“Domenica siamo a Frosinone-Spezia, vorremmo ci fossi anche tu”. È un messaggio secco e conciso, quanto pieno di quella gioia di vivere e di quella speranza che da subito ho carpito nella mente e nell’anima di chi me lo ha mandato. Avevo lasciato il piccolo Gennaro qualche mese fa, con il papà Giuseppe e la mamma Mariarosaria intenti a portare avanti la battaglia per la ricerca contro la CDG – grave patologia congenita dalla quale è affetto – in tutti i campi di calcio d’Italia, oltre che a dar vita giuridicamente a una vera e propria associazione. Una storia partita da Pagani, città natale dei protagonisti, e continuata prima oltre i confini cittadini e poi oltre quelli regionali. Cosa che è di fatto riuscita: Amici di Genny è ora un’entità riconosciuta, in grado di raccogliere fondi e promuovere la lotta contro questa rarissima malattia che attualmente colpisce ventitré persone in tutto il nostro Paese.

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Ci sono momenti e situazioni in cui anche il più importante degli impegni può esser messo in secondo piano. È molto più che una semplice esigenza di dar continuità a un lavoro cominciato mesi prima, è un dovere verso sé stessi e un obbligo morale. Ci sono volte in cui ci si ricorda perché si è deciso di impugnare la penna vita natural durante e dar sfogo alle proprie idee, ai propri pensieri e alle proprie riflessioni attraverso la scrittura. Succede sempre più di rado, soprattutto se ci si perde troppo spesso in elucubrazioni e riflessioni sul calcio e sul tifo, folli vortici che spesso portano a perdere la nitidezza verso tutto ciò che li circonda. Ma folli vortici in grado anche di dar vita a qualcosa di bello ed importante. Sta di fatto che quando succede si ha la sensazione – seppur fuggente – di poter fare da tramite e di poter essere utili alla causa. Anche fosse solo un sorriso strappato a chi tutti i giorni lotta con una caparbietà rara da trovare nell’appiattimento generale di una società che ci somministra quotidianamente morfina virtuale per azzerare il nostro lato intellettivo più nobile.

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Amici di Genny non è solo un’associazione, non è solo un’idea di due genitori coraggiosi. D’acciaio. Indissolubili e perseveranti. Ma un messaggio chiaro a tutti quelli che vivono situazioni simili o analoghe: “Non mollate, i vostri cari sono quanto di più bello la vita vi abbia donato. Difendeteli con le unghie e con i denti dal primo all’ultimo istante”. Concetti che – perdonatemi il voler accostare “sacro e profano” – si sposano alla perfezione con molti dei ragazzi che ogni domenica affollano le curve degli stadi italiani. C’è ben altro nel mondo dei tifosi rispetto alle etichette che troppo frettolosamente gli vengono appiccicate da personaggi che spesso non ne conoscono nulla. E persino nel calcio dei milioni, dei bilanci da tenere d’occhio, dei divieti continui e del grigiore imperante riesce ancora ad esserci spazio per una bella fetta di umanità. Di civiltà, sarebbe meglio dire.

Di 25 aprile c’è chi affolla i parchi e chi bivacca sulle innumerevoli spiagge dei litorali italiani. Forse apparirà strana la scelta di inoltrarsi nell’entroterra laziale per osservare da vicino l’ennesima piccola vittoria di queste persone. Strana per chi riserba poca fiducia nel lato buono del genere umano. Strana per chi ancora non ha capito quanto lo sport, il tifo e l’aggregazione giovanile siano di basilare importanza per un Paese che spesso si mette in evidenza per l’egoismo e l’indifferenza dei suoi figli. Lungi da me inerpicarmi in concetti ecumenici ed eucaristici, ma di certo lo scendere troppo spesso in un materialismo esacerbante rischia di distruggere le generazioni che verranno. Rischia di infrangere i loro sogni ma soprattutto di spezzare un filo che in Italia sostiene un aspetto ancora sentito e difeso a spada tratta: la solidarietà.

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Genny, Mariarosaria e Giuseppe entrano in campo, prima della partita, come gli è successo spesso negli ultimi mesi. Il manto verde del Matusa espelle tutto il suo odore di erba selvaggia a causa del forte sole primaverile che lo cinge d’assedio ormai da qualche ora, mentre alcuni raggi battono sul campanile della città vecchia tornando in campo ed irradiando la discesa dei veri gladiatori di questa giornata. Come sempre – da quando questo tour è iniziato – è la curva il primo pulpito ad alzarsi in piedi per applaudire, sostenere e cantare. Ma non ci sono giocatori in campo o reti da festeggiare. C’è questa “piccola” famiglia che è riuscita a scalare una montagna finora. Anche se non basta. Non deve bastare. Vogliono risalire l’Appennino e scalare le Alpi. E forse ci riusciranno. E se oggi a rendere ferrea e sentita questa iniziativa c’è la storica amicizia tra le curve di Frosinone e Paganese, nessuno dimentichi quanto anche tifoserie storicamente rivali di quella azzurrostellata abbiano dato il loro grande e massiccio contributo. Basti pensare a Nocera, sicuramente la più acerrima delle “nemiche” di Pagani. Il cammino di Genny non ha colore o campanile, il suo cammino passa per la stessa solidarietà che sotterranea unisce spesso il mondo delle curve in silenzi e dolori, condivisi da tifoserie sperate da chilometri e rivalità.

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Si è fermata la musica irrorata dalle casse dello stadio e la scena è tutta per loro. “Alziamoci in piedi, di solito lo facciamo per cose meno importanti”, esorta lo speaker. È un tripudio di applausi il regalo più bello per Genny, che proprio oggi festeggia due anni. Coccolato e osannato da tutti. Alla faccia di chi ragiona ancora dietro a stupidi pregiudizi. Quale modo migliore per sconfiggerli? Perché per abbattere un mostro come la CDG o altre malattie rare c’è bisogno di un cammino parallelo che fagociti realmente un retaggio culturale troppo spesso ancora presente. Non esistono bambini “normali” e bambini “diversi”. Debbono esistere i bambini. E a tutti deve essere permessa un’esistenza dignitosa. Il resto – è ovvio – devono e possono farlo la medicina e la ricerca.

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Soddimo, Ciofani e Dionisi tengono in braccio Genny, poco prima di riscendere negli spogliatoi per affrontare lo Spezia, avversario di turno. Lo batteranno e dopo il triplice fischio lasceranno ancora una volta spazio al protagonista di giornata, acclamato per l’ultima volta dal Matusa.

E non finisce certo qui. Amici di Genny è ora una realtà assodata e domenica farà ritorno proprio laddove tutto è iniziato: a Pagani, per la sfida contro il Lecce. Ci sarà una vera e propria “Festa dei bambini” allo stadio Torre, mentre il giorno seguente sarà il turno dell’Arechi di Salerno, dove i granata ospiteranno proprio il Frosinone. Un altro palcoscenico importante, in cui l’associazione vuol tornare. Ma da protagonista. “Abbiamo intenzione di organizzare una vera e propria partita del cuore – svela Giuseppe –  tra una selezione di ultras italiani e la Nazionale Cantanti. Sarebbe bellissimo e sicuramente avremmo una partecipazione importante”.

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E di questo non ne abbiamo dubbi. Ormai il “Dado è tratto”, come disse Giulio Cesare attraversando il Rubicone. Ci piace pensare che sia proprio il piccolo Genny a vestire i panni di uno dei personaggi più importanti e influenti per la storia dell’umanità.

Per conoscere e aiutare l’associazione

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