Si dice che tra il dire e il fare ci sia di mezzo il mare, e spesso l’espressione corrisponde al vero. Se tra una nazione e una sua regione c’è di mezzo il Mediterraneo, il discorso non cambia. Si amplifica.

Quello che segue non intende essere un abbozzo di manifesto indipendentista della Sardegna, affatto. Sono tanti gli elementi che si dovrebbero prendere in considerazione e questo non è il contesto giusto per parlarne. Ma il calcio – e in generale lo sport – può essere un’altra cosa. Di conseguenza, il Cagliari Calcio ha le potenzialità per diventare una nazionale sarda per club. Perché l’identità prescinde dalle questioni meramente politiche ed economiche e l’utopia di un popolo che invoca debolmente l’indipendenza dall’Italia può concretizzarsi in un progetto meno ambizioso, altrettanto affascinante. Si dice spesso che lo sport sia metafora della vita e della società nella quale viviamo: lasciando da parte la sterile retorica, questa è una verità.

Quando si parla di una squadra per club che manifesta l’intenzione di diventare la chiave di rappresentanza di un’intera regione, il pensiero corre subito all’Athletic Bilbao. “Con cantera y afición, no hace falta importación”, recita un motto del club basco. “Con il settore giovanile e il nostro tifo non serve l’importazione”, dicono loro. Questo non è un semplice progetto, è una storia lunga oltre cento anni. L’Athletic Club, infatti, porta avanti da più di un secolo una regola fondamentale, tanto semplice nell’esposizione quanto complessa nei fatti: tesserare solo ed esclusivamente calciatori col sangue basco. L’unica eccezione riguarda gli stranieri cresciuti fin da piccoli nel settore giovanile di una società dell’Euskal Herria (è il caso del francese Aymeric Laporte, cresciuto nell’Aviron Bayonnais). L’Athletic Bilbao non è l’unica società che porta avanti un progetto del genere nei Paesi Baschi: un altro esempio è l’Euskaltel-Euskadi, squadra ciclistica maschile ritiratasi nel 2013 a causa di problemi finanziari. I baschi sono notoriamente indipendentisti, si sentono spagnoli ben meno di quanto i sardi si sentano italiani e lo sport rappresenta da sempre un fulcro centrale d’espressione in questo senso. L’Athletic Bilbao, grazie ad investimenti oculati sul settore giovanile, ha raccolto negli anni la bellezza di 8 campionati spagnoli, 23 Coppe del Re e 2 Supercoppe Spagnole, crescendo allo stesso tempo alcuni talenti capaci di affermarsi a livello internazionale (Javi Martínez, attualmente in forza al Bayern Monaco, è un ottimo esempio in questo senso).

La realtà basca, menzionata da tutti come nobile esempio di radicamento di una società sportiva in una realtà regionale, è monitorata attentamente da Mario Beretta, responsabile del settore giovanile del Cagliari Calcio. Il tecnico milanese lavora in Sardegna da oltre un anno e intende portare avanti nel tempo un progetto solo apparentemente utopistico: trasformare il club sardo nell’Athletic Bilbao italiano. Cento anni di storia, messi di fronte al poco tempo che Beretta ha avuto finora a disposizione, renderebbero impossibile qualunque paragone, e in parte è così. Solo in parte, però: lo sport è l’occasione giusta per affermare l’identità forte di un popolo dalla storia unica, ma non sarà mai l’espressione di una spinta indipendentista. Almeno da noi. Tra il dire e il fare, in questo caso, non c’è solo un mare da affrontare: c’è un viaggio utopistico da vivere. Ma Beretta si occupa di calcio, e in questo tutto è possibile. La Primavera del Cagliari, guidata da Max Canzi, vanta in rosa già ora un buon numero di calciatori sardi, e i risultati sportivi ottenuti nell’ultimo anno dimostrano la bontà del progetto. Se poi si focalizza l’attenzione sulla prima squadra, si nota che due calciatori nati in Sardegna sono titolari inamovibili (Sau e Murru, rispettivamente capitano e vice capitano della squadra in assenza di Dessena) ed un terzo, il classe ’97 Nicolò Barella, è inserito stabilmente nei cambi di Rastelli tra mediana e trequarti. In sostanza, tre giocatori sardi della prima squadra sono elementi chiave della prima era Giulini.

Il progetto c’è ed è percepibile, ma bisogna tenere in considerazione gli obiettivi sportivi che il Cagliari vorrà avere nei prossimi anni. Tommaso Giulini, spinto probabilmente da un eccesso d’entusiasmo, parlò due anni fa di una Champions League da giocare entro il 2020, anno del centenario della società sarda. Gli investimenti fatti nelle ultime due stagioni, uniti al progetto stadio finalmente andato in porto, confermano l’intenzione di crescere e non limitarsi al mantenimento della categoria, ma diventare una delle tre o quattro forze più importanti d’Italia è un’altra storia. E far coincidere questo intento con l’obiettivo di fare del Cagliari una nazionale sarda per club rende tutto ancora più difficile, seppure non impossibile. La parola chiave dovrà essere “calma”, oppure “pazienza”. Se si sognano certi traguardi, costruire una squadra composta interamente da sardi rallenta notevolmente il processo. I dirigenti lo sanno bene, i tifosi dovranno capirlo ed abituarsi all’idea di perdere ogni tanto una potenziale bandiera. Per esempio Nicola Murru, in gran spolvero in questo inizio di stagione e monitorato dai principali club italiani. Oppure Nicolò Barella, considerato uno dei migliori prospetti del nostro movimento calcistico. Sacrificare per rilanciare, un po’ come l’Athletic Bilbao che nel 2012 cedette Javi Martínez al Bayern Monaco per la cifra record di 40 milioni di euro.

Se non si vogliono mettere in conto almeno dieci anni di progetto, c’è solo un’alternativa: trovare un compromesso tra la voglia di Sardegna dei sardi amanti del calcio e la ricerca dei palcoscenici più prestigiosi, quelli lontani da troppo tempo. Gli stessi che il Cagliari ha conosciuto nel 1970, anno dell’unico scudetto messo finora in bacheca. In quella squadra non erano presenti giocatori sardi, ma una cosa è certa: non esiste un cagliaritano che non consideri Gigi Riva, emblema di quel gruppo, un vero sardo d’adozione. Rombo di Tuono è un uomo che quel mare tra il dire e il fare l’ha attraversato, e a prescindere dalla provenienza ha affrontato un viaggio meraviglioso. Un viaggio che ha reso la Sardegna, se possibile, ancora più orgogliosa del mondo che incarna. Alla faccia delle carte d’identità.

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