Calcio e scommesse. Il binomio, rimasto per anni soltanto una materia per inchieste penali, talune clamorose che hanno portato in galera fior di campioni, è oggi sempre di più un matrimonio d’affari assolutamente lecito. Tra le società che hanno fatto delle scommesse  (sportive ma non solo) una macchina per fare soldi e le società di calcio che invece di quei soldi hanno sempre più il bisogno, per andare avanti. Ed ecco allora che sono nati così gli accordi di sponsorizzazione come quello che qualche anno fa (era il 2006) portò il Milan dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ad avere sulla propria maglietta il nome di un’importante società di scommesse (Bwin) così come il Real Madrid e moltissime squadre della Premier League.

Oppure l’ultimo di questi accordi, siglato agli inizi di ottobre, che ha visto come parti coinvolte la società di scommesse Intralot e nientemeno che la FIGC, la federazione italiano gioco calcio. Che hanno stretto un accordo in base al quale la nazionale di calcio italiana avrà per i prossimi anni come sponsor proprio la società di scommesse greca. Senza dimenticare che per anni anche la serie B ha avuto come title sponsor una società di scommesse: cioè la stessa Bwin, (fino al 2013 poi Eurobet fino al 2014), che compariva sulle maglie del Milan. Fino ad arrivare ai casi meno eclatanti ma non di minore importanza come gli accordi stretti dal Catania con Domus Bet oppure dal Bari con Betaland. 

E nella vita di tutti i giorni, le innumerevoli pubblicità che rimbalzano su tutti i media prima, durante e dopo ogni partita, ma anche fuori dal contesto sportivo. Quel “gioca responsabile” recitato alla velocità della luce appeso come specchietto per la morale in totale contrasto con i messaggi commerciali fatti di incentivi e bonus legati alla scommessa. Anche lo stadio, spopolato ormai dal popolo del tifo, è tappezzato ovunque da banner che invitano ad azzardare. E la controindicazione finale del “può creare dipendenza” che ha effetto come quella suggerita per le sigarette. Nulla. Alla stessa stregua del “vietato ai minori” ben visibile in ogni spot ma che cozza inevitabilmente con l’introduzione di giochi per bambini che, come in una sorta di imprinting di Lorenziana memoria, li predispone al mondo del gioco per adulti già in tenera età: il caso più eclatante è rappresentato dalle slotmachine Redemption Ticket nelle sale giochi dedicate ai più giovani .

Questo per dire che oggi, la parola “scommessa” nel calcio italiano non è più una parola bandita ma anzi, in taluni (forse troppi) casi, molto bene accetta. E sono i numeri impressionanti a dimostrare che in Italia la filiera delle scommesse sportive non è un settore che conosce la crisi economica. Ma che invece e piuttosto continua ad essere la destinazione di molti risparmi degli italianiAumentati, secondo quanto rivelato da una ricerca di mercato della Agimeg, del 22% nel 2015 fino ad arrivare a raggiungere i 2,7 miliardi di euro e solo con le scommesse on line. Perché, infatti, con le scommesse off line la cifra salirebbe di altri 300 milioni fino a toccare i 3 miliardi di euro. E come rivelato da uno studio di Sportradar (la multinazionale contro le frodi nello sport), ripreso anche dal sito eurosport.com, la serie A italiana continua ad essere una meta ambita per molti scommettitori. I quali, destinerebbero al nostro campionato almeno 53 milioni di euro per partita, fino ad arrivare a raggiungere fatturati per 20 miliardi di euro. Ossia oltre il 2% del Pil. Senza dimenticare, come già rivelato dal giornalista Daniele Poto su queste colonne, che i malati patologici da gioco d’azzardo in Italia sono compresi tra le 300 e le 600 mila unità. In proporzione, è come se tutti gli abitanti di città come Firenze o Palermo, fossero dipendenti da gioco d’azzardo. Con implicazioni che spesso ballano sulla sottile linea della legalità in un settore molto appetibile per la criminalità organizzata.

Una vera e propria piaga sociale che lo Stato italiano anziché combattere ha piuttosto alimentato preferendo incassare i 12 miliardi di euro di gettito fiscale derivante dalle scommesse. Eppure c’è stato in Italia chi ha voluto dire di no al gioco d’azzardo. E’ il caso di quei baristi che volendo contribuire veramente a combattere la ludopatia, hanno deciso di togliere le slot machine dai loro locali, con il movimento SlotMob. Sono rimasti loro gli ultimi baluardi contro il gioco d’azzardo. Come se fossero tutti Don Chischiotte. Nella speranza che davanti non abbiano i mulini a vento.

 

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