Ralf Rangnick, ex tecnico di discreto successo in patria ed attuale direttore sportivo della sorprendente capolista in Bundesliga RB Lipsia, avvistato a Londra: tanto è bastato per far scatenare i media oltre la Manica e non solo. Il motivo? Il colosso Red Bull sarebbe ormai ad un passo dall’ingresso (immaginiamo trionfale) pure nel calcio inglese.

Si tratta di voci esistenti ormai da tempo, che alcuni quotidiani hanno tentato di tramutare in ‘affare ormai fatto’ per anticipare giornalisticamente i rivali. Gli obiettivi dell’azienda austriaca sarebbero principalmente due: Brentford e Charlton.

Nel frattempo, però, piovono smentite da ogni parte. Ufficialmente, infatti, Rangnick era in visita dal Charlton per osservare da vicino Ademola Lookman, talento classe ‘97 che gioca anche nell’Under 19 dell’Inghilterra.

Difficile, comunque, immaginare che Red Bull non sia realmente intenzionata a sfondare anche presso il mercato inglese dopo aver ‘colonizzato’ (nel calcio): Stati Uniti (New York Red Bulls), Brasile (Red Bull Brasil), la madrepatria Austria (RB Salisburgo), il già citato RB Lipsia e, almeno fino a due anni fa, pure il Ghana; in questo caso, parliamo dell’unico fallimento calcistico della Red Bull, dal momento che la vecchia Red Bull Ghana è stata infine fusa con l’accademia ghanese del Feyenoord per il semplice fatto che il progetto targato RB stentava a decollare.

In tutti questi casi, comunque, non si può non parlare di un vero e proprio ‘metodo Red Bull’ comune. Il punto è proprio questo: l’azienda austriaca manterrà questo suo particolare modo di operare anche durante il suo (possibile) dorato soggiorno nel mondo del calcio britannico? Si tratta della domanda più in voga attualmente tra le redazioni giornalistiche popolate dai sudditi della regina Elisabetta.

Ma andiamo con ordine; in cosa consisterebbe tale ‘metodo’?

Molto semplice. Non tanto una politica di sola sponsorizzazione nei confronti di squadre di calcio o (in altri campi) automobili. Proprio no. Quando Red Bull decide di scendere in campo lo fa pesantemente, da ogni punto di vista. Una società viene acquistata, innanzitutto e, successivamente, vengono imposti cambiamenti drastici nel vero senso della parola. Il processo vede più o meno in ogni circostanza le seguenti tappe: club/azienda rinominati col proprio nome, sostituzione di tutta la dirigenza presente prima dell’acquisizione ed infine scelta oculata degli atleti su cui fondare le basi per un progetto vincente.

Le polemiche, ovviamente, soprattutto da parte dei tifosi delle squadre acquistate, non mancano. E’ stato il caso, in primis, dell’Austria Salisburgo (oggi, appunto, Red Bull Salisburgo). In tanti non accettarono tale ‘affronto’ alla storia del proprio club e decisero di fondare nel 2005 l’SV Austria Salisburgo, ripartendo dai bassifondi del sistema calcistico nazionale.

Nel 2006, Red Bull arriva negli Stati Uniti acquistando i New York MetroStars (squadra in cui a fine anni Novanta militò fugacemente anche Roberto Donadoni). La prima mossa? Indovinate un po’? Cambio di nome: addio Metrostars, benvenuti New York Red Bulls. Alla fine, grazie ad un nuovo impianto, a biglietti a prezzo ridotto per favorire i tifosi ad andare allo stadio e molte ex stelle del calcio europeo come Thierry Henry (su tutti), Rafa Márquez, Tim Cahill e Shaun Wright-Phillips, pur non vincendo trofei sul campo, i NY Red Bulls sono diventati una delle squadre più popolari pure al di fuori dei confini statunitensi.

Anno nuovo, squadre nuove. Tra il 2007 ed il 2008, infatti, Red Bull sbarca in Brasile e Ghana, progetti comunque sostanzialmente ‘satellite’ in favore di RB Salisburgo e NY Red Bulls.

Nel 2009, infine, Lipsia. Qui iniziano i problemi, seppur prima di raggiungere ad ogni modo la gloria dei giorni nostri.

L’ingresso nel calcio tedesco, infatti, per Red Bull è pieno di ostacoli posti tanto dai tifosi quanto dalle norme federali. L’azienda austriaca prova inizialmente ad acquistare la storica squadra di Lipsia dell’FC Sachsen, ma i suoi tifosi si oppongono fermamente. Si passa, dunque, al SSV Markranstädt, squadretta di un piccolo paese nei pressi di Lipsia. Anche qui i tifosi fanno resistenza ma alla fine l’acquisizione viene completata dopo che viene garantita la fondazione di un altro SSV Markranstädt per i tifosi contrari alla vendita della propria squadra. Per via delle norme della federazione calcistica tedesca, però, Red Bull non può inserire il suo nome in quello della squadra. Fine prematura del progetto? Macché! Con un gioco di parole, Red Bull arriva a dama: chiama il club RasenBallsport Lipsia (dove RasenBallsport sta letteralmente per “sport della palla sul campo”) in modo da poterlo abbreviare in RB Lipsia. Fenomeni puri del marketing.

Quello del nome non rimane, comunque, l’unico problema. Sempre per via del regolamento della federazione, Red Bull non può inserire nel logo della squadra il proprio marchio, come invece è stato già permesso negli Stati Uniti e in Austria; anche in questo caso, come si suol dire, ‘fatta la legge, trovato l’inganno’: Red Bull fa disegnare due tori rossi stilizzati e uno stemma che ricorda la forma del proprio marchio.

Nel 2009 la squadra tedesca di Red Bull disputa il suo primo campionato, in quinta divisione, e al primo anno viene subito promossa nella divisione superiore. Lascia quindi il piccolo stadio di Markranstädt e si trasferisce al moderno Zentralstadion, a cui viene dato il nome di Red Bull Arena, lo stesso nome degli stadi di Salisburgo e New York. Sotto la gestione del già citato Rangnick, il Lipsia arriva presto fino in Bundesliga. Un miracolo sportivo solo per chi non ha ben presente la programmazione esistente nell’intero mondo Red Bull.

Oggi, poi, la partenza clamorosa nel massimo campionato tedesco. Tutto bellissimo. Più o meno. Ogni settimana, infatti, si succedono proteste e, talvolta, anche boicottaggi da parte dei tifosi avversari (come è avvenuto nel caso di Borussia Dortmund-Lipsia) che disdegnano quanto fatto dall’azienda austriaca con il vecchio SSV Markranstädt e vedono nel RB Lipsia il mostro di un nuovo calcio composto unicamente da interessi dove i club non sono più ‘squadre’ ma ‘aziende’.

Chiudendo con una battuta, possono essere felici i tifosi del Bayern Monaco; da quest’anno, infatti, la squadra più odiata di Germana non possiede le maglie rossoblu e non risiede più in Baviera ma è biancorossa e si trova un po’ più a nord.

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