forte crescita per le persone al di sopra dei 40 anni. Quando ho iniziato li avevo compiuti da poco, quindi sono stata considerata troppo grande per un vero investimento. Preferiscono puntare sui più giovani, anche se meno professionali.

Cosa prova ogni volta che sta in sedia?

Provo sempre una forte emozione. La paura di sbagliare è alta, anche perché rispetto molto l’atleta e riconosco la fatica che fa, quindi ogni volta mi calo nei suoi panni e cerco di essere il più obiettiva possibile.

Cos’è per lei il nuoto sincronizzato?

È una passione che porto avanti fin da quando ero bambina, quando ancora era uno sport totalmente sconosciuto. Amavo Ester Williams e quella sua acquatica leggiadria.

Cosa pensa riguardo al fatto che il nuoto sincronizzato sia uno sport purtroppo non molto conosciuto?

Sono molto dispiaciuta. Purtroppo è uno sport in cui non viene fatto un forte investimento. Non ci sono molti soldi che girano, quindi i vari sponsor preferiscono puntare su sport primari come il calcio o il tennis. Il nuoto sincronizzato fa parte dei cosiddetti “sport minori”. Già il nuoto, ad esempio, è sport più qualificato sotto questo punto di vista. I mezzi di comunicazione sono concentrati su altri orizzonti e non danno una giusta rilevanza a questo sport troppo spesso screditato.

Cosa consiglierebbe per far uscire questo sport dalla sua oscurità?

Basterebbe più interesse da parte dei media, così da poter informare le persone dei successi o degli avvenimenti più importanti. Bisogna catturare l’attenzione di tutti. Solo così facendo si può diffondere un minimo di amore per uno sport del genere. Finché si continuerà a parlarne quasi di nascosto, non ci potrà essere popolarità.

Disciplina. Severità. Professionalità. Ma anche speranza per un futuro più roseo e più luminoso, affinché la bellezza del nuoto sincronizzato non rimanga rinchiusa nel suo piccolo mondo.

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