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Calcio

Il Cagliari ai sardi: un sogno possibile, ma l’Athletic Bilbao è un’altra cosa

Antonio Casu

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Si dice che tra il dire e il fare ci sia di mezzo il mare, e spesso l’espressione corrisponde al vero. Se tra una nazione e una sua regione c’è di mezzo il Mediterraneo, il discorso non cambia. Si amplifica.

Quello che segue non intende essere un abbozzo di manifesto indipendentista della Sardegna, affatto. Sono tanti gli elementi che si dovrebbero prendere in considerazione e questo non è il contesto giusto per parlarne. Ma il calcio – e in generale lo sport – può essere un’altra cosa. Di conseguenza, il Cagliari Calcio ha le potenzialità per diventare una nazionale sarda per club. Perché l’identità prescinde dalle questioni meramente politiche ed economiche e l’utopia di un popolo che invoca debolmente l’indipendenza dall’Italia può concretizzarsi in un progetto meno ambizioso, altrettanto affascinante. Si dice spesso che lo sport sia metafora della vita e della società nella quale viviamo: lasciando da parte la sterile retorica, questa è una verità.

Quando si parla di una squadra per club che manifesta l’intenzione di diventare la chiave di rappresentanza di un’intera regione, il pensiero corre subito all’Athletic Bilbao. “Con cantera y afición, no hace falta importación”, recita un motto del club basco. “Con il settore giovanile e il nostro tifo non serve l’importazione”, dicono loro. Questo non è un semplice progetto, è una storia lunga oltre cento anni. L’Athletic Club, infatti, porta avanti da più di un secolo una regola fondamentale, tanto semplice nell’esposizione quanto complessa nei fatti: tesserare solo ed esclusivamente calciatori col sangue basco. L’unica eccezione riguarda gli stranieri cresciuti fin da piccoli nel settore giovanile di una società dell’Euskal Herria (è il caso del francese Aymeric Laporte, cresciuto nell’Aviron Bayonnais). L’Athletic Bilbao non è l’unica società che porta avanti un progetto del genere nei Paesi Baschi: un altro esempio è l’Euskaltel-Euskadi, squadra ciclistica maschile ritiratasi nel 2013 a causa di problemi finanziari. I baschi sono notoriamente indipendentisti, si sentono spagnoli ben meno di quanto i sardi si sentano italiani e lo sport rappresenta da sempre un fulcro centrale d’espressione in questo senso. L’Athletic Bilbao, grazie ad investimenti oculati sul settore giovanile, ha raccolto negli anni la bellezza di 8 campionati spagnoli, 23 Coppe del Re e 2 Supercoppe Spagnole, crescendo allo stesso tempo alcuni talenti capaci di affermarsi a livello internazionale (Javi Martínez, attualmente in forza al Bayern Monaco, è un ottimo esempio in questo senso).

La realtà basca, menzionata da tutti come nobile esempio di radicamento di una società sportiva in una realtà regionale, è monitorata attentamente da Mario Beretta, responsabile del settore giovanile del Cagliari Calcio. Il tecnico milanese lavora in Sardegna da oltre un anno e intende portare avanti nel tempo un progetto solo apparentemente utopistico: trasformare il club sardo nell’Athletic Bilbao italiano. Cento anni di storia, messi di fronte al poco tempo che Beretta ha avuto finora a disposizione, renderebbero impossibile qualunque paragone, e in parte è così. Solo in parte, però: lo sport è l’occasione giusta per affermare l’identità forte di un popolo dalla storia unica, ma non sarà mai l’espressione di una spinta indipendentista. Almeno da noi. Tra il dire e il fare, in questo caso, non c’è solo un mare da affrontare: c’è un viaggio utopistico da vivere. Ma Beretta si occupa di calcio, e in questo tutto è possibile. La Primavera del Cagliari, guidata da Max Canzi, vanta in rosa già ora un buon numero di calciatori sardi, e i risultati sportivi ottenuti nell’ultimo anno dimostrano la bontà del progetto. Se poi si focalizza l’attenzione sulla prima squadra, si nota che due calciatori nati in Sardegna sono titolari inamovibili (Sau e Murru, rispettivamente capitano e vice capitano della squadra in assenza di Dessena) ed un terzo, il classe ’97 Nicolò Barella, è inserito stabilmente nei cambi di Rastelli tra mediana e trequarti. In sostanza, tre giocatori sardi della prima squadra sono elementi chiave della prima era Giulini.

Il progetto c’è ed è percepibile, ma bisogna tenere in considerazione gli obiettivi sportivi che il Cagliari vorrà avere nei prossimi anni. Tommaso Giulini, spinto probabilmente da un eccesso d’entusiasmo, parlò due anni fa di una Champions League da giocare entro il 2020, anno del centenario della società sarda. Gli investimenti fatti nelle ultime due stagioni, uniti al progetto stadio finalmente andato in porto, confermano l’intenzione di crescere e non limitarsi al mantenimento della categoria, ma diventare una delle tre o quattro forze più importanti d’Italia è un’altra storia. E far coincidere questo intento con l’obiettivo di fare del Cagliari una nazionale sarda per club rende tutto ancora più difficile, seppure non impossibile. La parola chiave dovrà essere “calma”, oppure “pazienza”. Se si sognano certi traguardi, costruire una squadra composta interamente da sardi rallenta notevolmente il processo. I dirigenti lo sanno bene, i tifosi dovranno capirlo ed abituarsi all’idea di perdere ogni tanto una potenziale bandiera. Per esempio Nicola Murru, in gran spolvero in questo inizio di stagione e monitorato dai principali club italiani. Oppure Nicolò Barella, considerato uno dei migliori prospetti del nostro movimento calcistico. Sacrificare per rilanciare, un po’ come l’Athletic Bilbao che nel 2012 cedette Javi Martínez al Bayern Monaco per la cifra record di 40 milioni di euro.

Se non si vogliono mettere in conto almeno dieci anni di progetto, c’è solo un’alternativa: trovare un compromesso tra la voglia di Sardegna dei sardi amanti del calcio e la ricerca dei palcoscenici più prestigiosi, quelli lontani da troppo tempo. Gli stessi che il Cagliari ha conosciuto nel 1970, anno dell’unico scudetto messo finora in bacheca. In quella squadra non erano presenti giocatori sardi, ma una cosa è certa: non esiste un cagliaritano che non consideri Gigi Riva, emblema di quel gruppo, un vero sardo d’adozione. Rombo di Tuono è un uomo che quel mare tra il dire e il fare l’ha attraversato, e a prescindere dalla provenienza ha affrontato un viaggio meraviglioso. Un viaggio che ha reso la Sardegna, se possibile, ancora più orgogliosa del mondo che incarna. Alla faccia delle carte d’identità.

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  1. Giuseppe Piga

    giugno 6, 2017 at 4:59 pm

    Molto bello il commento, in massima parte condivisibile. Molto valido anche il blog. Complimenti!
    Un tifoso Rossoblu…

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Calcio

Mario Kempes racconta i Mondiali 1978

Paolo Valenti

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Mario Kempes fu l’eroe della nazionale argentina che nel 1978 conquistò il suo primo titolo mondiale, trascinando l’Albiceleste nella seconda fase del torneo. Oggi apprezzato commentatore della ESPN latinoamericana, Kempes ci ha rilasciato questa intervista esclusiva, nella quale ricorda l’atmosfera che si respirava nel giugno del 1978 all’interno della Seleccion di Menotti.

Mario, sai che prima del Mundial in Argentina alcuni non volevano che in nazionale andassero i calciatori che giocavano all’estero. Eri disturbato da quelle affermazioni?

No, non mi dava fastidio. In nazionale eravamo solo in tre a giocare all’estero, quindi non si può certo dire che l’Argentina avesse un numero esagerato di “stranieri”.

Qual era la squadra che temevate di più all’inizio di quel mondiale?

Temere nessuna. Direi più che altro che portavamo rispetto verso molte di quelle che avevamo avuto modo di veder giocare. Noi eravamo dei “novizi” in quel mondiale, nonostante qualcuno avesse già giocato in Germania nel 1974.

Quali furono i meriti di Luis Menotti?

Io credo che Menotti abbia dovuto fare un gran lavoro per far capire alla gente che quella era la selezione migliore, nonostante nelle sette partite che facemmo non si vide un gran gioco. Quella era la formazione più equilibrata e alla fine lui riuscì a trovare il tipo di gioco che cercava.

Nonostante la pressione che da un mondiale, riuscivate a scherzare, a trovare dei momento di svago?

Eravamo una squadra con molta meno esperienza di altre per cui non ci fu molto spazio per le risate. Tra un allenamento, la partita, il risposo dopo una partita e poi ancora l’allenamento successivo non ci fu materialmente il tempo per gli scherzi.

Dopo la morte del fratello, come riuscì Luque a ritrovare la voglia di giocare con voi?

Tra l’appoggio che gli assicurammo noi e la grande forza interiore che aveva, Leopoldo riuscì a superare il lutto e a concentrarsi sul mondiale.

Bertoni, in un’intervista rilasciata poche settimane prima del mondiale, disse che aveva sognato di fare il gol decisivo nella finale. Era un aneddoto che aveva raccontato anche a voi?

Io non sapevo di quell’intervista perché allora non vivevo in Argentina, però pare che andò proprio così e che la sua “visione” spettacolare divenne realtà.

Cosa pensasti quando l’Olanda prese il palo al 90°?

Non avemmo modo di pensare a nulla visto che il tempo che intercorse tra il tiro e il momento in cui il pallone colpì il palo durò solo decimi di secondo. Fu come festeggiare un goal: per quello servono quarantacinque secondi mentre per festeggiare un palo avversario ne bastano dieci.

Cosa sarebbe successo se quel pallone fosse entrato? Sarebbe cambiato qualcosa anche dal punto di vista politico-sociale?

Io credo che il problema della vittoria dell’Olanda sarebbe stato unicamente sportivo, socialmente e politicamente non sarebbe cambiato nulla. Quello che sarebbe davvero cambiato è che noi adesso non saremmo qui a fare questa intervista.

Cosa daresti per rivivere quella notte?

Purtroppo non sono cose che si possono ripetere. Però credo che aver giocato la finale di un mondiale, averla vinta per l’Argentina ed aver segnato due gol, tutto in una sola notte, sia più che sufficiente!

Aveva un segreto la vostra nazionale?

Ci sarebbero molte cose di cui potrei parlare, però credo che fu importante per noi argentini rimanere concentrati solo sul futbol, parlare tutto il giorno solo di quello. In quel modo diventammo sempre più forti e credemmo sempre di più nel gruppo. Certo, l’eventualità della sconfitta rimaneva ma noi beneficiammo molto di quella “concentrazione”, tanto da diventare campioni.

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Lazio, l’amarezza di una sera non cancella il valore di una stagione

Tommaso Nelli

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Sulla spiaggia lascia sempre qualcosa, la mareggiata. Detriti e bellezze, monili e chincaglierie. Da esaminare con attenzione, non appena le onde si placano. Per capire cosa tenere e cosa no. Vale anche per l’immaginario arenile di Formello. Dove se è comprensibile l’amarezza per la mancata qualificazione alla Champions League, sarebbe ora insensato trascurare i tesori depositati dai dieci mesi di una tempesta quasi perfetta.

A cominciare dalla Supercoppa Italiana, quarta della storia e seconda dell’era Lotito, vinta lo scorso agosto, al 93’, contro la Juventus, in un 3-2 cuore e orgoglio. Proprio il confronto con i bianconeri (sette scudetti e quattro coppe Italia consecutive) è la seconda perla del forziere biancoceleste. Perché la Lazio è stata l’unica, fra Italia ed Europa, ad averli battuti due volte (2-1 a Torino, con rigore respinto da Strakosha a Dybala al 97’). Nemmeno il Real Madrid c’è riuscito. Tra i gioielli, anche il miglior attacco della Serie-A (89 reti, 2.34 a partita), Immobile capocannoniere (29 gol), ma, soprattutto, una stagione da protagonista quando il copione iniziale aveva scritturato un ruolo da comparsa. Perché dei 28,9 milioni sborsati durante l’estate 2017, 11,5 erano andati per Pedro Neto e Bruno Jordão, lusitani freschi maggiorenni spediti a maturare in “Primavera”. Il restante budget perlopiù tra Marusic, pescato nella “Jupiler Pro League” (Serie-A belga) ma ben presto titolare, e Lucas Leiva, giunto dal Liverpool tra lo scetticismo generale salvo far dimenticare, in meno di un mese, quel Biglia ceduto per 17 milioni al Milan. Che ne aveva spesi ben 194 per arrivare sesto, a otto punti dai capitolini, senza mai lottare per quella Champions League suo obiettivo dichiarato e per la quale la Lazio ha invece combattuto fino a dieci minuti dalla fine del campionato. Con grinta e con ardore, sconfinando dalla normalità che l’avrebbe voluta alla periferia dell’empireo nell’eccezionalità di poterlo abitare. Una sfida che ha visto un club a dimensione economica locale fare leva sullo spessore umano dei suoi atleti per battersi alla pari contro società alimentate da capitali asiatici e americani. Una sfida che ha restituito al calcio una vena di romanticismo.

E aver generato sentimento e passione è un’altra gemma dell’annata laziale. Merito di una squadra che mai si è risparmiata, andando a volte anche oltre le proprie possibilità, e che ha sempre espresso un calcio spumeggiante. Dove ha brillato Luis Alberto, oggetto misterioso fino a dodici mesi fa, come sagace raccordo tra Immobile e il centrocampo; dove si è esaltato un futuro campione come Milinkovic-Savic; dove è stato lanciato un giovane d’avvenire come Luis Felipe. Alla prima stagione della carriera su tre fronti, Simone Inzaghi ha superato l’esame con ottimi voti. Perché la Lazio ha reso sia in campionato (terminato a pari punti con l’Inter che aveva annunciato aspettative di “Grande Europa” e a “-5” dalla Roma semifinalista di Champions), sia nelle coppe: semifinale di coppa Italia persa al settimo rigore e quarti di finale di Europa League, la migliore italiana di una manifestazione che prosciuga energie perché si gioca il giovedì sera, spesso in luoghi lontani (Kiev) o senza aeroporto (tipo Arnhem o Waregem). Tra i pregi del tecnico piacentino, aver tirato fuori il massimo da tutto il gruppo e averlo tenuto unito, recuperando un Felipe Anderson che in inverno, dopo qualche panchina di troppo, sembrava prossimo alla rottura.

Proprio il brasiliano è la chiave per aprire il baule delle chincaglierie. Dove si trova una rosa con un grosso limite per avere ambizioni in tre competizioni: l’ampia distanza, in termini di qualità, tra i titolari e le alternative.  A parte Felipe Anderson, unico alla pari della formazione maggiormente impiegata, soltanto Caceres, arrivato però a gennaio, Murgia e Lukaku si sono dimostrati all’altezza della situazione. Troppo poco per affrontare 55 partite (1,5 a settimana), impegni con le nazionali esclusi. Lucas Leiva, di fatto, non ha avuto un sostituto, perché il designato, Di Gennaro, causa anche problemi muscolari, ha disputato poco meno di 200 minuti. Anche Strakosha ha rifiatato soltanto in due occasioni. Un’inezia per un portiere del frenetico calcio odierno. Infine, sarebbe occorso anche un sostituto tecnico di Immobile. Perché Caicedo è sì un centravanti, ma di posizione, che non attacca lo spazio in velocità. Nani, invece, una seconda punta.

Dalla qualità alla mentalità. Altro limite. Alla Lazio è mancato il colpo dello scorpione, cioè saper iniettare all’avversario il veleno nel momento decisivo. A Salisburgo, sullo 0-1, fallì il raddoppio con Luis Alberto e poi crollò, subendo 3 gol in 6 minuti. Contro il Milan, in semifinale di coppa Italia, ai rigori, sull’1-0, per due volte non approfittò delle parate di Strakosha sui tiri di Rodriguez e Montolivo. In campionato, ha raccolto appena 2 punti all’Olimpico contro avversari alla sua portata come Spal, Bologna e Genoa, sprecando l’impossibile nel match-ball contro un Crotone poi retrocesso. La Champions League doveva arrivare dalle rive dello Ionio, senza aspettare un’ultima partita nella quale la motivazione del “Grande Traguardo”, ottimo omeopatico contro la stanchezza (vedi successi di fila contro Fiorentina, Samp e Torino), è stata insufficiente per stringere i denti anche nel quarto d’ora finale. Dove, al contrario, la squadra, come a Salisburgo, ha perso lucidità ed è andata in tilt al cospetto di un Inter tutt’altro che irresistibile. Da Strakosha a capitan Lulic, da De Vrij a Inzaghi: perché, sapendo d’Immobile autonomo per massimo 70’, non ha inserito Caicedo invece di chiudere senza punte di ruolo? E perché non la grintosa esperienza di Caceres, bensì Bastos, per Radu?

Nel quarto posto annegato tra gli ultimi flutti, anche più di un errore arbitrale a sfavore. Come il gol di mano di Cutrone nella sconfitta di San Siro o i calci di rigore non dati a Immobile (contro il Torino e a Cagliari) e a Lucas Leiva (contro la Juventus, all’Olimpico, sullo 0-0). Episodi che, più che sulla bontà del Var, portano a chiedersi come tanta solare visibilità sia potuta sfuggire all’occhio umano.

Dal recente passato al prossimo futuro. Dal tramonto di questa stagione la Lazio dovrà conservare il raggio verde funzionale alla nuova alba: ovvero quel felice connubio di solidarietà e spensieratezza tra giocatori e staff tecnico che l’ha spinta fino alle colonne d’Ercole del sogno. Senza di esso in uno spogliatoio sono inutili anche i migliori calciatori al mondo. Quindi scegliere prima la persona del giocatore. Perché, come scrisse Sallustio nel Bellum Iugurthinum, Concordie parvae res crescunt, discordie maximae dilabantur” (Nella concordia le piccole cose crescono, nella discordia le più grandi svaniscono). E dalle parti di Formello gli antichi hanno sempre esercitato un certo fascino.

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Giornata della Diversità: Rifugiati FC, l’Altra Faccia (Sportiva) dell’America

Paolo Valenti

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Per la Giornata Mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo che si celebra oggi, vi raccontiamo la storia di una scuola calcio negli Stati Uniti che ha capito che il mondo non è di un colore solo.

Tempo fa, passeggiando davanti alla libreria di casa, mi è capitato di incrociare lo sguardo sul dorso di un libro che avevo letto una decina d’anni fa: Rifugiati Football Club, scritto dal giornalista Warren St. John, al tempo reporter del New York Times. Georgia on my mind mi è venuto da pensare. Perché? Perché, proprio come l’episodio che ha coinvolto Donald Trump alla Mercedes Benz Arena lo scorso Gennaio, anche la storia vera narrata nel libro è ambientata in questo stato del sud degli Stati Uniti. Non ad Atlanta bensì a Clarkston, cittadina a una quindicina di miglia di distanza dalla capitale, nella quale Luma Mufleh, una donna giordana dal carattere adamantino, fondò la squadra dei Fugees, i rifugiati, nel giugno del 2004.

Da quattordici anni Clarkston era diventata un centro di accoglienza designato dalle organizzazioni internazionali per rifugiati, i quali si ritrovavano lì a dover inventare un futuro dignitoso per le loro vite. Come in ogni sradicamento, l’integrazione era il più grande problema da risolvere. Non solo nel paese di accoglienza ma anche nel contesto di relazione tra rifugiati che, provenienti dai luoghi più disparati, erano espressione di usanze e culture spesso in rotta di collisione. In un tessuto sociale così articolato e fragile, il carattere determinato e l’inclinazione all’impegno di Luma Mufleh trovarono nel calcio un potente strumento di condivisione delle uguaglianze e rispetto delle differenze che convinse i ragazzi a seguire regole spesso difficili da accettare per giovani alla ricerca di identità e speranza nel futuro: rinunciare al fumo e all’alcool, rispettare gli orari e l’allenatore, profondere sempre il massimo impegno. Regole di buon comportamento da seguire anche fuori dal campo di gioco per non perdersi nelle insidie della vita di chi è povero e straniero.


E’ così che ragazzi originari di Etiopia, Sudan, Liberia, Bosnia, Somalia, Congo, Iraq, Afghanistan (paesi che, presumibilmente, rientrano nella presunta definizione “shithole” per cui  Trump si sarebbe nuovamente, maldestramente accaparrato i titoli di apertura dei giornali degli ultimi giorni) hanno trovano una via per raggiungere i loro scopi. Una storia vera che mostra quel volto dell’America che oggi i media non riescono a riportare, travolti dalle continue escursioni nel campo della tracotanza di un Presidente che probabilmente la storia ricorderà come uno degli sbagli più grossi generati dalla democrazia americana. Un racconto che aiuta a svelare il volto più nobile dell’America, fatto di valori positivi e di speranza nel futuro che rende gli Stati Uniti non tanto un luogo geografico quanto, soprattutto, uno spazio nascosto nel cuore di ogni persona. Ed è rasserenante pensare che di questi valori lo sport, il calcio in questo frangente, sia riuscito a farsi strumento di traduzione nel quotidiano. Un calcio lontano anni luce dal carrozzone multimilionario che riempie i palinsesti delle televisioni di tutto il mondo ma che di quel carrozzone rimane pilastro fondamentale senza il quale tutto verrebbe a cadere. Un calcio capace di rispondere coi valori dello sport alle inevitabili difficoltà della convivenza tra popolazioni diverse, in grado di dare una risposta concreta alle sterili dichiarazioni di politici chiusi in una visione ottusa della realtà.

Una storia di sport, quella di Luma Mufleh, che è continuata negli anni diventando storia di speranza per tante giovani vite sopravvissute alla guerra: la sua organizzazione no profit Fugees Family (www.fugeesfamily.org) gestisce tutt’oggi programmi di scuola calcio e assistenza all’istruzione destinati a bambini rifugiati provenienti dalle più disparate nazioni. A dimostrazione che il calcio vero non si gioca a Stamford Bridge o al Santiago Bernabeu ma in ogni angolo del mondo dove è capace di generare felicità e speranza.

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