Il Ciad chiede scusa e si ritira. La nazionale della repubblica semipresidenziale dell’Africa centrale si ritira dalle qualificazioni alla Coppa d’Africa. Non ci sono i fondi necessari per garantire la presenza in Tanzania (per il match di qualificazione) e in Gabon per la competizione continentale del 2017. Il paese ha altre priorità. Alcune voci, provenienti da giocatori del Ciad, invece, dicono che i soldi per una trasferta a Dar Es Salaam ci sarebbero stati se i dirigenti della Federazione non avessero usato le risorse economiche per scopi personali come mandare i propri figli a studiare all’estero. La decisione, inoltre, è stata presa anche per la solidarietà da parte dei giocatori del Ciad che giocano fuori dal Paese di origine, nei confronti di coloro che invece militano nei campionati locali, i quali oltre ad avere uno stipendio molto inferiore rispetto agli altri, dovendo affidarsi sul gettone di convocazione per la nazionale, si sono visti decurtare quasi del tutto il corrispettivo dovuto per le spese di viaggio.

Dal punto di vista sportivo, la repubblica centroafricana sarà privata dei risultati ottenuti in tutte le partite sin qui disputate. Soluzione facile, solo all’apparenza. E maldigerita dalla Nigeria, privata dei tre punti conquistati con il Ciad e costretta ad affrontare il match in Egitto con dei punti in meno rispetto ai padroni di casa. (Per la cronaca, l’Egitto ha vinto 1-0 qualificandosi con largo anticipo).

Un danno d’immagine che al Ciad interessa poco. Il Ciad è fra le nazionali meno competitive dell’Africa. Il problema è altrove: il ritiro dalla disputa sportiva è lo specchio di una crisi che attanaglia un paese povero e privo di prospettive. Leggere i numeri, amareggia: il Ciad ha il 65% di analfabetismo, una speranza di vita di 53 anni, il 10,2% di mortalità infantile. L’economia è penalizzata da una posizione geografica infelice: nessuno sbocco sul mare, poche infrastrutture e una (in)stabilità politica che ne pregiudica la crescita. Il presidente Idriss Deby, è ininterrottamente al potere, più o meno legittimamente, dal 1990.

Calcio, politica, caos. Una storia letta, raccontata, ripetitiva. Il Ciad è l’ennesimo urlo di dolore del continente nero. Un’eco rassegnata, dispersa fra l’indifferenza dei potentati locali ed esteri, che considerano l’Africa alla stregua di una miniera.

Soldi e potere si intrecciano in un nodo che soffoca calcio e società. Difficile emergere, in qualsiasi campo, non solo calcistico, in una realtà dove la competizione è controllata dall’autorità, l’organizzazione è figlia del compromesso e la disciplina è regolamentata dalla corruzione. E così alla lista dei grandi talenti degli ultimi 30 anni (Milla, Weah, Drogba ed Eto’o su tutti) si aggiunge la numerorissima schiera dei “dimenticati”. O peggio, sfruttati.

Sia chiaro: il calcio locale non è legato allo stereotipo del bimbo scalzo che tira calci al pallone. Non è neanche, però, un movimento dallo sviluppo armonico che permetterà, in tempi brevi, di raggiungere standard europei. Le dinamiche sono contradditorie: il percorso sconnesso. Facile inciampare fra procuratori senza scrupoli, passaporti falsi,  risorse economiche affidate a Federazioni gestite da dittatori che affidano ruoli dirigenziali ai propri burattini. Nel peggiore dei casi, il sogno si infrange in territorio dilaniato da guerre civili. Altro che pallone: a 11 anni, si imbracciano mitra e si dribblano mine antiuomo.

Come se ne esce? La risposta è semplice. Giocando pulito. Sportivamente e politicamente.  Ma chi se ne assume la responsabilità? E sopratutto, a chi conviene? L’Africa, nella maggior parte dei casi, è carente di strutture, tecnologie, allenatori e tecnici. Avrebbe bisogno di interventi esterni per migliorarsi. Non è mai accaduto. Forse perchè, anche senza forse, è opportuno, inteso come conveniente, preservare lo “status quo”. Ovvero ciò che permette lo sfruttamento di traffici illeciti, la compra(s)vendita di baby calciatori, la manodopera infantile per le multinazionali, il traffico di procuratori e i “paradisi fiscali” per i fondi neri. E ogni tanto, per lavarsi la coscienza, qualche “opera di beneficenza” con la complicità dei top club che allestiscono villaggi e accademie, spacciandole per opere di buona volontà. Qualcosa di sinistramente simile, già operato dagli stati colonizzatori di due secoli fa. Una volta si chiamava “imperialismo”. Oggi “scouting”. Non a caso, i giocatori africani prendono sempre le stesse rotte: ghanesi e nigeriani in Germania, il resto in Francia, Inghilterra, Belgio e Olanda.

Anche la FIFA, che ha speso e sprecato capitali ingenti in nome del business, potrebbe invertire la rotta. Ne è colpevole quanto consapevole. A tal punto che probabilmente lascerà tutto come è adesso.  Non è un caso che il nuovo segretario della FIFA, un ruolo potentissimo, che con le riforme in atto permetterà di contare e guadagnare anche più del presidente, possa essere pescato in Africa. Se accadrà, meglio rassegnarsi all’idea di un cambiamento studiato ad hoc affinché non cambi nulla.

 BANNERNIGERIA

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