«Ma Giordano chi? De’ chi stai a parlà? De’ Bbrunetto nostro?». Fine giugno 2009, l’afa già stritolava Roma, ma non al punto da mandare in tilt le sinapsi della Trastevere biancoceleste. Che, sentendo quel nome – Giordano – sulla bocca di due ragazzi che chiacchieravano fra loro per le strade del rione, escluse qualsiasi rimando a statue e fiumi per associarlo immediatamente a quel simbolo di lazialità che, venticinque anni prima, arrivò addirittura a rifiutare il trasferimento alla Juventus.

Era l’estate del 1984 e la Lazio si era appena salvata all’ultima giornata grazie giustappunto alla doppietta di Giordano nel 2-2 di Pisa. Quel giorno, davanti oltre tremila tifosi arrivati dalla Capitale, la squadra aveva concluso nel migliore dei modi un campionato contrassegnato da numerosi problemi: la faticosa ricerca degli equilibri tattici per un organico rinnovato rispetto la promozione dell’anno precedente che portò anche al cambio in panchina con Carosi al posto di Morrone; rapporti ben poco idilliaci nello spogliatoio; episodi arbitrali anomali (il 2-2 interno contro l’Udinese subito al quinto di recupero della ripresa, in nove contro undici a causa di due espulsioni affrettate, e con l’arbitro Menicucci rincorso con un ombrello da un infuriato Chinaglia); ma, soprattutto, l’infortunio proprio di Bruno Giordano, il più forte del gruppo, che ad Ascoli, il 30 dicembre 1983, subì la frattura del perone a causa di un’entrata folle di Bogoni e rimase fuori per quattro mesi. Rientrò ad aprile, giusto in tempo per segnare quattro delle nove reti fondamentali per la sofferta permanenza in serie-A.

Insoddisfatto e smanioso di rilancio, Chinaglia aveva in mente una profonda rifondazione tecnica per la stagione successiva. Ma doveva scontrarsi con il problema principale del club: le precarie condizioni finanziarie. Gli imprenditori americani per i quali faceva da garante latitavano e le casse societarie boccheggiavano. Almeno finché a via Col di Lana non bussò la Juventus. Voleva Giordano, valutato al tempo circa cinque miliardi, ed era disposta a intavolare una trattativa che comprendeva almeno tre o quattro giocatori da inserire nell’affare come contropartite tecniche. Parafrasando Don Vito Corleone, era un’offerta che non si poteva rifiutare. E infatti la Lazio dette il suo benestare all’operazione. Che però naufragò al momento dell’accordo tra la Juventus e il giocatore. Fedele alla sua politica, che prevedeva un ingaggio magro destinato però a moltiplicarsi con i premi per le vittorie, Boniperti propose a Giordano un contratto con uno stipendio inferiore rispetto a quanto l’attaccante percepiva dalla Lazio. Nonostante più di un incontro fra i due, l’attaccante non volle lasciare Roma per Torino. Fu un esito che mandò in ebollizione un ambiente già di per sé abbastanza caldo. Chinaglia s’infuriò con quello che era considerato il suo erede in campo insieme a una parte di tifosi; un’altra parte invece interpretò quel gesto come un atto d’amore: dopo 108 gol in dieci stagioni (di cui due senza disputare una partita a causa della squalifica per il calcio-scommesse), Giordano giurava amore eterno alla squadra e alla maglia.

Non si è mai saputo se alla base di quella scelta prevalse l’aspetto economico, quello sentimentale o entrambi in egual misura. Certo è che nello sport, sia a livello amatoriale che professionistico, quando si antepone il cuore alla ragione, aumentano le possibilità di prendere decisioni che possono rivelarsi sbagliate. Come fu la permanenza di Giordano alla Lazio. La sua mancata cessione, di fatto, bloccò il mercato (che al tempo chiudeva i primi giorni di luglio), l’organico non fu rinnovato, i problemi si moltiplicarono con un altro provvedimento infaustoil ritorno dell’argentino Lorenzo al posto dell’esonerato Carosi e a fine stagione la Lazio retrocesse in serie-B.

A giugno, per Giordano sarebbero arrivate altre offerte e lui stavolta avrebbe accettato di cambiare aria, firmando per il Napoli di Maradona dove avrebbe vinto lo scudetto (’86-87). Poi avrebbe giocato con Bologna e Ascoli, avrebbe allenato sedici squadre, ma non sarebbe più ritornato alla Lazio.

Dove però è rimasto nel cuore dei tifosi ai quali, a distanza di decenni, basta il nome per chiedere subito: «Ma Giordano chi? De’ chi stai a parlà? De’ Bbrunetto nostro?!».

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