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Calcio

Il cuore dei tifosi è più grande della malattia: Amici di Genny è ora realtà

Simone Meloni

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“Domenica siamo a Frosinone-Spezia, vorremmo ci fossi anche tu”. È un messaggio secco e conciso, quanto pieno di quella gioia di vivere e di quella speranza che da subito ho carpito nella mente e nell’anima di chi me lo ha mandato. Avevo lasciato il piccolo Gennaro qualche mese fa, con il papà Giuseppe e la mamma Mariarosaria intenti a portare avanti la battaglia per la ricerca contro la CDG – grave patologia congenita dalla quale è affetto – in tutti i campi di calcio d’Italia, oltre che a dar vita giuridicamente a una vera e propria associazione. Una storia partita da Pagani, città natale dei protagonisti, e continuata prima oltre i confini cittadini e poi oltre quelli regionali. Cosa che è di fatto riuscita: Amici di Genny è ora un’entità riconosciuta, in grado di raccogliere fondi e promuovere la lotta contro questa rarissima malattia che attualmente colpisce ventitré persone in tutto il nostro Paese.

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Ci sono momenti e situazioni in cui anche il più importante degli impegni può esser messo in secondo piano. È molto più che una semplice esigenza di dar continuità a un lavoro cominciato mesi prima, è un dovere verso sé stessi e un obbligo morale. Ci sono volte in cui ci si ricorda perché si è deciso di impugnare la penna vita natural durante e dar sfogo alle proprie idee, ai propri pensieri e alle proprie riflessioni attraverso la scrittura. Succede sempre più di rado, soprattutto se ci si perde troppo spesso in elucubrazioni e riflessioni sul calcio e sul tifo, folli vortici che spesso portano a perdere la nitidezza verso tutto ciò che li circonda. Ma folli vortici in grado anche di dar vita a qualcosa di bello ed importante. Sta di fatto che quando succede si ha la sensazione – seppur fuggente – di poter fare da tramite e di poter essere utili alla causa. Anche fosse solo un sorriso strappato a chi tutti i giorni lotta con una caparbietà rara da trovare nell’appiattimento generale di una società che ci somministra quotidianamente morfina virtuale per azzerare il nostro lato intellettivo più nobile.

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Amici di Genny non è solo un’associazione, non è solo un’idea di due genitori coraggiosi. D’acciaio. Indissolubili e perseveranti. Ma un messaggio chiaro a tutti quelli che vivono situazioni simili o analoghe: “Non mollate, i vostri cari sono quanto di più bello la vita vi abbia donato. Difendeteli con le unghie e con i denti dal primo all’ultimo istante”. Concetti che – perdonatemi il voler accostare “sacro e profano” – si sposano alla perfezione con molti dei ragazzi che ogni domenica affollano le curve degli stadi italiani. C’è ben altro nel mondo dei tifosi rispetto alle etichette che troppo frettolosamente gli vengono appiccicate da personaggi che spesso non ne conoscono nulla. E persino nel calcio dei milioni, dei bilanci da tenere d’occhio, dei divieti continui e del grigiore imperante riesce ancora ad esserci spazio per una bella fetta di umanità. Di civiltà, sarebbe meglio dire.

Di 25 aprile c’è chi affolla i parchi e chi bivacca sulle innumerevoli spiagge dei litorali italiani. Forse apparirà strana la scelta di inoltrarsi nell’entroterra laziale per osservare da vicino l’ennesima piccola vittoria di queste persone. Strana per chi riserba poca fiducia nel lato buono del genere umano. Strana per chi ancora non ha capito quanto lo sport, il tifo e l’aggregazione giovanile siano di basilare importanza per un Paese che spesso si mette in evidenza per l’egoismo e l’indifferenza dei suoi figli. Lungi da me inerpicarmi in concetti ecumenici ed eucaristici, ma di certo lo scendere troppo spesso in un materialismo esacerbante rischia di distruggere le generazioni che verranno. Rischia di infrangere i loro sogni ma soprattutto di spezzare un filo che in Italia sostiene un aspetto ancora sentito e difeso a spada tratta: la solidarietà.

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Genny, Mariarosaria e Giuseppe entrano in campo, prima della partita, come gli è successo spesso negli ultimi mesi. Il manto verde del Matusa espelle tutto il suo odore di erba selvaggia a causa del forte sole primaverile che lo cinge d’assedio ormai da qualche ora, mentre alcuni raggi battono sul campanile della città vecchia tornando in campo ed irradiando la discesa dei veri gladiatori di questa giornata. Come sempre – da quando questo tour è iniziato – è la curva il primo pulpito ad alzarsi in piedi per applaudire, sostenere e cantare. Ma non ci sono giocatori in campo o reti da festeggiare. C’è questa “piccola” famiglia che è riuscita a scalare una montagna finora. Anche se non basta. Non deve bastare. Vogliono risalire l’Appennino e scalare le Alpi. E forse ci riusciranno. E se oggi a rendere ferrea e sentita questa iniziativa c’è la storica amicizia tra le curve di Frosinone e Paganese, nessuno dimentichi quanto anche tifoserie storicamente rivali di quella azzurrostellata abbiano dato il loro grande e massiccio contributo. Basti pensare a Nocera, sicuramente la più acerrima delle “nemiche” di Pagani. Il cammino di Genny non ha colore o campanile, il suo cammino passa per la stessa solidarietà che sotterranea unisce spesso il mondo delle curve in silenzi e dolori, condivisi da tifoserie sperate da chilometri e rivalità.

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Si è fermata la musica irrorata dalle casse dello stadio e la scena è tutta per loro. “Alziamoci in piedi, di solito lo facciamo per cose meno importanti”, esorta lo speaker. È un tripudio di applausi il regalo più bello per Genny, che proprio oggi festeggia due anni. Coccolato e osannato da tutti. Alla faccia di chi ragiona ancora dietro a stupidi pregiudizi. Quale modo migliore per sconfiggerli? Perché per abbattere un mostro come la CDG o altre malattie rare c’è bisogno di un cammino parallelo che fagociti realmente un retaggio culturale troppo spesso ancora presente. Non esistono bambini “normali” e bambini “diversi”. Debbono esistere i bambini. E a tutti deve essere permessa un’esistenza dignitosa. Il resto – è ovvio – devono e possono farlo la medicina e la ricerca.

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Soddimo, Ciofani e Dionisi tengono in braccio Genny, poco prima di riscendere negli spogliatoi per affrontare lo Spezia, avversario di turno. Lo batteranno e dopo il triplice fischio lasceranno ancora una volta spazio al protagonista di giornata, acclamato per l’ultima volta dal Matusa.

E non finisce certo qui. Amici di Genny è ora una realtà assodata e domenica farà ritorno proprio laddove tutto è iniziato: a Pagani, per la sfida contro il Lecce. Ci sarà una vera e propria “Festa dei bambini” allo stadio Torre, mentre il giorno seguente sarà il turno dell’Arechi di Salerno, dove i granata ospiteranno proprio il Frosinone. Un altro palcoscenico importante, in cui l’associazione vuol tornare. Ma da protagonista. “Abbiamo intenzione di organizzare una vera e propria partita del cuore – svela Giuseppe –  tra una selezione di ultras italiani e la Nazionale Cantanti. Sarebbe bellissimo e sicuramente avremmo una partecipazione importante”.

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E di questo non ne abbiamo dubbi. Ormai il “Dado è tratto”, come disse Giulio Cesare attraversando il Rubicone. Ci piace pensare che sia proprio il piccolo Genny a vestire i panni di uno dei personaggi più importanti e influenti per la storia dell’umanità.

Per conoscere e aiutare l’associazione

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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