Connettiti con noi

Calcio

Il calcio inglese nel pallone: Blackpool FC, Oyston Out e il ‘boicottaggio etico’

Stefano Pagnozzi

Published

on

Il calcio inglese nel pallone: Blackpool FC, Oyston Out e il 'boicottaggio etico'

Gestioni approssimative, che spesso privilegiano gli aspetti legati al business piuttosto che quelli sportivi, incomunicabilità e mancanza di empatia con la base del tifosi, conti delle società spesso in disordine e l’ostinazione di chi non vuole cedere il ‘suo’ giocattolo, nonostante città intere invochino la fine della ‘tortura’, queste le ragioni ricorrenti che animano i contrasti più accesi emersi negli ultimi mesi, e che in alcuni casi durano da anni, tra tifoserie e proprietari di diversi club sparsi per tutta la piramide del calcio inglese.

Realtà rivali, spesso lontane e divise dalle categorie, che però condividono un’idea diversa del ruolo che un club dovrebbe avere nei confronti della propria comunità. Lo scorso 6 Maggio l’ennesimo esempio, il ‘Judgement Day’ dei tifosi del Blackpool, giunto alla terza edizione per altrettanti anni di ‘guerra’ tra la tifoseria e la famiglia Oyston, che è diventato l’occasione per una mobilitazione che ha coinvolto gruppi di tutte le categorie, uniti per salvaguardare i propri club e per restituirli alle comunità. Una marcia dei tifosi compatti nella contestazione contro le derive sempre più ricorrenti nelle realtà locali del calcio inglese, le grandi escluse dai faraonici contratti TV, preda di avventurieri senza scrupoli giunti con grandi promesse e che invece lasciano, o non mollano, club in rovina.

In questo contesto anche quest’anno le associazioni di tifosi/Supporters’ Trust hanno svolto un ruolo chiave di raccordo tra le diverse anime del tifo locale e sono emerse sempre di più come punto di riferimento nel coordinamento delle manifestazioni di contestazione pacifica e per il lancio di iniziative di ‘boicottaggio etico’ con l’obbiettivo di colpire i portafogli di chi tiene in ostaggio il proprio club. Protesta che si spesso legata ed estesa a proposte concrete per acquisire il club, rimandate spesso al mittente, e ad un’opera di informazione e confronto con la base per trovare soluzioni condivise per riconsegnare le società alle città.

18643781_10213056542399348_506318366_n

Con la stagione del calcio inglese che volge al termine, e con qualche verdetto atteso ancora sul campo, il punto sui club in crisi e sulle principali storie di conflitto tra proprietà dei club e le rispettive tifoserie che hanno attraversato i campionati inglesi nel 2016/17, caratterizzato dal valore trasversale che assume con sempre più frequenza lo scontro tra due modi diversi di vedere il calcio e dalla crescente consapevolezza che uniti si possono cambiare le regole e ricostruire un ambiente più a misura di tifoso.

Blackpool FC, Oyston Out e il ‘boicottaggio etico’

Il primo caso è quello del Blackpool FC. Il club dei Tangerine è fermamente nelle mani della famiglia Oyston dal lontano 1987, dopo oltre un decennio nelle divisioni della Football League dai primi anni del 2000 il club inizia la scalata fino a tornare in Premier League, riconquistata dopo oltre 20 anni, dopo esserne stati protagonisti dal secondo Dopoguerra fino alla fine degli anni ’60 dove in 20.000 fissi gremivano lo stadio. Quelli nella massima divisione sono però gli anni in cui inizia a maturare il distacco tra base e proprietà. E l’ebbrezza della massima serie del calcio inglese dura poco, le ingenti risorse che arrivano dalle TV finiscono per spostare l’attenzione del board verso il business, e il logoramento dei rapporti con il tifo è accompagnato dai pessimi risultati sportivi che lo conducono alla caduta verticale in poco tempo fino in League Two. Negli ultimi anni la rottura definitiva, da tre stagioni una quota sempre più crescente della tifoseria diserta i match e ha lanciato una serie di iniziative per boicottare la proprietà. La richiesta di un cambio di proprietà diventa un voce sempre più forte che però si scontra con il muro degli Oystons.

A guidare la protesta e le rivendicazioni della tifoseria il Blackpool Supporters Trust (BST), l’associazione di tifosi nata nel 2014, proprio sulla scia della crescente contestazione agli Oyston, è stata protagonista con il supporto dei gruppi organizzati della campagna di ‘boicottaggio etico’ “Not A Penny More” che si protrae da anni per colpire il merchandising del club con la maglia alternativa a quella ufficiale, e attraverso l’esortazione all’abbandono dei match casalinghi che hanno visto crollare le presenze quest’anno verso il record storico negativo con poco più di 3.000 persone di media alle partite nonostante la stagione sul campo più che positiva. ‘Meglio seguire l’AFC Blackpool!’, club amatoriale della North West Counties League, diventato il punto di ritrovo alternativo ai match ufficiali per poter vivere una partita di calcio in serenità e per qualche ora lontani dai problemi della propria squadra.

I numeri parlano chiaro: dai 14.217 spettatori di media della stagione 2013/14 sia passa agli 11.172 del 2014/15 in Championship, quindi la retrocessione e i 7.052 in League One e ancora retrocessione per i 3.456 di quest’anno in League Two. Lontani dai 15.000 in Premier, e dalle ambizioni di espansione del Bloomfield Road di cui si parlava qualche anno fa, ma anche dai 6-7.000 che in media hanno occupato gli spalti negli ultimi 20 anni, e la protesta potrebbe arricchirsi di un nuovo episodio. Già nel corso nella stagione la folta frangia che contesta la proprietà aveva colto l’occasione di match rilevanti per sfruttare l’onda mediatica che li accompagnava e far valere le proprie ragioni con proteste pacifiche, come era accaduto per il match di FA Cup del 28 Gennaio in trasferta contro il Blackburn Rovers dove le due tifoserie avevano marciato congiuntamente e lanciato il boicottaggio del match con la campagna #OperationEmptyEwood come forma di dissenso contro la gestione dei loro club.

18601564_10213056542559352_1650570518_n

Il club ora è impegnato nella finale dei Play-off della League Two il prossimo 28 Maggio dove affronterà nello stadio Wembley l’Exeter City FC, match che assume contenuti speciali se si pensa che la società dei Grecians è uno dei Community Club più longevi del calcio UK, dal 2004 guidato dall’Exeter City Supporters’ Trust che lo salvò dal fallimento. La tifoseria nonostante l’occasione speciale ha però annunciato che non retrocederà nelle rivendicazioni e che diserterà il match, a meno che il club non si impegni a devolvere l’incasso verso qualche organizzazione sociale no profit.

Il direttivo del BST sulla propria pagina Facebook lo scorso Venerdì: ‘Se il Blackpool FC desidera che i tifosi siano presenti per il match della finale di Play-Off a Wembley a sostegno della squadra, il BST propone quanto segue ai proprietari: dovrebbero accettare di donare tutta la quota di ricavi di pertinenza del BFC della Finale Play-Off (vendite di biglietti Ecc.) verso una o più organizzazioni no profit di Blackpool, secondo modalità condotte in modo trasparente e indipendente‘.

Dopo una prima offerta formale per l’acquisto della maggioranza del club nel 2015, da circa 16 milioni rispedita al mittente, il BST ha proseguito la propria opera di pressione per spingere gli Oyston alla cessione, manifestando la volontà di essere coinvolti direttamente o a sostegno di investitori validi con un piano serio di sviluppo. La contestazione anche nella finale resta un segnale importante per il board, con i tifosi è ormai rottura, ha senso proseguire ancora così? Qualche risposta arriverà dall’esito dell’ultima partita stagionale contro l’Exeter, con l’augurio che il terzo Giorno del Giudizio sia finalmente l’ultimo e che il club possa, dopo anni di contrasti, ritrovare la propria comunità e intraprendere la strada per un nuovo inizio.

 

Comments

comments

Calcio

Storia dei Mondiali: Francia 1998, la testa di Zidane e il Mistero Ronaldo

Paolo Valenti

Published

on

Il mondiale nel 1998 torna in Europa. In Francia trova spazio una manifestazione sempre più mastodontica, alla quale, per la prima volta, partecipano trentadue squadre: più paesi coinvolti significano maggiori guadagni per tutti e più sostegno per chi, come Blatter, ha spinto questa novità. Cinque squadre africane e quattro asiatiche fanno bella mostra di sé in un tabellone che prevede otto gironi le cui prime due classificate andranno ad alimentare gli scontri diretti che designeranno le due finaliste.

La nazionale transalpina già sulla carta induce i favori del pronostico, vista l’impressionante quantità di giocatori di spessore che presenta nella lista dei ventidue convocati. Da Trezeguet a Petit, da Barthez a Thuram, da Henry a Blanc, i Bleus costituiscono una compagine di valore inestimabile: guidati da Zidane e dal pubblico sembrano inesorabilmente lanciati sulla via del trionfo. Per ottenerlo devono fare i conti col Brasile di Ronaldo, giovane fenomeno reduce da due stagioni fragorose disputate con Barcellona e Inter, nelle quali ha dimostrato di essere probabilmente il miglior calciatore del mondo. Campioni in carica, i verde-oro rispettano fino in fondo il loro ruolo di antagonisti principali dei padroni di casa, cedendo il loro scettro in una finale che solo se disputata con un Ronaldo in condizioni psico-fisiche decenti avrebbe potuto avere un esito diverso.

La vera sorpresa della competizione è la Croazia che, alla sua prima apparizione alla fase finale dei mondiali, conquista un terzo posto che equivale a un successo, per raggiungere il quale raccoglie sul suo cammino lo scalpo di nazionali di tradizione come Germania e Olanda. Avvalendosi del puro talento di gente come Prosinecki, Boban, Vlaovic e Suker, gli slavi mostrano godibili trame di gioco impreziosite da estrosità individuali che disorientano critica e avversari.

E l’Italia? La rosa che Cesare Maldini porta in Francia è molto valida. Il selezionatore azzurro ripesca dal cilindro del campionato il coniglio bagnato (soprannome che gli dette l’avvocato Agnelli) Baggio, in odor di mondiali prontamente rivestitosi con gli abiti del Divin Codino dopo anni di appannamento riconducibili ai soliti infortuni e alle incomprensioni con gli allenatori. Nella stagione che precede Francia 98 torna a respirare aria di provincia a Bologna e riconquista nazionale e mondiale col patto stretto con Maldini di non pretendere la titolarità della maglia. E’ una squadra che dopo la rivoluzione sacchiana restaura il calcio all’italiana: difesa arroccata e contropiede orchestrato sulle triangolazioni verticali Di Biagio-Moriero-Vieri che, se fanno storcere il naso a esteti e amanti del calcio moderno, dimostrano comunque una loro efficacia. Per il terzo mondiale di fila, però, gli azzurri devono fare i conti con la maledizione dei calci di rigore, dopo essere andati vicinissimi ad eliminare la Francia con una delle pennellate magiche possibili solo alla classe senza tempo né fine di Roberto Baggio. E’ il destino a mettersi di mezzo, decidendo che in finale ci devono arrivare delle maglie più blu delle nostre..

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati del Mondiale Francia 1998

LE CURIOSITA’

Il golden gol

Altrimenti chiamato dagli americani col forse più “onomatopeico” sudden death, il golden gol fu una novità regolamentare applicata in Francia per la prima volta nel corso della fase finale della coppa del mondo. Frutto dei tentativi di rendere meno guardingo l’atteggiamento delle squadre nello svolgimento dei tempi supplementari, il golden gol, in realtà, contribuì ad aumentare il timore della sconfitta e, di conseguenza, l’attitudine dei giocatori a rimanere coperti in fase difensiva per non subire un gol irrimediabile. Il fallimento di questa regola fu sancito dalla sua definitiva abolizione avvenuta nel 2004.

Parola di Tino

Il 18 giugno 1998 Faustino Asprilla, estroso attaccante della Colombia nonchè del Parma, venne escluso dalla nazionale a seguito delle dichiarazioni rilasciate dopo la sostituzione avvenuta nella partita contro la Romania. In quell’occasione, infatti, Asprilla accusò l’allenatore Gomez di fare favoritismi nei confronti di alcuni compagni che, secondo l’attaccante, avrebbero giocato peggio di lui. Che l’allusione fosse a Valderrama o altri, poco importò: Asprilla venne escluso dalla squadra e fu costretto a rientrare in patria il giorno successivo.

Serbi e croati

I dirigenti della Croazia, squadra rivelazione del torneo, fecero più che qualche rimostranza nei confronti dell’organizzazione dei mondiali quando, per la conferenza stampa seguente la partita col Giappone, si videro assegnati un’interprete serba. Ancora troppo fresche le ferite di una guerra atroce per poter sorvolare su una designazione quanto meno improvvida.

La responsabilità sociale di Jurgen Klinsmann

Poco prima della partita Germania-Iran, il capitano della nazionale asiatica Abdzaleh portò in omaggio a Jurgen Klinsmann, al suo terzo e ultimo mondiale, alcuni regali. Il motivo? Otto anni prima, a seguito di un grave terremoto che colpì il paese, l’attaccante tedesco si era fatto promotore di una raccolta di fondi a sostegno della popolazione colpita dalla disgrazia. Non fu un gesto isolato per l’asso della nazionale che, tra gli altri, elargì anche un significativo contributo economico al compagno di squadra Astutillo Malgioglio, da sempre impegnato nell’assistenza alle persone disabili.

Spirito di squadra

Il difensore del Brasile Aldair soffriva i trasferimenti in pullman. Diventò un problema, quindi, il viaggio di sessanta chilometri da Marsiglia a Tolone che i verde-oro furono costretti a sostenere per l’indisponibilità del Velodrome. I dirigenti della federazione si erano già attrezzati per consentire ad Aldair di effettuare lo spostamento con una macchina ma alla fine fu il giocatore stesso, per spirito di squadra, a decidere di sopportare il suo disagio per poter viaggiare insieme ai compagni.

LA FINALE

Il 12 luglio 1998 nel nuovo Stade de France di Saint Denis si disputa la finale tra i padroni di casa e i campioni del mondo in carica. Francia-Brasile è l’ultima partita che vogliono tutti, tifosi e organizzazione che, come ha rivelato Platini solo poco tempo fa, ricorre anche a mezzi non propri trasparenti per agevolare il transito delle due compagini verso l’ultimo atto della manifestazione senza il rischio di scontrarsi prima. Spalti gremiti a rappresentare una Francia che, se potesse, tracimerebbe sul prato per dare ulteriore supporto e convinzione a una nazionale che, per valori tecnici, non ne ha un gran bisogno. Il Brasile è campione in carica, non è e non può essere la vittima sacrificale di un impulso a vincere che ai Bleus manca dal vittorioso europeo giocato sempre in casa ai tempi di Le Roi Michel. I segnali del pre-partita, però, non sorridono alla nazionale verde-oro: nelle formazioni ufficiali consegnate in sala stampa manca dall’undici titolare il nome di Ronaldo, stella assoluta dalla quale può dipendere l’esito della partita. Si susseguono le voci più disparate che, nel contorno offuscato col quale si diffondono, parlano di un grave malore che ha colpito nel pomeriggio il ragazzo di Rio. Voci poi confermate, anche se delle reali cause che lo hanno provocato nessuno sa nulla. Resta il fatto che alla fine Ronaldo esce regolarmente dagli spogliatoi insieme ai compagni per prender parte a una partita che probabilmente non può permettersi di mancare per esigenze commerciali più che sportive.

Già, perché l’attaccante che scende in campo a Saint Denis non è nemmeno il fratello di latte del Fenomeno che tutti sono abituati ad ammirare per potenza, controllo di palla e capacità di mandare al tappeto i difensori avversari. La partita, in questi termini, di fatto non ha storia: i transalpini prendono il largo già nel primo tempo, quando Zidane si concede il lusso di una doppietta (due colpi di testa) che incorona un mondiale esaltante per lui e la sua gente. Nemmeno l’espulsione di Desailly al 70° riesce a rimettere il Brasile in scia alla partita. Anzi, nel finale Petit riesce a rendere il risultato ancora più netto, portando tutta la Francia a festeggiare sulle avenues dei Campi Elisi.

I PROTAGONISTI

Zinedine Zidane – Della Francia campione del mondo 1998, il giocatore di maggior talento era sicuramente Zinedine Zidane. Marsigliese di origini berbere, Zidane costituì la punta di diamante di una generazione di fenomeni che la Francia non aveva mai visto nemmeno ai tempi di Platini, Giresse e Tigana. Dotato di una classe non inferiore a quella del suo illustre predecessore con la maglia numero dieci, Zidane era un melange perfetto di abilità tecnica e forza fisica che rendeva quasi sempre vano il tentativo di centrocampisti e difensori avversari di sottrargli il pallone, che Zizou andava spesso a cercare nei meandri del centrocampo per poi farsi carico di portarlo avanti con progressioni individuali o giocate ad innescare i compagni. Si, perché Zidane era indifferentemente in grado di arrivare in porta con dribbling e veroniche avvitate su se stesso piuttosto che lanciando i protagonisti dell’azione offensiva verso il passo finale, non disdegnando di battere i portieri anche attraverso il gioco aereo, nel quale faceva valere la sua non indifferente mole, come dimostrarono proprio i due gol segnati al Brasile nella finale di Saint-Denis.

Il successo con la nazionale gli consentì di vincere il Pallone d’Oro e il Fifa World Player 1998, a suggello di un anno solare per lui indimenticabile. La sua carriera non finì con quel mondiale: vinse coi Bleus, pur non brillando, anche l’Europeo del 2000 contro l’Italia e fece incetta di trofei con due top club come la Juventus e, soprattutto, il Real Madrid. Una delle sue poche pecche risiedeva nelle pieghe di un carattere a volte ombroso che, se mal disposto, gli faceva perdere la testa. Indicativo, in questo senso, il suo addio al calcio nella finale dei mondiali 2006, ancora una volta contro l’Italia, quando, provocato da Materazzi, reagì platealmente e venne espulso. Uscendo dal campo potè accarezzare solo con lo sguardo quella coppa alzata al cielo otto anni prima che, probabilmente, avrebbe potuto tenere ancora tra le mani se non avesse lasciato in inferiorità numerica, e senza un rigorista letale, i propri compagni. Terminata la carriera in mezzo al campo, ancora oggi dimostra di essere nato per dare il meglio al calcio: da allenatore delle Merengues, con la vittoria della Champions League 2018, è diventato il primo, e finora unico, allenatore ad aver vinto il trofeo tre volte di fila.

Luigi Di Biagio – Nella nazionale di Cesare Maldini, Luigi Di Biagio svolgeva il ruolo di play basso davanti alla difesa col preciso compito di accelerare la fase di transizione tra azione difensiva e offensiva. Formatosi nelle giovanili della Lazio, Di Biagio arrivò stabilmente in Serie A con il Foggia di Zeman, tecnico che ne forgiò le caratteristiche di incontrista capace di ribaltare velocemente l’azione. Col tecnico boemo affinò anche la capacità di inserirsi con profitto in zona gol: un bagaglio tecnico che gli permise di farsi notare anche nell’ambiente della nazionale e di partecipare così alla spedizione di Francia 98, dove rappresentava lo snodo tattico cruciale del gioco voluto da Maldini senior. Recuperato il pallone, Di Biagio tagliava il campo con lunghi lanci in diagonale a raggiungere l’esterno destro Moriero il quale, a sua volta, di prima o dopo un’azione in profondità, cercava l’intervento potente di Bobo Vieri in area di rigore avversaria.

Vigoroso e votato al gioco di squadra, Di Biagio non si tirò indietro quando si trattò di andare a calciare l’ultimo rigore nella partita dei quarti di finale contro i padroni di casa francesi. Lo tirò come era solito fare, con un calcio violentissimo che, in genere, ovunque fosse indirizzato nello specchio della porta non avrebbe dato scampo al portiere. Quel giorno, però, non andò così: bastarono pochi centimetri di troppo al pallone perchè andasse a infrangersi nel pieno della traversa e rimbalzasse verso il campo. Di Biagio cadde all’indietro quasi che si fosse sentito colpito al petto da quel rinculo che sentenziava l’ennesima sconfitta dell’Italia ai mondiali ai calci di rigore. Caduto al fronte, con onore.

Comments

comments

Continua a leggere

Azzardo e piaghe sociali

Messi e gli altri: l’Ormone della crescita e il rischio del Doping legalizzato

Emanuele Sabatino

Published

on

Compie oggi 31 anni Lionel Messi, il fenomeno del Barcellona che con la sua Argentina sta trovando non pochi problemi ai mondiali di Russia 2018. Ma quando parliamo della Pulce, si tira in ballo sempre il suo passato e il suo uso consentito dell’ormone della crescita. Una sostanza dopante che, in molte situazioni, è facile ottenere anche se non si è realmente affetti da deficit clinicamente accertati come nel caso dell’argentino.

Leo Messi è il primo o il secondo giocatore più forte al mondo, in base ai titoli vinti dal proprio club ed al gusto personale. Oggi però non parleremo di un suo record né di una sua giocata sensazionale ma di una cosa che da sempre mette Messi sul banco degli imputati e lo rende il prototipo perfetto del giocatore 3.0.

Flash Back. – 1998 – Leo ha talento. Infinito. Madre Natura è stata, però, maligna. Perché Leo a 11 anni é un fenomeno coi piedi ma ha un problema: non cresce. I medici del Newell’s Old Boys emettono una diagnosi che ha il sapore della sentenza: ipopituitarismo (in inglese GHD – Growth Hormone Deficit) Deficit di produzione ormonale che rallenta o, nei casi più gravi, arresta la crescita. I sintomi delle persone affette da GHD sono: piccola statura, braccia più corte rispetto al giusto rapporto proporzionale, viso sempre più giovane rispetto all’età attuale. Si può guarire facendo una cura ormonale costosissima da 750 euro al mese che la famiglia non può permettersi ma il Barcellona ovviamente sì. A questo punto bisogna introdurre e specificare la differenza tra “Doping” e “Medicina applicata allo sport”.

Il Doping é un’ alterazione delle prestazioni di un atleta, che vede la somministrazione di farmaci quando quest’ultimo non ne ha bisogno, ed ha sempre accezione negativa, la medicina applicata allo sport, invece, serve per curare malattie diagnosticate precedentemente ma a volte, con la scusa, diventa un doping camuffato o giustificato. Diciamo che ha animus positivo ma spesso é una grande zona grigia dove all’interno medici “bravi” fanno arguti giri di valzer. Messi, quando arriva a Barcellona, misura 140 cm. Oggi è 1,69. Quindi dai tredici ai venti anni è cresciuto di 29 centimetri. L’ormone della crescità aumenta la massa magra, fa perdere quella grassa, fa crescere in statura e aumenta la forza. É ovviamente bandita dall’ Agenzia Anti-Doping Mondiale, Armstrong disse che lo usava come ingrediente principale nei suoi recuperi tra una tappa e l’altra oppure Marion Jones spogliata di cinque ori olimpici e bandita dalle Olimpiadi cinesi per la positività allo stesso sono solo alcuni casi.


La sezione 46 del regolamento Anti-Doping della Fifa permette a giocatori affetti da una malattia diagnosticata di utilizzare temporaneamente sostanze inserite nella lista delle dopanti. Ma ci sono 2 lati oscuri: Messi è stato sottoposto al trattamento col GH sicuramente in età dai 13 ai 17 anni, comunicati ufficiali dello staff del Barcellona, poi silenzio radio e nessuna risposta alle richieste. Ricordiamo che questo tipo di malattia va curata per sempre. Guarda caso il silenzio radio del club è coinciso con l’inizio dei test antidoping atti a scovare proprio il GH nel 2004. Ora noi siamo felici che abbia prevalso il buon senso e ci godiamo Messi e le sue giocate, ma se ci togliamo i panni per un attimo dell’appassionato di calcio e ci mettiamo i panni di un osservatore distaccato, ci rendiamo conto che un uomo che la natura non aveva fatto per giocare a pallone ed il mondo dello sport con le sue regole ferree non avrebbe mai potuto accettarlo nel farlo gareggiare, è ad oggi uno degli uomini più titolati, riconosciuto e popolari del pianeta.

Le domande sorgono spontanee: quanti potenziali Messi affetti da GHD che non hanno avuto la fortuna di vedersi pagate le cure ormonali il mondo del calcio si è visto sfuggire? Giocatori piccoli di statura, esempio Insigne o Giovinco, che fanno fatica a competere ad alti livelli, avessero avuto la possibilità di utilizzare il GH per qualche anno avrebbero l’esplosività ed i quadricipiti di Messi? Sarebbero forti come lui? Domande su cui potremmo discutere per giorni e giorni ma che non visualizzano il pericolo più grande e cioè che la riuscita del project Messi, sta portando sempre di più padri sconsiderati, allenatori idioti e medici folli a praticare iniezioni di GH a giovani atleti (neanche c’é il test anti-doping in età inferiore) per accrescerne statura e stazza fisica così da primeggiare contro i pari età ed avere più chance di emergere nel proprio sport.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

DasPutin: la polizia inglese usa le maniere forti per non far andare gli hooligans ai Mondiali

Emanuele Sabatino

Published

on

La polizia si sta sfornzando nell’impresa di sequestrare i 58 passaporti rimanenti per essere sicuri che queste persone non siano abili di andare in Russia.

La Polizia inglese ha dichiarato che a più di 1200 hooligans con una storia passata di disordini da stadio è stato impedito, previo sequestro del passaporto, di viaggiare verso la Russia per seguire la nazionale allenata da Southgate che oggi scenderà in campo per la seconda partita del suo Mondiale contro Panama.

1312 sono stati gli individui costretti a consegnare il passaporto alle autorità locali inglesi. Di questi 1312, 1254 hanno portato il passaporto volontariamente, sono stati costretti a farlo o non lo avevano mai fatto in vita loro. Ne rimangano appunto 58 ancora da confiscare.

Unità supplementari di poliziotti verranno schierate ai porti navali per evitare che qualcuno possa tracciare itinerari alternativi per arrivare in Russia una volta lasciato il Regno Unito via mare. Il daspo calcistico in Inghilterra può durare sino a 10 anni è ha lo scopo di evitare agli hooligans di viaggiare per gli eventi sportivi internazionali. Eludere il daspo è ovviamente un reato e comporta una multa di 5000 sterline e 6 mesi di prigione. I passaporti sequestrati verranno riconsegnati ai legittimi proprietari dopo la fine della Coppa del Mondo prevista per il 15 luglio.

Secondo Scotland Yard  questa operazione ha permesso che tra i più di 10000 tifosi inglesi ora presenti in Russia la stragrande maggioranza siano persone oneste, genuine e giunte lì col solo scopo di tifare e godersi il torneo.

Nonostante questo però rimane la paura, ne avevamo parlato già qui, per l’incolumità dei tifosi inglesi, specialmente quelli omosessuali, dopo le minacce omofobe e razziste degli hooligans russi da sempre pieni di un sentimento anti-british. Già durante gli europei del 2016 le due tifoserie arrivarono a contatto e 5 tifosi inglesi rimasero gravi e altri 30 finirono all’ospedale anche se senza pericoli.

Una delegazione della polizia inglese, su richiesta proprio del paese ospitante, è andata in Russia per lavorare al fianco delle autorità locali e garantire la massima sicurezza agli ospiti inglesi.

 

 

 

 

 

Comments

comments

Continua a leggere

Trending