Il calcio ha un potere immenso, anche quando non è il tuo sport preferito. Quando si gioca, ci si potrebbe tranquillamente dimenticare di quello che c’è intorno, le uniche cose importanti sono quelle che stanno sul rettangolo. Quando la sfera smette di rotolare, è tutto di colpo uguale al momento prima di iniziare. Il pallone non fa miracoli, ti può regalare due ore di libertà, ma quando si ferma…è tornato tutto come era.

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È una sensazione che a Calais, nel campo profughi più noto del mondo, si prova piuttosto spesso. Più o meno ogni fine settimana, i ragazzi che si trovano qui si buttano sul campo e giocano fino a quando ce n’è, senza regole e senza punteggio. Quando tutto termina si riavviano verso le loro baracche o container: sono di nuovo migranti senza nessun tipo di sostegno e proveranno in ogni modo a raggiungere l’Inghilterra, magari saltando su uno dei tir di passaggio.

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Hollande continua e non cambia niente: “Il campo profughi di Calais va chiuso”. Il Presidente francese ha parlato di “smantellare totalmente e definitivamente”, un posto che, giusto o sbagliato, è diventato casa per 10.000, 5.000, 7.000 persone a seconda dei periodi. La Giungla, com’è stato ribattezzato, è la vergogna d’Europa senza dubbio. Un luogo dove migliaia di disperati vivono nella più assoluta precarietà, bloccati nella terra di nessuno tra Francia e Inghilterra. È un festival di religioni, lingue e nazionalità: ci sono tanti afghani, siriani, iraniani, sudanesi ed eritrei. Tutti accomunati da un desiderio solo: andare nel Regno Unito, dove molti hanno dei parenti. Di tornare indietro non se ne parla, dopo la fatica che si è fatta per arrivare. I sudanesi si sono messi in mano ai trafficanti, hanno attraversato il deserto e hanno preso uno dei famosi barconi. Probabilmente chi viene dall’Africa è rimasto bloccato in Libia per settimane, in condizioni di vita precarie se aiutato dalla fortuna, vittima di violenze ripetute se la sfortuna ci ha messo del suo. E la strada per iraniani e afghani non è stata molto più semplice, a pochi chilometri dalla meta non si vogliono arrendere nemmeno loro.

Aghan boys play football.

Qui a Calais delle associazioni di volontariato e alcune organizzazioni non governative si sono impegnate per la costruzione di questo campetto di sabbia, che non è molto (anzi non è nulla). È una delle poche cose, però, che aiuta queste persone a sentirsi ancora “reali”. La Giungla è come diventato un “non luogo”, è a tutti gli effetti una cittadina con le sue strade e i suoi negozi: i migranti provano a guadagnare qualche soldo, magari per spedirlo indietro, magari per andare avanti. Sono diversi gli afghani che hanno aperto il loro ristorantino, una baracca dove chi cucina bene mette in vendita i suoi piatti. Qualcuno ha aperto una bottega per la vendita di schede telefoniche e sigarette. Si vive nell’attesa che succeda qualcosa, o di riuscire ad arrivare nel Regno Unito con l’aiuto dei trafficanti (le cifre richieste sono astronomiche), o anche di riuscire a salire di nascosto su un tir (diverse le proteste dei trasportatori per via degli episodi spiacevoli accaduti durante il passaggio a Calais). Qualcuno è qui da tanti mesi e vive nella costante speranza di trovare una nuova vita, un posto dove stare bene e un giorno magari portare la famiglia. La partitella del fine settimana, nella Giungla, non ha altre pretese se non quella di far dimenticare tutto questo per qualche ora. Non ci sono i fuori, ovviamente, né i falli. Il più delle volte ci si limita a fare le squadre: molto spesso è Africa contro Asia.

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Ma il calcio non fa solo questo, lo sport non sa solo essere un’anestesia locale, in alcuni casi indica la strada verso l’integrazione e l’inserimento dei migranti nelle nostre società. La Sardegna offre diversi esempi. A Sassari è stato creato l’ASD Pagi, squadra interamente formata da migranti ospitati presso il centro d’accoglienza di Predda Niedda. Il Pagi ha partecipato al campionato di seconda categoria nella stagione passata, riuscendo ad evitare l’ultimo posto nel girone M (un autentico miracolo, se si mettono a fuoco tutte le difficoltà del caso). Tadasuni invece si è proprio superato, parliamo di un piccolo centro abitato della Sardegna centrale, con una polisportiva che da 35 anni iscrive la squadra ai campionati di calcio regionali. Quest’anno non c’erano i numeri per fare la rosa e l’allenatore ha reclutato sei immigrati giunti dalla Libia e ora ospitati a pochi chilometri di distanza in un campeggio. I sei africani troveranno sul campo altri giovani sardi, più il sindaco di Tadasuni, un assessore e un consigliere comunale.

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Questa è la grandezza del calcio: quando lo pratichiamo smettiamo di essere divisi da categorie ed etichette, ma la nostra identità è definita solo dalla squadra e dalla maglia, reale o figurata che sia.

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