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Calcio

Il manifesto dello scanzismo: 10 domande sul calcio ad Andrea Scanzi

Lorenzo Semino

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Abbiamo fatto una chiacchierata con Andrea Scanzi, già intervistato qualche mese fa in vista degli Europei, provando a fare uno spaccato del calcio italiano e non solo proprio nei mesi in cui si comincia a parlare di trofei e coppe da sollevare.

Per rendere il tutto più piacevole, abbiamo cercato di ripercorrere la carriera del giornalista de Il Fatto Quotidiano prendendo spunto dal suo ricco palmarès per porre alcune domande. Ovviamente saranno 10, proprio come nella rubrica Ten Talking Points con cui delizia gli appassionati di calcio e di ’scanzismo’.

In gioventù hai scritto per ‘Il mucchio selvaggio’: nella Liga spagnola ci sono ben tre squadre separate da pochissimi punti, chi la scamperà?

Sto seguendo con attenzione la Liga. Mi piace. Il Real Madrid aveva un grande vantaggio, poi però ha rallentato e in più occasioni si è salvato neanche lui sa come. Sta soffrendo. Di contro il Barcellona ha ritrovato uno stato di forma quasi prodigioso. Tenendo conto anche dell’adrenalina portata dall’epico 6-1 contro il Paris Saint-Germain, direi 50% Barcellona, 45% Real e solo il 5% al Siviglia, anche se gli andalusi hanno in rosa il mio pupillo Jovetic. Mi piace da sempre, anche se gioca bene le prime tre partite e poi smette, complici i troppi infortuni. Con la Fiorentina sembrava un fenomeno, con l’Inter di Mancini aveva cominciato bene e poi niente, con lo stesso Siviglia ha esordito con una rete al Real Madrid.

A proposito de ‘Il Riformista’: Sarri, definito dalla stampa italiana come tale, vincerà mai un trofeo con il Napoli?

Prima di tutto una premessa: chiedo scusa a tutti i lettori per aver scritto per ‘Il Riformista’. Lo so, è una cosa grave, ma ero giovane. Poi – giuro – mi sono disintossicato e ho smesso. Definirei Sarri un massimalista e non certo un riformista: non per nulla lo chiamo “Che Gue Sarri”. Lui è un rivoluzionario, uno da ‘tutto o niente’. Un “riformista” casomai è Montella al Milan, perché cerca di adattarsi a quel che ha a disposizione. Tornando a Sarri, ad oggi non vincerà nulla perché la Juventus è nettamente più forte, ma non è colpa sua: se arrivi secondo o terzo con il Napoli, hai vinto il tuo scudetto.

Nel tuo curriculum c’è anche un’esperienza con ‘L’Espresso’: spostandoci sulla lavorazione del caffè, che può appunto essere definito espresso, la Juventus continuerà a macinare punti ed avversari in eterno?

C’è un totale dislivello tra Juventus e il resto delle squadre italiane. Come ho scritto più volte sin dall’estate, la Juve ha vinto lo scudetto già ad Agosto. Non ho mai creduto che Roma e Napoli fossero in corsa e nemmeno l’Inter, che reputo comunque in grado di arrivare seconda o terza. Le uniche sorprese vere sono Lazio e Atalanta. La Juve ha già vinto lo scudetto e ha grandi possibilità di conquistare la Coppa Italia, anche se nella gara secca con Lazio o Roma può accadere di tutto. Ha chance pure in Champions: può giocarsela sostanzialmente alla pari con Real, Barça e Bayern. Le altre le vedo più indietro. Diciamo che la Juve ha un 25-30% di vittoria finale. Il triplete è possibile. A livello nazionale, però, non c’è proprio gara. Le altre corrono al massimo per il secondo posto.

Un ‘Panorama’ sul Milan? Dal fantomatico closing alla gioventù rossonera

Sui giocatori: Montella sta traendo il massimo da una squadra che se va tutto bene può ambire al 5° o 6° posto. Già la quinta posizione sarebbe un miracolo. Come prima cosa blinderei quei pochi giocatori realmente validi che abbiamo come Donnarumma, Romagnoli e Suso. Quest’ultimo, ve lo ricordo, non è un giocatore: è la Luce. Ci sono poi molti giovani interessanti, soprattutto italiani, e questa politica di valorizzazione del vivaio mi piace. Farei poi di tutto per tenere Deulofeu, mentre Bacca – se c’è bisogno – lo aiuto io ad andare via. Gli faccio pure da autista.

Sulla società: Devo essere sincero: non ci ho capito una beata mazza. Ogni giorno mi sembra sempre tutto più confuso. Ironicamente ho scritto di recente: Il Closing non esiste, i cinesi non esistono e Marco Polo ci ha preso per il culo’. Non vorrei che si trattasse dell’ennesimo giochino di Berlusconi. L’unica certezza che ho è che ci stiamo coprendo di ridicolo. Se c’era una cosa che Berlusconi sapeva far bene era il presidente del Milan: ora nemmeno quello. Bah.

Hai messo in scena per anni (e ripresenterai l’8 Aprile al teatro Teatro Palazzo di Bari) lo spettacolo ‘Gaber se fosse Gaber’: Gabigol, se fosse davvero Gabigol, cosa potrebbe diventare?

Gabigol l’ho visto giocare veramente poco, un po’ alle Olimpiadi e un po’ (anzi pochissimo) in nerazzurro. E’ sicuramente un grande fenomeno mediatico, ma come calciatore non saprei dirti. Può esplodere, come pure deludere. Non è che mi stuzzichi granché.

Le cattive strade europee: perché così spesso si ‘snobba’ l’Europa League?

Perché fondamentalmente siamo un po’ provinciali, masochisti e abbiamo le idee poco chiare. Sembra che l’Europa League sia un impedimento per giocare bene in campionato, ma in realtà è l’unica competizione europea che resta dopo la Champions. Non penso che al Siviglia sia dispiaciuto di averla vinta per tre volte. Ci sono squadre nobilissime ed è una grande competizione. L’idea che il Napoli lo scorso anno e la Fiorentina adesso l’abbiano snobbata, denota miopia e incapacità di programmazione. Pensa alla Roma: a oggi, e lo scrivo prima della gara di andata col Lione, assieme al Manchester United sembra la squadra più attrezzata delle sedici rimasti. Deve provare eccome a vincerla, altro che “gestire la rosa” per il campionato. Tanto il campionato non lo vince mai finché c’è una Juve così, e pure il terzo posto porta spesso una sfiga siderale (la Roma ne sa qualcosa). La Fiorentina si è francamente coperta di ridicolo contro il Borussia Moenchengladbach. E alla Juve spiace ancora di avere perso col Benfica in semifinale tre anni fa, con la finale che si sarebbe giocata proprio a Torino.

Reputo anche la Coppa Italia molto importante: non abbiamo 38 competizioni nazionali e non possiamo permetterci di fregarcene. Io giocherei sempre con la prima squadra queste competizioni, anche se fossi la Juve, la Roma o il Napoli.

L’altro grande spettacolo teatrale è stato ’Il sogno di un’Italia’: quello di una Serie A a 18 squadre può diventare realtà?

Sarebbe una cosa molto sensata, l’ho scritto spesso nei miei Ten Talking Points sul Fatto. Quello delle 20 squadre è un retaggio malato che ci portiamo dietro dai tempi del Perugia di Gaucci. Quest’anno siamo giunti a un livello di delirio assoluto, con 3 squadre già retrocesse a Gennaio e gran parte delle partite della domenica diventate ormai inutili. Bologna ed Empoli non fanno punti da secoli ma non rischiano nulla, quando in un campionato normale sarebbero a un passo dalla B. Il Genoa pure, ma se non altro con Mandorlini ha vinto l’ultima partita e pare si stia riprendendo.

Credo che le due soluzioni fondamentali siano una Serie A a 18 squadre e l’introduzione dei play-out, che non renderebbero vane molte partite. Ad esempio, se domani si giocassero Sampdoria-Sassuolo o Cagliari-Bologna, sarebbero incontri del tutto inutili, non certo per chi le tifa ma senz’altro per la classifica: ci sono almeno otto squadre che non possono raggiungere l’Europa League e nemmeno rischiare la retrocessione. Non hanno più nulla da chiedere alla stagione, e siamo a metà marzo. Con queste due soluzioni, invece, il campionato sarebbe molto più vivo.

Prendendo invece spunto dalle trasmissioni televisive, a chi daresti un ‘Otto e Mezzo’?

Lo darei a Conte per quel che sta facendo al Chelsea come allenatore, a Mertens come giocatore, alla Juventus come squadra.

La squadra che esprime meglio di chiunque altra il concetto di ‘Futbol’?

La squadra del passato più bella che abbia mai visto è stato senza dubbio il Milan di Sacchi, quindi con il trio Gullit-Van Basten-Rijkaard, specialmente nelle prime due stagioni: 1987/88 e 1988/89.

Oggi invece direi il Barcellona, perlomeno quello visto nella gara di ritorno contro il Paris Saint-Germain. A livello nazionale invece scelgo il Napoli, una squadra collettiva e “orchestrale” che attacca benissimo. La scelgo anche per il bene che voglio a Maurizio Sarri: lo intervistavo quando avevo 25 anni ed allenava nella mia provincia aretina. Una bella persona, un grande allenatore.

Il decimo collegamento lo trovate invece nel titolo, perché Andrea Scanzi ha collaborato anche con ‘Il Manifesto’. Noi oggi abbiamo provato a portarvi qualcosa di insolito, un’intervista a tutto campo con un simbolo del giornalismo. Insomma, una sorta di manifesto dello Scanzismo.

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  1. Romano

    marzo 11, 2017 at 5:23 am

    Sono un fervente scanzista

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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