Le Olimpiadi sono uno spreco o un’opportunità? A questa domanda che negli ultimi mesi è diventata una di larghissimo dibattito politico hanno provato a rispondere anche gli economisti. Proprio loro, i cervelloni della “scienza triste” che sono tornati alla ribalta nei giorni della (mancata) candidatura di Roma come sede delle Olimpiadi del 2024. Una candidatura che appunto non ci sarà più. Come ha annunciato la scorsa settimana la sindaca di Roma Virginia Raggi. La quale a quanto pare, per rispondere definitivamente di no “alle Olimpiadi del mattone”, si è fatta convincere (oltre che dalla telefonata di Grillo nella quale veniva chiesto alla sindaca di “non fare scherzi” sulle Olimpiadi) anche da uno studio dell’Università di Oxford. Nel quale sono stati appunto messi a confronto i costi storici di tutte le Olimpiadi a partire dal 1960. E dal quale è emerso che tutte le edizioni dei Giochi (sia quelli invernali che quelli estivi) hanno avuto costi maggiori per una media del 156% rispetto a quelli previsti. Tradotto: le spese sono sempre lievitate. E gli economisti di Oxford non hanno tenuto conto dei costi per le infrastrutture (quali ad esempio le strade, o gli aeroporti). E dunque, facendo l’esempio che qui ci interessa (e nell’ipotesi che la percentuale di sovra costi resti la stessa), se Roma ospitasse le Olimpiadi del 2024, ad un costo previsto di 5,5 miliardi di euro (che è stato il costo medio delle Olimpiadi fino ad oggi), il rischio sarebbe quello che le spese finali arrivino ad ammontare una volta e mezzo di più: circa 13 miliardi, euro più euro meno. Un rischio che Virginia Raggi, ammesso che abbia fatto questo stesso ragionamento, si è comunque guardata bene dal voler affrontare. “Le priorità sono altre” come ha sempre ripetuto, sia in campagna elettorale che dopo. Tra queste appunto, quella di fare fronte ad un debito monstre  (oltre 13 miliardi) che consegna alla città di Roma l’etichetta (certamente non di prestigio) di Capitale d’Italia anche per quanto riguarda il debito. Motivo in più per porre la fine dei giochi nel vero senso della parola. Come a tutte le chiacchiere dentro e fuori il Movimento. Come quelle affermazioni di Luigi Di Maio che nel dicembre 2015 nel corso di una puntata della trasmissione televisiva “Otto e Mezzo”, dichiarò che se il M5S avesse vinto a Roma, le Olimpiadi ci sarebbero state. Lei la sindaca al contrario, in piena campagna elettorale, arrivò persino a definire “criminale” parlare di tutto ciò che non fossero le priorità di Roma, Olimpiadi comprese. Ma per la città di Roma, le Olimpiadi sarebbero state soltanto un costo maggiore, come scrivono quelli di Oxford? Oppure un’opportunità di rilancio economico? A valutarlo sono stati gli economisti del Ceis dell’Università di Tor Vergata.

Il centro studi dell’Università che non si trova lontano dalla cosiddetta “vela di Calatrava”, l’opera (incompiuta) costruita in occasione dei mondiali di Nuoto del 2009. E che ha avuto costo effettivo 11 volte maggiore a quello iniziale (660 milioni di euro contro i 60 milioni iniziali). Un esempio (tra i tanti) di ciò che non dovrebbe essere la gestione dei fondi in occasione dell’organizzazione dei grandi eventi. Tuttavia, secondo il CEIS, le Olimpiadi a Roma non sarebbero soltanto un costo aggiuntivo per le esangui casse capitoline. Piuttosto una grossa opportunità di rilancio economico. A differenza dei loro colleghi di Oxford, che hanno rivolto una attenzione maggiore all’impatto delle Olimpiadi in termini di costi, gli economisti del CEIS hanno invece prodotto una stima di quale sarebbe potuto essere l’impatto dei Giochi sull’economia di Roma e sulla qualità di vita dei cittadini romani. Arrivando a quantificare in un 2,4% complessivo (alla media di uno 0,4 annuo) il contributo dei Giochi al Pil della Regione Lazio nel periodo cosiddetto “di cantiere”: cioè gli anni che vanno dal 2017 al 2023 nei quali tutti gli investimenti verrebbero realizzati. Con un impatto positivo sui redditi ( e di conseguenza anche sui consumi) delle famiglie per una cifra pari a 2,9 miliardi e sui redditi d’impresa per 1,7 miliardi. E con un ulteriore effetto benefico sulle casse statali (grazie al gettito fiscale) per 867 milioni. Insomma, viste così le Olimpiadi per l’economia di Roma, ma anche per quella italiana in generale (ancora a crescita zero e con una disoccupazione dell’11,4%) sarebbero state un vero toccasana.

Proprio l’occupazione infatti, secondo gli economisti del Ceis, ne avrebbe beneficiato in maniera notevole: infatti nei 6 anni di cantiere l’effetto occupazionale stimato sarebbe stato di 177 mila unità con 48 mila di essere direttamente impiegate nei lavori di preparazione ai Giochi. E per quanto riguarda i costi? Nei tre scenari elaborati dal Ceis (uno di riferimento, uno pessimistico e un altro ottimistico) la cifra che riguarda il totale dei costi non varia mai: rimane sempre di 4.236 milioni di euro, suddivisi tra costi di investimento (1051); imprevisti (368); congestione (203); security (677) e operativi (1938). A fronte però dei benefici totali che invece ammonterebbero in media (considerando i tre scenari) 6767 milioni con un Valore Attuale Netto Economico (che gli economisti utilizzano per stimare la convenienza di un investimento) sempre positivo. E proprio sul fronte dei costi, c’è stato qualcuno che ha storto il naso arrivando a mettere in discussione persino l’attendibilità del lavoro dal Ceis  Come il giornalista di Libero Franco Bechis il quale, sul sito l’imbeccata.it ha definito il documento “assai bislacco” per via appunto di questa immutabilità dei costi anche nell’ipotesi di eventi imprevisti. Bechis, per esempio, arriva a domandarsi: se arrivasse un alluvione, sul Villaggio Olimpico, i costi sarebbero sempre quelli?

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