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Calcio

Il Calcio di Giacomo Losi: “In campo valori e umiltà, sugli spalti amore e ombrellate”

Valerio Curcio

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Conoscere di persona i campioni del passato fa un certo effetto. Ancor di più se ci si trova davanti Giacomo Losi, quindici stagioni nell’AS Roma dal 1954 al 1969, terzo per presenze dopo Totti e De Rossi. Mai un’espulsione in carriera, un solo cartellino giallo proprio durante l’ultima partita.

L’effetto è amplificato se il tutto accade nell’angusto spogliatoio di un campo di calcio romano, dove ogni sabato mattina “er Core de Roma” dirige gli allenamenti dell’ItalianAttori. Losi ha portato con sé un oggetto speciale. Avvolta in un foglio di carta, dal suo borsone estrae la riproduzione in scala della Coppa delle Fiere che sollevò nel 1961: “Tiè, lo sai che è questa?”. È l’esemplare in miniatura che consegnavano solo ai capitani delle squadre vincitrici.

 Lo scorso 11 ottobre è ricorso l’anniversario della vittoria della Coppa delle Fiere del 1961, unico trofeo internazionale vinto dalla Roma oltre al Torneo Anglo-Italiano. In carriera lei ha inoltre vinto due coppe nazionali. L’odierna Europa League e la Coppa Italia sono oggi competizioni sottovalutate?

Chi le sottovaluta sbaglia. Questo è l’unico trofeo europeo vinto dalla Roma. [Mi porge la replica della Coppa delle Fiere, nda]. Uno deve scendere in campo sempre con l’idea di vincere. Io se potevo vincere anche la Coppa del Nonno, davo tutto e cercavo di trasmetterlo ai miei compagni. In Svizzera giocammo la Coppa delle Alpi: io volevo vincerla, anche se era considerata una competizione secondaria. Sai, noi romanisti abbiamo poco da fare gli schizzinosi.

Quanto sono cambiati i calciatori dai tempi in cui lei giocava?

Moltissimo. In generale c’era più umiltà. Oggi molti sono orientati più al proprio tornaconto che a quello del gruppo. Pensa che io giocai il ritorno di Roma-Hibernian, semifinale di Coppa delle Fiere, il giorno dopo aver giocato in Nazionale. Arrivai al ritiro pre-partita e l’allenatore mi chiese: “Te la sentiresti di giocare?”. E io: “Subito!”. Poi lo chiese agli altri che risposero: “Magari!”. E chissà come sarebbe andata senza di me, visto che sul pareggio salvai un goal sulla linea permettendo alla Roma di giocare la bella, che vincemmo 6-0.

E i tifosi come sono cambiati?

I tifosi oggi sono più polemici, si sentono tutti allenatori. Ai miei tempi c’era il vero amore incondizionato. Andavano allo stadio per vedere la partita, tutta la famiglia, con le pagnottelle da mangiare. L’Olimpico era pieno anche se giocavamo contro la Pro Patria. Oggi la partita non è più il “rito sacro” che diceva Pasolini, lo stadio non si riempie nemmeno al derby. L’ultima volta che sono andato guardavo gli spalti semivuoti e mi faceva impressione. Non si fa nulla per avvicinare i tifosi.

Poi, questa storia delle barriere nelle curve dell’Olimpico è assurda. Come se c’entrassero qualcosa con la violenza. Ai tempi miei c’erano le vere risse sugli spalti, ma non gli si dava tutta questa amplificazione mediatica. Oggi invece se ogni tanto c’è una scazzottata viene montata da giornali e tv come fosse la fine del mondo. Ai tempi miei sai le ombrellate che volavano! Ma mica se ne accorgeva nessuno, finiva lì.

Lei con Pasolini ci ha giocato, vero?

Ci ho giocato e l’ho allenato, perché già al tempo allenavo la Nazionale Attori. Nel 1971 giocai con lui una partita allo Stadio Flaminio: ex giocatori di Roma e Lazio contro attori. In quell’occasione lo marcavo, era un giocatore modesto, ma innamorato di questo sport. La cosa bella è che non faceva pesare la sua personalità: lui era Pasolini cazzo, ma non ce ne accorgevamo.

Avevamo molto in comune, se ci penso. Entrambi negli anni Cinquanta eravamo venuti dalla provincia del Nord in questa enorme capitale col cuore pieno di speranza. Tutti e due ne siamo divenuti un simbolo.

Eravamo entrambi due antifascisti: io da piccolo portavo le munizioni ai partigiani che dalle mura sparavano ai nazisti, mio padre era facchino e mia madre filandiera. Nonostante ciò parlammo sempre e solo di calcio, mai di politica. Con lui era così. Oggi l’Italia avrebbe bisogno di un intellettuale come lui, anche lo sport ne beneficerebbe.

La dirigenza dell’AS Roma secondo lei sta valorizzando la memoria del club?

Qualcosa hanno fatto, come la Hall of Fame, ma si potrebbe fare di più. Non dobbiamo mai dimenticare il nostro passato. I giovani devono imparare la storia, e invece i tifosi di oggi non sanno nemmeno come è nata l’AS Roma. Anche Campo Testaccio è scandalosamente abbandonato. Per me, da romanista, quel campo è una reliquia: ci vorrebbe un maggiore sforzo per salvarlo.

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Lei ha una scuola calcio a Valle Aurelia. Com’è il calcio di base a Roma?

Il comportamento dei ragazzini è diverso dai tempi miei. Molti genitori pensano di avere in casa un Totti o un Pelè. I miei non sapevano nemmeno che andavo a Cremona a giocare, non so se mi spiego. Ed avevo sedici anni! Mai che mio padre m’avesse detto: “T’accompagno io”. Era impossibile che la cosa si esasperasse, si restava coi piedi per terra.

Oggi invece tutto è esasperato. Questo rovina i tifosi e i giovani appassionati. I bambini di oggi non hanno con la passione del calcio come sport, hanno la passione del calcio come spettacolo televisivo, o videogioco, quelle cose elettroniche là.

Così si perdono i valori del vero calcio, quindi non mi stupisco che ci sia il doping anche tra i giovani delle categorie amatoriali. Alcuni ne approfittano, altri sono ingenui e pensano che queste cose gli facciano bene. Io le pasticchette di Herrera le buttavo per terra, lui non mi accettò anche per questo.

Cosa insegna ai bambini?

La prima cosa che insegno sul campo è l’educazione. Mi piace che in campo si comportino bene perché se lo fanno in campo lo fanno anche nella vita. Quando presi il mio primo ed unico cartellino giallo, durante la mia ultima partita, l’arbitro mi chiese scusa, perché sapeva che ci tenevo. Ma era meritato, mi avevano lasciato solo là dietro e io ne dovevo tenere due.  

Come divenne amico di Di Stefano?

Fu nel 1956, durante una tournée in Venezuela con Real Madrid, Porto e Vasco da Gama. Stavamo nello stesso albergo, alla mensa ci davano il minestrone. Il nostro massaggiatore Cerretti portò da Roma un sacchetto di Grana Padano per usarlo durante i pasti. Di Stefano dal tavolo del Real Madrid vedeva che mettevamo il formaggio sulla minestra, mi si avvicinò e mi disse: “Cos’è quello?”. Glielo feci assaggiare e mi chiese come poterlo avere a casa. “Dammi il tuo indirizzo e te lo spedisco”, dissi io. E gli mandai una forma di Grana. Da quel giorno diventammo amici. Lui è uno dei più grandi giocatori mai esistiti, un simbolo di un calcio ormai andato.

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Calcio

Giornata della Diversità: Rifugiati FC, l’Altra Faccia (Sportiva) dell’America

Paolo Valenti

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Per la Giornata Mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo che si celebra oggi, vi raccontiamo la storia di una scuola calcio negli Stati Uniti che ha capito che il mondo non è di un colore solo.

Tempo fa, passeggiando davanti alla libreria di casa, mi è capitato di incrociare lo sguardo sul dorso di un libro che avevo letto una decina d’anni fa: Rifugiati Football Club, scritto dal giornalista Warren St. John, al tempo reporter del New York Times. Georgia on my mind mi è venuto da pensare. Perché? Perché, proprio come l’episodio che ha coinvolto Donald Trump alla Mercedes Benz Arena lo scorso Gennaio, anche la storia vera narrata nel libro è ambientata in questo stato del sud degli Stati Uniti. Non ad Atlanta bensì a Clarkston, cittadina a una quindicina di miglia di distanza dalla capitale, nella quale Luma Mufleh, una donna giordana dal carattere adamantino, fondò la squadra dei Fugees, i rifugiati, nel giugno del 2004.

Da quattordici anni Clarkston era diventata un centro di accoglienza designato dalle organizzazioni internazionali per rifugiati, i quali si ritrovavano lì a dover inventare un futuro dignitoso per le loro vite. Come in ogni sradicamento, l’integrazione era il più grande problema da risolvere. Non solo nel paese di accoglienza ma anche nel contesto di relazione tra rifugiati che, provenienti dai luoghi più disparati, erano espressione di usanze e culture spesso in rotta di collisione. In un tessuto sociale così articolato e fragile, il carattere determinato e l’inclinazione all’impegno di Luma Mufleh trovarono nel calcio un potente strumento di condivisione delle uguaglianze e rispetto delle differenze che convinse i ragazzi a seguire regole spesso difficili da accettare per giovani alla ricerca di identità e speranza nel futuro: rinunciare al fumo e all’alcool, rispettare gli orari e l’allenatore, profondere sempre il massimo impegno. Regole di buon comportamento da seguire anche fuori dal campo di gioco per non perdersi nelle insidie della vita di chi è povero e straniero.


E’ così che ragazzi originari di Etiopia, Sudan, Liberia, Bosnia, Somalia, Congo, Iraq, Afghanistan (paesi che, presumibilmente, rientrano nella presunta definizione “shithole” per cui  Trump si sarebbe nuovamente, maldestramente accaparrato i titoli di apertura dei giornali degli ultimi giorni) hanno trovano una via per raggiungere i loro scopi. Una storia vera che mostra quel volto dell’America che oggi i media non riescono a riportare, travolti dalle continue escursioni nel campo della tracotanza di un Presidente che probabilmente la storia ricorderà come uno degli sbagli più grossi generati dalla democrazia americana. Un racconto che aiuta a svelare il volto più nobile dell’America, fatto di valori positivi e di speranza nel futuro che rende gli Stati Uniti non tanto un luogo geografico quanto, soprattutto, uno spazio nascosto nel cuore di ogni persona. Ed è rasserenante pensare che di questi valori lo sport, il calcio in questo frangente, sia riuscito a farsi strumento di traduzione nel quotidiano. Un calcio lontano anni luce dal carrozzone multimilionario che riempie i palinsesti delle televisioni di tutto il mondo ma che di quel carrozzone rimane pilastro fondamentale senza il quale tutto verrebbe a cadere. Un calcio capace di rispondere coi valori dello sport alle inevitabili difficoltà della convivenza tra popolazioni diverse, in grado di dare una risposta concreta alle sterili dichiarazioni di politici chiusi in una visione ottusa della realtà.

Una storia di sport, quella di Luma Mufleh, che è continuata negli anni diventando storia di speranza per tante giovani vite sopravvissute alla guerra: la sua organizzazione no profit Fugees Family (www.fugeesfamily.org) gestisce tutt’oggi programmi di scuola calcio e assistenza all’istruzione destinati a bambini rifugiati provenienti dalle più disparate nazioni. A dimostrazione che il calcio vero non si gioca a Stamford Bridge o al Santiago Bernabeu ma in ogni angolo del mondo dove è capace di generare felicità e speranza.

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Gaetano Anzalone: storia di un Galantuomo

Matteo Latini

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Gaetano Anzalone ha scelto una mattina di metà maggio per andarsene, lontano da quei riflettori che forse non lo avevano mai illuminato a sufficienza. Destino cinico, per chi c’era stato prima. Prima di Franco Sensi, prima di Dino Viola. Prima di due scudetti, cinque Coppa Italia e due finale europee sfumate per inesperienza e sfortuna davanti alla propria gente. Agli albori di una Roma che avrebbe recitato da protagonista negli anni 80, però, c’era quell’uomo che veniva da Roiate, provincia romana che stagnava di fame e voglia di cambiare. Ce l’aveva fatta Gaetano Anzalone, prima come uomo d’affari e poi da sportivo. Il fiuto lo aveva portato a investire nel mattone che nel secondo dopo guerra imperversava e stava cambiando i connotati di una Capitale destinata ad abbandonarsi a colate di cemento e dimenticare quei larghi spazi verdi barriera incrollabile tra centro e una periferia sconfinata. Democristiano tra i democristiani, Anzalone costruì la propria fortuna sotto l’egida di quello scudo crociato che avvolgeva e proteggeva Roma, la quale vi si sarebbe schermata fino alla svolta Argan, che nel ’76 avrebbe espugnato un Campidoglio dove vi si erano saldamente arroccati tutti i sindaci dal referendum monarchia-repubblica in poi.

Il fiuto degli affari nella vita, l’amore per il calcio come passione da portare avanti, fondendolo che le abilità di chi non sta a guardare ma vuole sporcarsi le mani. Anzalone iniziò con l’Ostiense, poi la Roma, fede incrollabile, a metà di quegli anni 60 dove a comandare c’era un altro compagno di partito e andreottiano di ferro, Franco Evangelisti. Tifoso prima che dirigente, capì che le cose sarebbero dovute cambiare e in fretta negli ultimi scampoli dell’era Alvaro Marchini, il Papa Rosso, che con Anzalone non condivideva neanche la scheda elettorale. Con l’ex partigiano a guidare la società giallorossa, di successi ne erano arrivati pochi e di contrasti fin troppi. Casse vuote, cessioni dolorose. La partenza di tre giovani dalle belle speranze come Capello, Landini e Spinosi fece il resto. A far divampare le fiamme, la destinazione: Torino, sponda bianconera. Troppo, anche per Anzalone, che nel consiglio di amministrazione fece valere le proprie ragioni un anno più tardi. Marchini voleva cacciare Helenio Herrera e riportare a Roma Fulvio Bernardini. Anzalone non gradiva e spingeva per tenersi stretto il Mago. Ebbe ragione lui, che in un colpo solo ottenne tecnico e carica di presidente, ufficializzata nel ’71 e innaffiata subito dallo champagne che Ginulfi e compagni avrebbero pasteggiato nel giugno successivo, brindando al 3-1 sul Blackpool e alla conquista del Torneo Angloitaliano.

Garbo e stile a mo’ di pochette, per la riva giallorossa del Tevere Anzalone divenne il presidente gentiluomo. Avrebbero voluto si tramutasse anche in altro, ma nel decennio bollente della lotta di classe i soldi continuavano a essere troppo pochi rispetto alle ambizioni. A metterci lo zampino, tante intuizioni buone su carta e stroncate dalla pratica, tra nomi di spessore nelle lettere ma poca sostanza in campo. Il matrimonio col Mago Herrara durò appena una stagione e mezza, ancora meno la fugace relazione con quel Manlio Scopigno che una volta sbarcato al Tre Fontane fece credere a tutti si potesse replicare il miracolo Cagliari, ma senza una Gigi Riva né un Nenè al quale appigliarsi. Nel mezzo, quello sgarbo maturato nel 1974 e uno scudetto andato a finire sulle maglie di una Lazio che sotto l’egida del Sor Umberto Lenzini cresceva fino a sfiorare un titolo e poi accaparrarselo con quel Giorgio Chinaglia nemico giurato romanista. Allo smacco biancoceleste, Anzalone rispose con Nils Liedholm, non ancora Barone e non più calciatore, ma già tecnico lungimirante e predestinato a diventare signore anche in panchina. Fu forse il successo più grande di un presidente che chissà quando inconsapevolmente stava gettando le basi per quel che un decennio più tardi sarebbe accaduto. Tornò ben poco indietro ad Anzalone, che alla sua Roma diede decisamente più di quando raccolto.

Sul prato dell’Olimpico, però, il presidente gentiluomo seminò Bruno Conti e Francesco Rocca, tirati fuori dal cilindro della Primavera e di quel Settore Giovanile del quale lo stesso Anzalone si era occupato prima dell’ascesa a massimo dirigente. Ci mise su il ritorno di Picchio De Sisti dopo gli anni spesi a fare le fortune della Fiorentina del Petisso Pesaola, il colpo Pierino Prati, giudicato bollito da Buticchi a Milano e rivitalizzato alla cura Capitale, l’idea di mandare in prestito e poi riprendersi immediatamente Agostino Di Bartolomei e due nomi che di lì a poco avrebbero indentificato il modello di portiere e attaccante a cui paragonare ogni altro 1 o 9 transitati per Roma: Franco Tancredi e Roberto Pruzzo.  Proprio l’acquisto del Bomber di Crocefieschi, strappato a mezza Serie A e portato sulle sponde del Tevere direttamente dalla Gradinata Nord di Genova, spinse Anzalone a rinviare la cessione della Roma di una stagione. Giusto il tempo di godersi i frutti di tanto sudore e quattrini versati nelle casse del Grifone, salvo scontrarsi con una realtà che vide i giallorossi salvarsi alla penultima giornata, all’Olimpico, grazie a un gol di quel suo ultimo pupillo burbero e baffuto, che in una domenica di maggio seppe quantomeno porre rimedio a una stagione al di sotto di quelle grandi aspettative riposte sulle sue possente spalle da Gaetano Anzalone.

Da gentiluomo a gentiluomo, l’estate del ’79 vide il passaggio di consegne e la sua Roma affidata all’Ingegner Dino Viola. Più che un atto d’amore, un gesto di responsabilità. Troppo grande l’amore per la Roma, superiore al punto di portarlo a fare un passo indietro e cedere quel bene così caro che orami necessitava di forse fresche e capitali ben maggiori. Viola raccolse i prodomi di una squadra che da lì in poi avrebbe anche iniziato a vincere, modificando e migliorando la base solida gettata da Anzalone. Si face da parte, il presidente galantuomo, godendo da tifoso ai successi di quelle maglie sulle quali proprio lui aveva pensato di affiggere il lupetto, la cui creazione venne affiata alla genialità di Piero Gratton. Se ne è andato a 88 anni, senza clamori, con discrezione. Così come aveva fatto quarant’anni prima, separandosi solo formalmente dalla sua Roma. Lasciandola finalmente a bagnarsi della luce di quei riflettori che anche il suo amore avrebbe meritato.

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Road to World Cup: Argentina 1978, l’Albiceleste Campione a tutti i costi

Paolo Valenti

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Quando, nel mese di marzo del 1976, la giunta militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla prese il potere in Argentina, al calcio d’inizio del mondiale di calcio mancavano poco più di due anni e l’apparato organizzativo, fino a quel momento, non aveva brillato per efficienza e tempismo.

In altre parole c’era più di qualche preoccupazione legata alla buona riuscita della manifestazione che però sfumò nel momento in cui i principali esponenti della dittatura compresero il valore strumentale al quale avrebbero potuto piegare il campionato del mondo. Fu così che, grazie anche alle risorse ingenti che si decise di utilizzare, il mundial argentino si svolse senza alcun disguido logistico-organizzativo: troppo importante il ritorno di immagine, la visione di un paese ordinato, compatto e vincente da poter esportare all’estero.

La nazione, in qualche modo, ritrovò una parte della sua unità, volendo dimostrare al mondo di potercela fare. A Luis Cesar Menotti e ai suoi ragazzi venne chiesto di dare il meglio di quello che potevano: a quello che serviva fuori dal campo per vincere ci avrebbero pensato i politici. Nel 1978 venne riproposta la formula già utilizzata in Germania che, dopo il primo turno, prevedeva la costituzione di due gironi di semifinale che avrebbero promosso le vincitrici alla finale e le seconde classificate alla disputa dell’incontro per il terzo posto. Ai nastri di partenza una vera e propria favorita non c’era, anche se Germania Ovest, Olanda e Brasile sembravano avere qualcosa più delle altre. Difficile, inizialmente, capire le reali possibilità dei padroni di casa, altalenanti nei risultati raccolti nella partite pre-mondiale e con una formazione titolare trovata solo all’ultimo momento.

L’Italia partì accompagnata da sfiducia e perplessità che, come anche in altre occasioni, alla fine vennero smentite sul campo. In effetti le critiche alla rinnovata nazionale guidata da Enzo Bearzot, che aveva fallito l’appuntamento con gli europei del 1976, si basavano sulle poco brillanti esibizioni che gli azzurri avevano fornito nelle ultime amichevoli disputate: sconfitta in Spagna a inizio anno, l’Italia aveva pareggiato a Napoli a febbraio contro la Francia di un ancor giovane Michel Platini facendosi rimontare due gol e aveva giocato una pessima partita all’Olimpico contro la Jugoslavia rimediando uno 0-0 accompagnato da fischi assordanti. Bearzot pensava agli uomini da scegliere anche, forse soprattutto, in relazione alla loro capacità di creare un gruppo unito. Un valore che, oltre alle indubbie qualità tecniche, fu uno dei segreti del convincente mundial argentino, che fece scoprire al mondo due giovani ragazzi che avrebbero scritto tra le pagine più belle della storia del nostro calcio: Antonio Cabrini e Paolo Rossi.  
Alla fine la coppa riuscì a finire nelle mani gaudenti di Daniel Passarella, capitano di una squadra che, seppur aiutata dai pesanti condizionamenti che impedirono al Brasile di giungere in finale e all’Olanda di disputarla in un clima sereno, dimostrò valori indiscutibili che passavano per le giocate di calciatori del calibro di Osvaldo Ardiles, Daniel Bertoni e del capocannoniere della competizione: Mario Alberto Kempes, tornato in patria per regalare alla sua gente momenti di felicità assoluta.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Argentina 1978

LE CURIOSITA’

La festa dopo Italia-Ungheria
Battuta l’Ungheria per 3-1 nella seconda partita del girone eliminatorio, l’Italia si trovò matematicamente qualificata per il secondo turno. Ciò bastò per far scendere in strada tanti tifosi che, armati di bandiere, trombette e clacson, manifestarono una gioia forse eccessiva per la portata dell’evento. Probabilmente su quella voglia di fare festa influì in parte la situazione del Paese, che un mese prima dell’inizio del mondiale aveva dovuto sopportare il peso dell’omicidio di Aldo Moro, che aveva costituito il momento più drammatico di quei cosiddetti “anni di piombo”. La voglia di evadere dal quotidiano, di distrarsi e trovare spazi nei quali poter vivere emozioni positive aveva convogliato verso gli azzurri tutto quell’entusiasmo.

Un arbitro molto fiscale

Mar del Plata, 3 giugno 1978: Brasile e Svezia fanno il loro esordio al mondiale a vent’anni dalla finale che disputarono nel paese scandinavo, che vide i verde-oro vincere la loro prima Coppa del Mondo. Al 90° le squadre sono sull’1-1 quando Nelinho va a battere un calcio d’angolo dalla parte sinistra della porta difesa dal portiere Hellstrom: parabola a rientrare verso l’area disegnata di collo esterno destro (una specialità che il terzino brasiliano mise in evidenza anche in occasione del gol che fece a Zoff nella finale per il terzo posto) sulla quale si avventa Zico di testa. E’ il gol che avrebbe deciso la partita a favore del Brasile se l’arbitro, il gallese Clive Thomas, non avesse fischiato la fine del match proprio mentre il pallone percorreva la sua traiettoria dalla lunetta del corner verso l’area di rigore. Nonostante le proteste dei giocatori, il gol non entrò a referto. 

Il sogno di Bertoni

Daniel Bertoni, uno dei maggiori protagonisti dell’Albiceleste nel mundial ‘78, segnò il terzo gol della finale contro l’Olanda, quello che fermò il punteggio sul definitivo 3-1. Forse per lui non fu una sorpresa, dal momento che qualche tempo prima dell’inizio del campionato del mondo aveva rilasciato un’intervista nella quale dichiarava di aver sognato di realizzare “il gol della vittoria nella finale, mentre gli avversari parevano patate. Io credo nel significato dei sogni e sono convinto che questo si realizzerà”. Aveva ragione.

Il Tango

In Argentina fece il suo esordio quello che diventerà una stella del calcio mondiale. No, non stiamo parlando di un giocatore non ancora affermato ma dello strumento senza il quale sarebbe stato impossibile disputare le partite: il Tango, il pallone ufficiale del mundial 1978. Rivoluzionario soprattutto nel nuovo design grafico che andava a sostituire i vecchi pentagoni neri che si alternavano nella cucitura agli esagoni bianchi, il Tango fu subito favorevolmente accolto dagli spettatori per la facilità con cui si rendeva visibile e per gli effetti ottici che generava rotolando sul campo. I calciatori ne apprezzarono da subito la leggerezza rispetto ai precedenti palloni che tuttavia non inficiava la regolarità delle traiettorie sia dei tiri potenti che di quelli ad effetto: qualità che resero il Tango, probabilmente, il miglior pallone mai prodotto per il gioco del calcio. 

 

L’assenza di Cruijff

Per Johan Cruijff il mondiale del 1978 avrebbe potuto essere l’occasione per riscattarsi della sconfitta patita nella finale tedesca rimediata quattro anni prima a Monaco di Baviera. Ma il fuoriclasse olandese, pochi mesi prima dell’inizio del torneo, decise di non partecipare, dando anche l’addio (temporaneo) al calcio. A quel gesto vennero date molteplici interpretazioni: dai dissapori con la Federazione a una presunta protesta contro il regime argentino fino alla paura di cadere vittima di un rapimento. In realtà sembra che Cruijff prese quella decisione semplicemente perché non aveva più gli stimoli giusti per prender parte a una competizione come il mondiale. L’Olanda dovette così rinunciare al miglior giocatore che l’Europa avesse mai espresso.

 

La squalifica di Johnston

La Scozia era partita per il mondiale con aspettative elevate: l’intero Paese aveva grande fiducia nelle possibilità di andare avanti nella manifestazione e uno dei suoi più illustri cittadini, Rod Stewart, aveva anche composto un inno per l’occasione. Sul campo le cose non andarono così bene, nonostante nell’ultima partita la squadra di Kenny Dalglish, Joe Jordan e Graeme Souness riuscì a battere l’Olanda. Alla delusione del risultato si unì anche la brutta figura fatta da Willie Johnston, trentaduenne centrocampista in forza al West Bromwich Albion, che venne trovato positivo al controllo antidoping prima della partita contro l’Iran. Inizialmente il giocatore reclamò la sua innocenza sostenendo che la positività era dovuta all’assunzione di medicine per curare la febbre da fieno salvo ammettere, solo in un secondo momento, di aver preso sostanze stimolanti utilizzate anche in passato. Gli venne comminata una squalifica di un anno.

Tagliati i baffi Mario

Servì un po’ di tempo a Mario Kempes per diventare l’eroe del mundial. Nelle prime tre partite El Matador non riesce a trovare la porta e da un contributo alla squadra non all’altezza della sua fama e delle sue capacità. E’ El Flaco Menotti a trovare la chiave giusta per sbloccare Mario: nel trasferimento verso Rosario, dove l’albiceleste affronterà la Polonia, si avvicina a Kempes, lo guarda negli occhi e gli dice: “Io con questi baffi non ti ho mai visto segnare. Perché non te li tagli?”. Detto, fatto. E con la Polonia arriva la prima di tre doppiette che porteranno l’Argentina alla vittoria finale.

Il no a Maradona

Nonostante avesse già collezionato quattro presenze in nazionale e avesse cominciato a dar prova del suo talento smisurato, Diego Maradona non venne inserito da Menotti nei ventidue che avrebbero giocato il mondiale. Il ragazzo ci rimase malissimo per una scelta dettata dalla necessità di tenere unito il gruppo e dalla giovanissima età del futuro Pibe de Oro, che avrebbe avuto in futuro altre possibilità di disputare i mondiali.

P2

Nella tribuna d’onore dello stadio Monumental, il giorno della finale, a fianco del generale Videla siede un cittadino italiano. Come è facile immaginare, non si tratta di un appassionato qualsiasi bensì di Licio Gelli, venerabile Gran Maestro della loggia massonica P2 che proprio in quegli anni era in auge. Dalle ricostruzioni successive, emerse che la P2 aveva consolidato diversi legami con l’Argentina, dapprima con Peron e successivamente grazie ai rapporti con la dittatura, in particolare con l’ammiraglio Massera, tra i più cruenti repressori degli oppositori del regime e membro anch’esso della loggia massonica.

LA FINALE

Alle 16 del 25 giugno 1978 all’Estadio Monumental di Buenos Aires (quello che ospita il River Plate) tutto è pronto per il calcio d’inizio della finale del mondiale. Per certi versi è una replica simmetrica della finale del 1974, allorquando gli olandesi provarono a sottrarre la vittoria ai padroni di casa: quattro anni prima la Germania Ovest e adesso l’Argentina. Il clima è incandescente, il tifo per l’Albiceleste impressionante: centinaia, migliaia di coriandoli e stelle filanti piovono sulla pista e in mezzo al campo rendendone impossibile la pulizia. Immagini di una finale mai viste prima né dopo quel 1978.

Le formazioni scendono in campo con tenute dai colori intensi: Olanda nella classica divisa arancione coi pantaloncini bianchi, Argentina con magliette a strisce verticali coi colori della bandiera perfettamente aderenti al busto dei giocatori, luminose come non lo sono mai state. I padroni di casa mettono subito la partita sul piano della tensione, chiedendo all’arbitro, l’italiano Sergio Gonella, di verificare se la fasciatura che porta al polso René Van de Kerkhof sia regolare. Si perde un po’ di tempo, il bendaggio viene aggiustato e finalmente si può cominciare. La partita è dura, dai toni agonistici molto accesi. Colpi e botte da una parte e dall’altra, con gli olandesi che, per non farsi spaventare, rispondono col gioco duro all’atteggiamento intimidatorio di tutto l’ambiente. Il risultato si sblocca al 38° quando Mario Kempes prende una palla al limite dell’area e, trascinando con sé il difensore che lo marca, si porta verso la porta di Jongbloed, che anticipa in scivolata mettendo in rete. Gli Oranje, seppur non più brillanti come nel 1974, restano comunque una squadra di assoluto livello internazionale e, proprio quando tutto il Paese sudamericano pensa di essere già Campione del Mondo, all’82° pareggiano con Nanninga, subentrato al 58° al posto di Rep.

L’inquietudine per gli argentini non finisce qui, perché a pochi secondi dalla fine Rob Rensenbrink colpisce il palo della porta difesa da Fillol. E’ il momento della storia in cui l’Olanda si trova più vicina a vincere un mondiale ma è anche l’attimo di sliding doors che inchioda gli Oranje al loro amaro destino. Quando, alla fine del primo tempo supplementare, El Matador si ritrova a tu per tu con Jongbloed dopo un’altra delle sue progressioni in verticale, la carambola che nasce dall’impatto col portiere porta nuovamente in vantaggio l’Albiceleste. È Daniel Bertoni a chiudere definitivamente la partita al 115°, realizzando il suo sogno e quello di milioni di connazionali che aspettavano questa vittoria da quarantotto anni. Tutto il Paese è in festa: per qualche ora anche le torture e i voli della morte si sono interrotti in una sorta di tregua olimpica che ha permesso al popolo argentino di perdersi nella felicità della vittoria.

I PROTAGONISTI

Mario Alberto KempesEl Matador, soprannome guadagnato già in giovane età per via delle sue notevoli capacità realizzative, non aveva cominciato al meglio il torneo: prime tre partite all’asciutto e quell’ansia che prende ogni attaccante quando non riesce a impallinare i portieri avversari. Dovette aspettare il girone di semifinale per far vedere al suo paese e al mondo le giocate di cui era capace: sei gol nelle ultime quattro partite gli valsero la classifica dei marcatori e il titolo mondiale. Kempes era un attaccante atipico: non era una prima punta statica che trovava nell’area di rigore la sua zona di confort ma spaziava su tutto il fronte offensivo partendo preferibilmente dalla fascia sinistra o dalle zone centrali della tre quarti campo per poi inserirsi nel cuore delle difese avversarie, chiedendo il duetto con i compagni o concludendo progressioni individuali che un fisico potente ma comunque agile gli consentiva. Appena ventiduenne emigrò a Valencia dove spese gli anni più esaltanti della sua carriera e dove, ancora oggi, è venerato come una divinità. Con l’Argentina giocò anche il mondiale dell’82 senza riuscire a ripetere le mirabolanti prestazioni del 1978. Ritiratosi, girò il mondo allenando squadre ai più sconosciute. Oggi è un affermato opinionista sportivo della ESPN latinoamericana.

Antonio Cabrini – Il Bell’Antonio fu tra i giocatori che si misero maggiormente in luce nel corso del mundial argentino. Arrivato in Sudamerica come rincalzo di Maldera e Cuccureddu, il giovane terzino cremonese venne promosso titolare da Bearzot nella prima partita contro la Francia tra la sorpresa generale. Il CT friulano, la cui scelta era ancor più significativa considerando il riguardo che aveva per le gerarchie instauratesi all’interno del gruppo, cercava tra i suoi uomini quelli che potessero dare vivacità e freschezza a una squadra partita dall’Italia in condizioni opache. Cabrini, insieme a Paolo Rossi, seppe rispondere alle aspettative, mostrando le doti che poi confermò nel prosieguo della carriera. Capace di coprire tutta la fascia sinistra grazie a una buona corsa, arrivava al cross con facilità sfruttando la sua precedente esperienza di ala sinistra. Oltre a difendere e crossare era in grado di giungere spesso alla conclusione grazie a un efficace tiro dalla distanza e a buone doti nel gioco aereo. Il rendimento espresso nel corso del torneo spinse la FIFA a premiarlo come miglior giovane del mondiale 1978. Con la maglia azzurra, però, il meglio doveva ancora venire: quarto agli Europei dell’80, Cabrini fu uno dei maggiori protagonisti della vittoriosa spedizione spagnola dell’82. Disputò il suo terzo campionato del mondo nel 1986 in Messico e fece parte della rinnovata nazionale di Azeglio Vicini nel primo anno della gestione del selezionatore romagnolo. Dopo il ritiro, avvenuto nel 1991, provò con alterne fortune la carriera di allenatore trovando un ruolo stabile come tecnico della nazionale femminile, lasciata nell’estate del 2017 dopo un periodo di cinque anni.

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