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Pugilato

Il Cinema racconta la Boxe, così il Pugilato merita l’Oscar

Canorro

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Dal ring al cinema, la “noble art” incontra (sempre più spesso) la settima arte. Il risultato, in questo caso, è il godibile volume Il cinema racconta la boxe (Ultra edizioni, 189 pagine, 16 euro) scritto da Francesco Gallo, autore “che si occupa di storia contemporanea, per lo più in rapporto allo sport e al cinema”, si legge nella presentazione. Il risultato del suo lavoro è un volume ricco di aneddoti e curiosità che ripercorre, con dovizia di particolari, le vicende degli eroi del ring sul grande schermo (come recita il sottotitolo), consentendo al lettore di immergersi sia nella storia del pugilato internazionale sia, appunto, in quella di un cinema senza età.

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Da Buster Keaton ad Alfred Hitchcock, da Luchino Visconti a Martin Scorsese, molti grandi autori hanno voluto raccontare uno sport che, più di tutti gli altri, definisce al meglio l’incessante lotta tra il bene e il male. Senza dimenticare che l’identificazione con i suoi protagonisti che, ieri come oggi, rimane fortissima. Merito (anche) delle vicende del famigerato Jack La Motta, un uomo dal carattere brusco e complesso, immortalato nel capolavoro di Scorsese del 1980 “Toro scatenato” (ispirato dall’autobiografia “Raging bull: my story”, con l’adattamento di Paul Schrader e Mardik Martin). Protagonista della pellicola, un giovanissimo Robert De Niro che, nell’interpretare l’ascesa e la caduta del pugile peso medio italo-americano fu costretto – per esigenze di copione – a metter su trenta chili così da poter dare anima (e soprattutto corpo) a un Jack La Motta invecchiato. Risultato? Premio Oscar come miglior attore protagonista (e Oscar al montaggio di Thelma Schoonmaker).

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E ancora, tra i cineasti che hanno omaggiato la boxe è impossibile non citare Clint Eastwood, che nel 2004 ha diretto, interpretato nonché prodottoMillion dollar baby, film vincitore di quattro premi Oscar (miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista Hilary Swank e miglior attore non protagonista Morgan Freeman). La pellicola – tratta dal romanzo Lo sfidante di F.X. Toole – vede irrompere la trentenne Maggie Fitzgerald (Swank) nella vita dell’anziano manager di pugilato Frankie Dunn (Eastwood), con l’intento di diventare una campionessa di boxe. L’alchimia che li unisce darà risultati inaspettati, però si piange. Eccome.

rocky

Ovviamente, quando si parla di boxe e cinema non si può dimenticare l’affascinante saga di Rocky (il primo film, diretto da John G. Avildsen, è datato 1976 e si è aggiudicato tre premi Oscar), intrepretato da Sylvester Stallone, né una pellicola – decisamente meno fortunata – come “Cinderella man”, diretta nel 2005 da Ron Howard con protagonista un più che allenato Russel Crowe, qui nei panni di Jim Braddock, pugile irlandese cresciuto nelle strade. Da recuperare.

cinderella man

 

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2 Commenti

2 Comments

  1. Francesco

    febbraio 12, 2017 at 7:47 pm

    Bellissimo articolo il pugilato è molto sottovalutato non come sport, ma per tutte le persone che hanno contribuito a renderlo grande, che solo leggendo articoli come questo ho letto libri oppure vedendo film basati sulla storia di grandi campioni si riesce a capire quanta passione e forza di volontà ci possano mettere nel realizzare le loro imprese.

  2. Carlo Boxe

    giugno 6, 2017 at 11:47 am

    Million dollar baby un film che ti fa stringere il cuore dall’inizio alla fine. Bravi, ottimo articolo.

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Pugilato

La vera storia di Jack Johnson: un perdono lungo 100 anni

Francesco Gallo

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L’imperdonabile nero

«I am considering a Full Pardon!». Così ha twittato sabato 21 aprile il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Contattato da Sylvester Stallone (che vestirà per l’ottava volta i panni di Rocky Balboa nel sequel Creed 2), Trump su Twitter ha scritto di aver ascoltato la «complessa» e «controversa» storia del pugile Jack Johnson e di voler quindi prendere «in considerazione» la possibilità di poterlo perdonare. Già dai tempi del repubblicano John McCain, molti politici americani stanno chiedendo a gran voce l’ufficiale riabilitazione della figura di Jack Johnson, il pugile vittima di pregiudizi razziali — prima di Joe Louis e Muhammad Ali — e per «aggiustare il torto» subìto dal primo campione nero dei pesi massimi. Ma né Bush, né tantomeno Obama, in maniera forse ancora più incredibile, hanno mai risposto a questo accorato appello. Ma cosa ha combinato di tanto grave Jack Johnson tanto da aver scomodato addirittura tre presidenti al fine di ricevere un postumo perdono?

Il gigante di Galveston

Nato nel 1878 a Galveston, in Texas, da una famiglia di ex schiavi affrancati, il piccolo John Arthur Johnson — che tutti però avrebbero cominciato a chiamare in maniera più familiare «Jack» — dotato di una grande robustezza fisica, sin dall’adolescenza cercava il naturale sfogo di una così prorompente fisicità in diversi sport: dalle corse in bicicletta a quelle in sella ai purosangue. Scappato da casa e rifugiatosi a Boston, trovò lavoro come inserviente nelle stalle dei cavalli nelle scuderie di un ippodromo dove, un giorno, scalciato brutalmente da uno di essi, si ruppe il femore sinistro. Una lunga cicatrice che dalla coscia gli arrivava al ginocchio gli sarebbe restata come ricordo per tutta la vita. Per questa ragione, abbandonata l’idea di domare puledri, decise di darsi al pugilato e si ritrovò a tu per tu con i primi avversari a bordo di un ring nei campionati di boxe per soli neri.

Jack si fece notare dal pubblico delle itineranti fiere del Massachusetts, nel corso di alcune esibizioni in cui riusciva a sbarazzarsi in pochi minuti di tutti i coraggiosi pretendenti che avevano avuto il fegato di battersi con un muscoloso colosso di un metro e novanta. Tuttavia, la segregazione razziale nel Sud e l’inaccessibile mondo del pugilato per soli bianchi, cominciarono a far emergere in lui una sorta di complesso di inferiorità del nero da cui non sarebbe mai più riuscito a guarire. Un’inibizione psicologica alienante che, c’è da capirlo, feriva nella profondità dell’animo.

Tuttavia, la sua carriera pugilistica cambiò un minuto dopo l’incontro con  Joe Choynski, soprannominato «il Terrore della California». I due in quel freddo febbraio del 1901 finirono dentro per «turbativa dell’ordine pubblico», poiché in Texas all’epoca erano ammesse le esibizioni ma non gli incontri professionistici. Ma proprio durante quel periodo di reclusione, Jack ebbe modo di imparare l’arte della boxe direttamente dal suo avversario — uno dei grandi pionieri della boxe, autentico fuoriclasse e appassionato lettore dei classici della letteratura. Benché Jack sul ring risultasse una forza della natura, era però privo dei fondamentali tecnici e per questo quando combatteva appariva spesso confuso e arruffone. Choynski fu quindi l’allenatore che lo istruì avviandolo verso la futura gloria e, dopo quattro anni, a battersi addirittura per il titolo mondiale.

Campione del mondo!

Nel frattempo Marvin Hart aveva perso il trono di campione contro il franco-canadese Tommy Burns, il cui vero nome era Noah Brusso. Burns era considerato un abile picchiatore, e spesso vinceva i suoi incontri ancor prima che suonasse la campana del terzo round. Ciò nonostante, Jack Johnson era convinto di poterlo battere e per questo lanciò pubblicamente più sfide per contendergli il titolo. Dopo una serie di rifiuti, finalmente, il 26 dicembre del 1908, in Australia, Jack poté affrontare Tommy Burns.

Era la prima volta che un campionato del mondo dei pesi massimi si sarebbe disputato in Australia — gli Stati Uniti non avrebbero mai ospitato un match valido per il titolo con un “negro” a contenderselo — e l’incontro si sarebbe disputato in una grande arena capace di ospitare più di quindicimila persone, fatta costruire appositamente per l’occasione dal promoter di origini scozzesi Hugh D. McIntosh. D’altronde l’iniziativa nella famiglia McIntosh non era mai mancata. Il nonno, circa cento anni prima, in uno dei suoi terreni agricoli, aveva scoperto una nuova qualità di mela molto succosa e dal colore rosso. Decise così di dare il suo nome a quel particolare frutto, ma in quel momento non poteva immaginare che duecento anni dopo il suo nome e la sua mela (morsicata) avrebbero fatto bella mostra sui portatili e sugli smartphone di milioni di persone in tutto il mondo.

L’incontro ebbe un inizio impetuoso e Jack Johnson prese subito possesso dell’intero ring. Non solo era fisicamente superiore all’avversario, ma dal secondo round in poi cominciò a sovrastarlo anche psicologicamente provocandolo con frasi del tipo: «Che cosa ti fa paura, Tommy?» oppure «sei già stanco, campione?». E mantenne un sorrisetto beffardo per quasi tutto la durata del match, frastornando l’impreparato Burns.

Il campione canadese stava cedendo, ora, anche fisicamente e toccò varie volte il tappeto con la schiena. Il pubblico era in visibilio e oramai incontenibile, così la polizia decise di intervenire al quattordicesimo round dopo che Burns era ruzzolato ancora una volta a terra gambe all’aria. L’arbitro non poté far altro che alzare il braccio di Jack dichiarandolo campione del mondo dei pesi massimi.

La speranza bianca

Cominciò così la grande epoca di Jack Johnson. Ma quando in America arrivò la notizia che Johnson aveva stravinto, l’unica parola che riecheggiò sui giornali fu: «inaccettabile». Un quotidiano di San Francisco titolò: «La vittoria del negro è peggio del terremoto di due anni fa!». Un nero non poteva essere il campione del mondo dei massimi e rappresentare, di conseguenza, tutti gli Stati Uniti. La pensava così anche Jack London, uno dei più famosi scrittori dell’epoca che, di tanto in tanto, amava assistere agli incontri di boxe per poi scrivere sui giornali appassionanti resoconti. Su un articolo per il New York Herald scrisse testualmente: «Bisogna togliere il sorriso dalla faccia di quel negro. L’uomo bianco deve essere salvato».

Ma Jack, al massimo della forma, era davvero un campione senza sfidanti davvero in grado di tenergli testa. Inoltre, la sua pittoresca carriera fu contraddistinta non solo da schiaccianti vittorie ma anche da alcuni insistenti e ostentati atteggiamenti eccentrici in grado di far infuriare i «poor whites», i bianchi benpensanti e conservatori. Jack Johnson si proclamava a gran voce il più forte di tutti, mantenne sempre un atteggiamento provocatorio, indossava pelli di animali, grossi cappelli a cilindro e, da grande appassionato di automobili e dell’alta velocità (sarebbe morto più tardi in un incidente stradale), lo si vedeva spesso sfrecciare in maniera sprezzante sulle highway del Texas con la sua nuova Ford. Una volta venne fermato dalla polizia. Gli agenti, non appena videro che alla guida c’era Jack Johnson, tentarono di approfittarne per avvalersi di una postuma rivalsa, e gli affibbiarono una contravvenzione di cinquanta dollari. Il campione, però, dopo aver firmato il verbale, esibì una banconota da cento e aggiunse: «Agente, fra cinque ore torno indietro e forse andrò ancora più veloce di così, perché perdere tempo dopo?».

La vittoria di Johnson per il mondo dei bianchi stava diventando sempre più una vera e propria iattura. E il diffuso motto categorico in quei giorni divenne: «bisogna farla finita». Sì, ma come? Dopo alcune proposte della stampa sportiva, il nome più caldeggiato che rimbalzava un po’ ovunque fu quello dell’ex campione James J. Jeffries. «The Boilermaker» dopo una breve carriera si era ritirato a vita privata, e nel 1905 aveva lasciato ad altri il titolo conquistato sei anni prima. La sua rentrée era invocata a gran voce dall’intera America bianca, umiliata «da quell’imbecille di negro». Alcuni americani credevano in lui — la speranza bianca — più di quanto egli credesse in se stesso. In ogni caso, alla fine, il richiamo del ring fece presa su Jim che accettò finalmente di battersi con Jack Johnson con l’obiettivo di dimostrare «che un uomo bianco è superiore a un uomo nero».


Il match del secolo

La scelta della sede dell’incontro cadde su Reno, una cittadina nel deserto del Nevada di trentacinquemila abitanti, dove c’era stato bisogno di costruire in tutta fretta un’arena capace di contenere oltre ventimila spettatori: si trattava pur sempre del match del secolo. La polizia, allora, temendo il peggio, per la prima volta nella storia della boxe, obbligò gli spettatori a deporre pistole e fucili nel guardaroba. L’atmosfera era elettrica e oltretutto il pubblico accolse il campione nero con il famoso canto popolare: «All coons look alike to me», tutti i procioni sembrano uguali. Una canzone piena di stereotipi sugli afroamericani, dove «procione», coon, era considerato all’epoca uno dei peggiori epiteti che un bianco potesse riservare a un nero. Il ritornello fu accolto da un fragoroso applauso da parte del pubblico che pregustava la carneficina.

Ma il match, però, fu per Jeffries un’esecuzione. Al terzo round, stava sanguinando già abbondantemente e Johnson lo incalzava come aveva fatto due anni prima con Burns: «È già stanco, signor Jeffries? Ma se non abbiamo ancora cominciato». A quel punto, un colpo di pistola risuonò nello stadio. Uno spettatore, che era riuscito a conservare la sua arma, aveva sparato a Johnson, ma la pallottola era andata a vuoto perché un altro spettatore aveva fatto in tempo ad alzare la canna della pistola. Anziché innervosirsi, Johnson si fece sempre più preciso, ironico e astioso a tal punto che Jeffries, con il labbro spaccato, provò a urlargli: «ti ucciderò!». Molti spettatori, quelli più vicini al ring, tra cui Jack London, si accorsero che Johnson si stava divertendo a tirare il match per le lunghe. Colpiva e scherniva l’avversario. In qualche momento dell’incontro, addirittura, addizionò una sorta di commento: «ed ecco che arriva un destro, guarda!» e poi bang, un montante sull’occhio ormai completamente tumefatto di Jeffries.

Poi decise di concludere l’incontro spedendo l’avversario fuori dal ring attraverso le corde. In quel frangente, Jeffries, avrebbe pronunciato le ultime parole di resa: «Jack, non colpire più». Era la fine. All’arbitro non rimase altro che proclamare la vittoria del campione in carica.

L’America bianca da quell’incontro ne uscì irrimediabilmente umiliata. Ma soprattutto spaventata a morte: Johnson privò i bianchi del loro senso di immortalità, della loro certezza di vivere in un posto privilegiato nel mondo. Sostenere, però, che la vittoria di Johnson rappresentava la vittoria del popolo nero sarebbe eccessivo, sebbene un certo naturale orgoglio, o comunque un seme di speranza di poter un giorno porsi allo stesso livello sociale dei bianchi, cominciò gradualmente a lievitare nelle coscienze di molti afroamericani. Stanchi di essere continuamente vessati e finalmente liberi di godere di questa grande vittoria, per le strade di molte città qualcuno di loro cominciò a cantare: «The white man pulled the trigger, but the world champions still a nigger», «l’uomo bianco ha premuto il grilletto, ma il campione del mondo è comunque un nero». In oltre cinquanta città, però, la musica aveva lasciato il posto alla violenza e gli agenti di polizia dovettero interrompere decine di tentativi di linciaggio. Durante i disordini, le cronache dell’epoca registrarono comunque la morte di ventitré afroamericani e un centinaio di feriti.

La legge Mann

Ciò nonostante, sentendosi oramai intoccabile, «il gigante di Galveston» continuò a incattivire l’America bianca con le sue rodomontate. Acquistata una grande villa in un quartiere residenziale, se ne andava in giro per quelle eleganti strade, atteggiandosi con la nuova Ford Modello T. Ma ciò che più di tutto i bianchi non riuscirono mai a perdonare a Johnson fu quando infranse l’ultimo tabù sposando una donna bianca: Etta Terry Duryea. La loro relazione fu alquanto burrascosa. Lei non poteva mettere piede in un bar senza che qualcuno la etichettasse con i peggiori soprannomi possibili, e così, un giorno, non essendo più capace di reggere alle pressioni feroci che quasi quotidianamente doveva sopportare, si suicidò. Johnson non si fece fermare nemmeno da questo tragico evento, e tempo dopo divenne anche l’amante di Lupe Velez, diva messicana del cinema muto, che tra i suoi amanti poté vantare anche Gary Cooper e Johnny Weissmuller, con cui convolò a nozze.  Morta anche lei suicida (ma per cause non imputabili al pugile), a Jack non rimase che accompagnarsi alle più famose cantanti di cabaret dell’epoca, per continuare a ridicolizzare indirettamente la sessualità e la forza dell’uomo bianco.

A quel punto l’America bianca decise che Johnson doveva sparire. Per farlo, questa volta, non si cercò un pugile in grado di poterlo battere, ma una nuova norma legislativa. E la si trovò. La legge Mann del 1910 proibiva il trasporto di una donna per motivi «di libidine» da uno Stato all’altro. In questo modo, Jack venne accusato e processato per aver fornito un biglietto ferroviario a una delle sue tante donne per farla spostare da una città all’altra.

Era la sua fine civile. Quella pugilistica, invece, arrivò il 5 aprile 1915 quando Jack Johnson su un ring cubano si ritrovò ad incrociare i guantoni con Jesse Willard, un colosso di due metri che pesava più di cento chili. Jack fu presto sopraffatto dalla fatica e i suoi colpi si fecero sempre più lenti. Al ventiseiesimo round accadde, dunque, l’irreparabile: cadde nuovamente a terra e non si rialzò. Jesse Willard venne così proclamato il nuovo campione del mondo e per vedere nuovamente un nero indossare quella cintura ci sarebbe voluto il 1937 e un certo Joe Louis.     

Tributo a Jack Johnson

Johnson, ridotto in miseria, abbandonò la boxe dalla scala di servizio alla veneranda età di quarantotto anni. Morì il 10 giugno 1946 in un incidente stradale. Quel giorno, una volta di troppo, aveva corso troppo veloce. A distanza di oltre un secolo dalla sua vittoria, nessuno può negare il rilevante impatto che ha avuto nella storia degli Stati Uniti. Talmente grande che, come abbiamo visto, ancora oggi è sulla bocca dell’attuale presidente degli Stati Uniti.

Ma come spesso accade, dove non arriva la politica supplisce l’arte. Dalla poesia al cinema, passando per la musica, gli elogi a Jack Johnson nel corso dei decenni sono stati numerosi. Vale la pena ricordare il film parzialmente ispirato alla sua vita dal titolo Per salire più in basso (The Great White Hope, Martin Ritt, 1970), nonché i pregevoli soffi di Miles Davis contenuti nell’album del 1971 A Tribute to Jack Johnson. Proprio questo disco ha recentemente accompagnato, come colonna sonora, il bel documentario di Ken Burns Unforgivable Blackness: The Rise and Fall of Jack Johnson.

Basato sull’omonimo libro del 2004 di Geoffrey C. Ward, il documentario si conclude con queste profetiche parole: «Io sono Jack Johnson. Campione del mondo dei pesi massimi. Sono nero. Non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. In ogni caso io sono nero. E non permetterò mai che lo dimentichino!».

Francesco Gallo

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Pugilato

Rubin Carter. Il grido dell’innocenza

Francesco Gallo

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Rubin Carter nacque a Clifton, nel New Jersey, il 6 maggio del 1937, lo stesso giorno in cui, a pochi chilometri di distanza, lo Zeppelin LZ 129 Hindenburg si riduceva in cenere nel giro di pochi secondi. La sua famiglia, che dopo poco tempo si trasferì a Paterson, una città poco distante, era composta da sette figli, tra fratelli e sorelle.

A differenza dei fratelli più grandi, Rubin fu un ragazzo difficile da controllare, peraltro afflitto da una rilevante balbuzie che, ovviamente, gli procurava lo scherno da parte dei suoi coetanei. L’ambiente in cui crebbe Rubin fu abbastanza agiato, almeno per quanto poteva esserlo per una famiglia di neri negli anni tra la Grande Depressione e la Seconda Guerra mondiale. Paterson era una città famosa per le proprie fabbriche di seta, per la nutrita comunità di immigrati italiani — ne faceva parte anche l’anarchico Gaetano Bresci, che nel 1901 vi era partito per andare ad assassinare il re d’Italia Umberto I —, per le pistole che nel 1835 Samuel Colt aveva cominciato a produrre proprio lì, e in futuro lo sarebbe stata anche come città inaugurale del viaggio On the road di Jack Kerouac.

Ma a quattordici anni, Rubin, conobbe per la prima volta i rigori della legge e finì in riformatorio per aggressione aggravata verso alcune persone. Era stata, questa, una sentenza giusta, ma che venne rifiutata dal giovanissimo Rubin Carter il quale pensò bene di fuggire dal carcere minorile e arruolarsi nell’esercito.

Era il 1954, un anno dopo la fine della Guerra di Corea, e Rubin completò il suo addestramento a Fort Jackson, nella Carolina del Sud. Fu in quel periodo che cominciò ad avvicinarsi alla boxe, un buon metodo per canalizzare tutta la sua rabbia, le sue energie. Sul ring dell’esercito riuscì a combattere per ben 56 volte, riportò 51 vittorie di cui più della metà per k.o. Ma non appena tornò a casa sua, nel New Jersey, ad attenderlo trovò la giustizia: avrebbe dovuto scontare gli ultimi dieci mesi della pena per la fuga dal riformatorio.

Rubin, detto “The Hurricane”

Finita questa seconda condanna, il 22 settembre del 1961 Rubin Carter divenne professionista e nel suo primo incontro riuscì a sconfiggere Pike Reed. A quell’incontro seguirono undici k.o. vincenti in quattordici match. Carter si presentava sul ring con la testa rasata, baffi lunghi e sguardo aggressivo. Aveva una presenza estremamente minacciosa, era dotato di due mani enormi che chiuse nei guantoni facevano tanto male ai suoi avversari. Fu così che si meritò il soprannome di “Hurricane”, perché tutto ciò che gli capitava davanti lui distruggeva, proprio come un uragano. E dunque, nel 1963, dopo aver spazzato via tutti i suoi contendenti, venne inserito tra i primi dieci probabili sfidanti al titolo mondiale dei pesi medi.

In questa fase, il suo incontro migliore fu quello in cui affrontò Emile Griffith, il 20 dicembre 1963. Griffith è stato uno dei più grandi pugili di sempre. Non era propriamente un medio naturale, era piuttosto un peso welter che boxava bene, con rapidità, molto resistente e dotato di una vitalità straordinaria. Pur essendo piccolo, imponeva la propria boxe agli avversari, passando spesso sotto la loro guardia. Era un campione di tutto rispetto, le cui battaglie con Nino Benvenuti furono indimenticabili. Ma nell’incontro alla Civic Arena di Pittsburgh contro Carter, Griffith volò al tappeto al primo round per ben due volte. E l’arbitro decretò il k.o. tecnico.

Dopo quella grande vittoria, Carter si esaltò e sulle ali dell’entusiasmo vinse altri due splendidi incontri, tra cui uno con Jimmy Ellis il quale, due anni dopo, passò nella categoria dei massimi e fu lui il primo a raccogliere la corona mondiale lasciata vacante da Muhammad Ali dopo la squalifica per il rifiuto di arruolarsi nell’esercito diretto in Vietnam.

Carter si posizionò così al terzo posto di quella speciale classifica, e il 14 dicembre 1964 salì sul ring contro Joey Giardello, il campione italoamericano dei medi — il cui vero nome era Carmine Orlando Tilelli — il quale però sconfisse Rubin Carter nonostante avesse rischiato fino all’ultimo un tremendo k.o. A Filadelfia, davanti a seimila persone, Carter era partito subito fortissimo, replicando la strategia vincente con cui aveva sorpreso Griffith un anno prima. Ma i giudici, con verdetto unanime, attribuirono la vittoria ai punti al suo avversario.

Dopo quella inaspettata e indigesta sconfitta, cominciò per Carter una parabola discendente. Uscì sconfitto più volte dai numerosi incontri successivi e finì parecchie volte al tappeto, soprattutto nel drammatico match con Dick Tiger durante il quale andò k.o. per ben tre volte di fila. A tal proposito disse: «è stata la peggiore sconfitta della mia vita, dentro e fuori dal ring». Si sbagliava.

 L’ergastolo

La sua vita cambia per sempre il 17 giugno del 1966. Sono le due e mezza del mattino. Due uomini afroamericani entrano nel Lafayette Bar and Grill di Paterson e aprono il fuoco. Altri due uomini restano uccisi, sono Fred Nauyoks e il barista Jim Oliver. Una donna, Hazel Tanis, morirà un mese dopo per le ferite subite. Una quarta persona sopravvive, ma perderà la vista. La scena del crimine di Paterson viene raggiunta da Alfred Bello, un criminale che stava compiendo una rapina a pochi metri dal fattaccio, e da una donna che abitava al piano di sopra. La donna, Patricia Graham, chiama la polizia e denuncia due uomini neri in fuga su una macchina bianca.

Una volante, più tardi, ne ferma una che corrisponde alla descrizione. Dentro c’è Rubin Carter. Nel veicolo trovano anche una pistola calibro 32 e dei proiettili per fucile calibro 12, lo stesso utilizzato per assassinare i malcapitati nel locale. Rubin Carter e il suo amico John Artis vengono portati in ospedale per il riconoscimento, ma l’uomo ferito dice che non sono stati loro a sparare. Tuttavia, lo stesso sergente che dodici anni prima aveva riportato il giovane Carter in prigione, il quale non nasconde il desiderio di sbattere nuovamente dietro le sbarre il pugile nero, pare abbia già manipolato due testimoni per convincerli a giurare il falso in tribunale. Al processo, infatti, i due accuseranno Carter e l’amico di essere loro gli spietati killer. Carter e Artis vengono così arrestati, incriminati, processati e condannati a tre ergastoli da una  giuria all white, tutta composta da bianchi.

Per Carter si profila un’intera vita all’interno del carcere. Così dopo le immancabili difficoltà iniziali, decide di cambiare radicalmente la sua strategia all’interno del carcere. Comincia una sorta di resistenza passiva alla Gandhi. Si trasforma in una specie di monaco, un’asceta, imponendosi un rigore e una disciplina necessari non più alla battaglia tra le corde del ring, ma a contenere l’odio crescente per l’ingiustizia subita. Legge moltissimo, ristudia il caso, impara a memoria i libri di Jiddu Krishnamurti che gli insegnano la strada del distacco dalle cose materiali, anche quello dalla sua famiglia.

Poi decide di scrivere un libro in cella, la sua verità in un’autobiografia. Il titolo è Il sedicesimo round. Il suo testo provocherà all’esterno reazioni energiche le quali daranno il via alla nascita di un movimento di opinione che spingono i movimenti per i diritti civili dei neri a scendere in piazza per la revisione del caso. Accanto a loro anche Muhammad Ali, alcuni dei giornalisti più in vista dell’epoca e ovviamente Bob Dylan, che per Carter cesella una canzone che ancora oggi è leggenda: Hurricane.

 Giustizia è fatta 

La Corte suprema nel 1976 concesse a Carter un secondo processo. Uno dei  testimoni, l’italoamericano Bello, nel frattempo aveva ritrattato e riconfermato la propria deposizione un paio di volte. Stavolta, però, la giuria non era composta da solo giurati bianchi, ma ci furono al suo interno anche due afroamericani. Ciò nonostante, la condanna ai tre ergastoli venne riconfermata. Ma quando sembrava davvero finita, accadde il miracolo. Quattro anni dopo, in un improvvisato mercatino canadese di libri usati, un giovane ragazzo afroamericano, che aveva lasciato gli Stati Uniti per sfuggire al ghetto e che ora viveva nel Paese dell’acero in compagnia dei suoi tutori, pescò nel mucchio di testi di seconda mano la biografia di Rubin Carter. Dopo averla pagata solo venticinque centesimi, cominciò a leggerla e, pagina dopo pagina, si appassionò notevolmente alla vicenda dell’ex pugile. Decise, così, di metterne a conoscenza anche i suoi tutori, che di mestiere facevano gli avvocati, e la sera l’intratteneva leggendo alcuni passi cruciali ad alta voce. Alla fine, tutta questa famiglia allargata decise di andare a conoscere di persona Rubin Carter e poi di prendere in mano la sua situazione giudiziaria per cercare di far riaprire il caso.

Carter, allora, combatterà ancora un altro round, il sedicesimo, quello più importante della sua vita. Non senza difficoltà burocratiche, minacce di morte e sabotaggi, il caso a distanza di dieci anni venne riaperto. Nel 1985 il giudice Sarokin sostenne che Rubin Carter non aveva avuto un processo equo, che l’accusa nei suoi confronti era fondata su motivazioni razziali, e che dunque Carter era da ritenersi prosciolto dalle accuse.

Dal ring al cinema      

Quasi quindici anni dopo la scarcerazione di Carter, nel 1999 il regista canadese Norman Jewison decise di portare sul grande schermo l’incredibile, controversa e sfortunata storia del pugile. La sceneggiatura si basava sulla biografia dello stesso Carter dal titolo: Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472.

Il film è interpretato da Denzel Washington che per entrare nei panni del peso medio ingiustamente incarcerato, per mesi si era preparato con cura sottoponendosi a lunghe sessioni di allenamento. Tuttavia, nonostante la somiglianza con il vero Carter, dichiarò: «Non ho cercato di imitare il suo stile, sono più alto e più pesante di lui, ho una morfologia diversa. Come tutta la mia generazione sono stato influenzato da Muhammad Ali. Con le dovute proporzioni, se fossi diventato professionista il mio stile sarebbe stato vicino a quello di Ali. Pugile danzatore». Carter, spesso presente sul set, aiutò molto sia l’attore sia il regista soprattutto per le scene di combattimento che furono realizzate da Jewison in maniera realistica.

Era sempre stato un uomo violento, un uomo ribelle, ma fu anche un uomo che riuscendo a fare giustizia si conquistò la tanto agognata libertà.

 

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Pugilato

Lassù qualcuno mi ama: la vera Storia di Rocky Graziano

Francesco Gallo

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Lassù qualcuno mi ama: la vera Storia di Rocky Graziano

Apprezzato dal Presidente Harry Truman, omaggiato da Al Capone e fotografato mirabilmente da un giovanissimo Stanley Kubrick. La vita del boxeur Thomas Rocco Barbella, meglio conosciuto come Rocky Graziano, è una delle più belle e affascinanti della storia del pugilato.

Figlio unico di un famiglia di origini abruzzesi e siciliane, il piccolo Rocco crebbe nei bassifondi di Manhattan, ovverosia in quelle pericolose strade dell’East-Side di New York che all’inizio degli anni Trenta rappresentavano il borough più vivace, colorato e chiassoso della zona, un vero e proprio mosaico di popolazioni. C’erano tutti: irlandesi, tedeschi, cinesi e, ovviamente, tanti, tantissimi italiani che all’epoca venivano ancora offensivamente apostrofati come «dago» (dalla parola inglese dagger, pugnale, per la loro innata propensione a risolvere con una coltellata qualunque controversia) oppure come «wop», da cui la pronuncia italiana “guappo” poiché spesso privi di documenti di riconoscimento (w.o.p. = With Out Passport).

Rocco, che però già tutti avevano preso a chiamare Rocky, visse un’adolescenza in continua fuga dalla polizia, lontano dalla scuola e molto vicino, invece, ad alcuni suoi coetanei con i quali si rendeva protagonista di piccoli o grandi furtarelli, risse per strada ed estorsioni nei confronti di malcapitati. Tra questi ce n’era uno in particolare con il quale, presto, avrebbe condiviso anche le gioie sul ring: Giacobbe, che però tutti chiamavano Jake. Jake La Motta. Il futuro “Toro del Bronx”. 

Continuamente dentro e fuori le prigioni minorili, un bel giorno il destino della sua vita cambiò durante una rissa in carcere. Mentre colpiva con tutta la sua forza un altro detenuto, la sua proverbiale violenza venne notata da una delle guardie (un ex procuratore di pugili), che gli disse qualcosa come: «Cosa ne dici di infilare quella dinamite in un guantone?». E da quel giorno nulla fu più come prima.

Da Rocco Barbella a Rocky Graziano

Un po’ a causa dei suoi turbolenti sospesi con la giustizia (gravava su di lui anche un’accusa di renitenza alla leva), un po’ per il conflittuale rapporto con il padre, agli inizi degli anni Quaranta, per salire la priva volta sul quadrato come pugile dilettante, si cambiò il nome in Rocky Graziano. Combatté il suo primo incontro da protagonista già nella primavera del 1942, contro un altro italoamericano, un “paisà” di nome Mike Mastandrea. Ma quella che lui avrebbe considerato la sua prima vera prova del fuoco, arrivò il 9 marzo del ’45 con Billy Arnold, un pugile afroamericano che deteneva un invidiabile record di trenta vittorie consecutive per k.o.

Sovvertendo alla sua maniera tutti i pronostici, la vittoria di Rocky arrivò dopo soli sei round. Il che non mancò di suscitare grande entusiasmo tra la folla del Madison Square Garden di New York. Tra i tanti spettatori entusiasti ce n’era uno in particolare che alla fine dell’incontro volle conoscere di persona Rocky. Si chiamava Harry Truman e dopo solo un mese sarebbe diventato il trentatreesimo Presidente degli Stati Uniti.

Tuttavia, quella non fu l’unica visita “di riguardo” che Rocky ebbe durante la sua pittoresca carriera di pugile. Un giorno, come ha raccontato nella sua biografia dal titolo Somebody down here likes me, too, alla fine di un altro match vincente, nel suo spogliatoio si presentò niente meno che Al Capone. Dapprima spaventato, il campione dei pesi medi fu subito rassicurato dal gangster che volle invece fargli addirittura dono di un preziosissimo anello di cinque carati. «Sono orgoglioso di te» gli disse “Scarface”, all’epoca in libertà vigilata dal carcere di Alcatraz. E quella fu una delle ultime volte che si fece vedere in giro, prima di finire i suoi giorni da ammalato in una clinica di Miami.

 La trilogia con Tony Zale

A portare alla ribalta pugilistica l’ex poco di buono dei bassifondi di Manhattan, fino alla possibilità di giocarsi il titolo mondiale dei pesi medi, furono senz’altro le sue incredibili doti di lottatore animate da un infaticabile dinamismo e da un’eccezionale voglia di vincere.

Fin dal primo colpo di gong, Rocky Graziano si lanciava sull’avversario come se dovesse addirittura difendere la propria vita. Nessuno ha conservato un ricordo della sua tecnica sopraffina, anche perché ne era sprovvisto, ma il suo inimitabile stile di combattimento, mosso da un insanabile astio nei confronti degli avversari, era di un’innegabile potenza distruttiva. Sul ring dava l’impressione di essere un animale tenuto troppo tempo in gabbia e che, una volta fuori, era pronto ad assalire il primo che gli passava davanti. Graziano non boxava con i suoi avversari, li sommergeva sotto un diluvio di colpi micidiali di una potenza terrificante. Nei corpo a corpo si avventava a testa bassa, del tutto incurante se, combattendo in tal modo, avrebbe fatto esplodere l’arcata sopracciliare o uno zigomo a colui che in quel momento osava pararglisi davanti. Quanto poi a proteggersi, Rocky certo se ne preoccupava, ma non più di tanto. Avventarsi era il suo primo ed unico pensiero, tant’è che tutti lo chiamavano “The Rock”. Anche per questo, il boxeur italoamericano è ancora oggi considerato uno dei più famosi e illustri rappresentanti dei pesi medi, la categoria reputata insieme a quella dei massimi la regina della boxe.

Nel 1946 ebbe finalmente l’occasione di combattere per il titolo. Il suo avversario era il grande e temibile Tony Zale, pugile di origine polacca il cui vero nome era Antoni Florian Załęski. I due, insieme, diedero vita a una delle più famose trilogie della storia del pugilato. Tre grandissimi incontri, combattuti nel giro di due anni, che hanno fatto epoca.

Il polacco era un picchiatore e un incassatore senza pari, proverbiale per il suo sangue freddo e la sua impassibilità che mostrava sul ring e che gli era valsa il soprannome di “uomo d’acciaio”. Era talmente considerato un maestro dell’arte della boxe che a fine carriera sarebbe diventato anche un buon allenatore.

Tra i primi pugili che avviò al ring ce ne fu uno in particolare che si sarebbe distinto rispetto agli altri. Era un azero fuggito dall’Iran nel 1941 dopo che nel suo Paese l’atmosfera si era fatta molto tesa in seguito all’invasione anglo-sovietica, una gigantesca operazione militare finalizzata a creare un canale sicuro di rifornimenti e aiuti militari ai russi che nel frattempo stavano tentando di contenere l’avanzata nazista. Si chiamava Emmanuel B. Aghassian, era figlio di un armeno a sua volta scappato dal terribile genocidio di qualche anno prima, e in quel momento non poteva immaginare che a pochi chilometri da casa sua due anni dopo si sarebbero decise le sorti del pianeta con la celebre Conferenza di Teheran. Emmanuel sotto la guida di Zale vince il Golden Gloves (il guanto d’oro), ma parteciperà senza successo a due edizione delle Olimpiadi, quelle di Londra del 1948 e quelle di Helsinki del 1952. Prima di allora, però, una volta giunto a Chicago, aveva falsificato il proprio documento cambiando il proprio nome in Mike Agassi. Si era dunque presentato con questo pseudonimo alle sfortunate gare dei Giochi e lo mantenne anche dopo aver abbandonato la boxe per andare a lavorare al Caesars Palace di Las Vegas. Nella capitale mondiale dell’intrattenimento ci si sposerà, anche, e dal suo matrimonio nasceranno quattro figli che in seguito avrebbe cercato in tutti i modi di avviare allo sport. Ci riuscirà solamente con uno, il più piccolo, a cui avrebbe dato due nomi. Il secondo era Kirk — come Kirk Kerkorian, il magnate proprietario dei maggiori casinò di Las Vegas verso cui fu sempre riconoscente — e il primo era Andre. Non con i guantoni, ma con una racchetta da tennis in mano, presto avrebbe vinto tutto ciò che era possibile vincere; e tutto il mondo lo avrebbe conosciuto semplicemente come Andre Agassi.

Il primo incontro tra Rocky Graziano e Tony Zale, quello combattuto il 27 settembre 1946 allo Yankee Stadium di New York, raggelò tutti gli spettatori. La violenza dello scontro superò ogni limite concepibile e se Zale seppe trionfare su Graziano per k.o. al sesto round, secondo il parere di tutti, fu soltanto grazie a un colpo fortunato, quello che nella boxe viene chiamato lucky punch.

Zale, nonostante fosse dotato di una tecnica superiore a quella del proprio avversario, fu in qualche modo costretto ad adeguarsi alla boxe di Graziano contro cui l’unica possibilità era quella di battersi come se si lottasse per sopravvivere. Dunque talvolta poteva capitare di avere fortuna in quella gragnola di pugni. Questo però non capitava sempre.

Il 16 luglio 1947, infatti, quando Zale affrontò nuovamente Graziano a Chicago, fu lui, dopo un’orribile mischia, a subire questa volta il k.o. al sesto round. Lo spettacolo fu allucinante. I due pugili imbrattati di sangue, feriti al volto, sembravano prossimi all’agonia: fu certamente un grande momento della leggenda del pugilato. Rocky si mostrò formidabile, quasi terrificante. E nello scontro, Zale perse il titolo di campione del mondo dei pesi medi.

I due risalirono nuovamente sul ring, ancora una volta per contendersi il titolo, il 10 giugno 1948. Il terzo e ultimo match lo vinse Zale, ma durò solo tre round, come accade di solito negli incontri tra due dilettanti. Tuttavia, lo scontro raggiunse i vertici del parossismo. Ogni colpo, praticamente, avrebbe dovuto provocare un k.o.

Dopo questa sfida, Tony Zale si ritirò in seguito alla sua ultima sconfitta con Marcel Cerdan. Invece Graziano proseguì la sua carriera per altri quattro anni. Alla fine, su 83 combattimenti ne vinse 52 per k.o. e non subì che tre sconfitte, l’ultima delle quali contro Ray Sugar Robinson, il 16 aprile del 1952.

Una vita da film, la sua. E infatti nel 1956 la Metro-Goldwyn-Mayer decise di affidare la regìa per la riduzione sul grande schermo della sua storia a Robert Wise — che sei anni prima aveva già avuto modo di dirigere un altro film di successo sulla boxe, Stasera ho vinto anch’io — e con un cast d’eccezione: Paul Newman, Anna Maria Pierangeli, Sal Mineo e Steve McQueen. Il titolo sarebbe stato Lassù qualcuno mi ama, preso a prestito dalla battuta finale del film che Newman/Graziano rivolge alla moglie mentre tutti lo acclamano per il titolo appena conquistato, perché: «…Quello che ho vinto non possono togliermelo sul ring. Sono stato fortunato, lassù qualcuno mi ama!».

 

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