Oggi, insieme a Cristiano Ronaldo, è unanimemente riconosciuto come il calciatore più forte in attività. Qualcuno porta avanti anche paragoni con l’altro grande argentino della storia del football, ‘El Pibe de Oro’ Diego Armando Maradona, ritenendo che si tratti dell’unico talento in grado di raggiungere (superare?) i picchi del fenomeno che ha fatto sognare Napoli ad occhi aperti. Stiamo, ovviamente, parlando di Lionel Messi.

Il campione del Barcellona, a trent’anni compiuti da poco, ha vinto praticamente tutto il possibile a livello di club (sono ben noti, infatti, i ‘dolori’ di Messi nella nazionale albiceleste) e personale, con i Palloni d’Oro che in casa dell’argentino ormai verranno probabilmente utilizzati come i nani nei giardini di ogni comune mortale.

Eppure, la storia sarebbe potuta andare in modo molto diverso.

Siamo agli albori degli anni Duemila e l’imprenditore Enrico Preziosi è a capo del Como Calcio, società che, con tanti sforzi economici, il presidente sta tentando di far rientrare nel calcio che conta dopo anni bui. Ci riuscirà nel 2002, quando i lariani tornano nella massima serie in seguito ad un doppio salto di categoria in due anni partendo dalla Serie C.

Grande artefice del miracolo sportivo dei lombardi è il tecnico Loris Dominissini, che tuttavia dopo dodici giornate di Serie A viene esonerato. E’ l’inizio della fine per i biancoblù, che dopo un solo anno tornano immediatamente (e mestamente) in Serie B.

Il grande motivo di rammarico, però, a posteriori, può e deve essere considerato un altro.

Dalle giovanili dei Newell’s Old Boys, infatti, in quel periodo, in Lombardia giunge in prova un ragazzino dalla folta chioma castana. Si chiama Lionel Messi, per tutti semplicemente ‘Leo’. Il ragazzo non è affatto male. Ha numeri importanti ed una velocità con la palla al piede semplicemente eccezionale.

Il problema? ‘Leo’ è gracile, fin troppo pensa qualche ‘esperto’, per il ruvido calcio italiano. Alla fine non se ne fa nulla e Messi si accasa in Spagna poco dopo. E’ il rimpianto del secolo.

A confessare la vicenda, nel 2010, ormai da presidente del Genoa, fu Enrico Preziosi in prima persona. Tra i motivi della rinuncia anche dei problemi con la famiglia dell’argentino. “Quando si prende un ragazzo, c’è tutta una trafila anche per quanto riguarda i genitori, bisogna sistemarli in Italia. C’era tutta una situazione che impegnava la società a fare determinate cose, perché era minorenne.”

Il numero uno rossoblù ci tenne, inoltre, a specificare di non essersi occupato in prima persona della trattativa. “I fenomeni ci sono sempre, allora non ero io il fenomeno, era qualcun altro, però va bene così. Molto spesso sono i direttori sportivi che si occupano dei ragazzi giovani, che decidono di ingaggiarlo o no. Non è per scaricare la colpa, ma è stato così. Avevamo una persona che lo seguiva, avevamo parlato con la famiglia, era molto entusiasta di venire in Italia, però poi non se n’è fatto niente”.

Messi al Como. Sembra roba da Playstation o Football Manager ed invece poteva essere davvero realtà.

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