Un Paese intero è sotto choc. Un Paese intero si domanda come sia stato possibile covare una serpe in seno per tanti anni, ritrovandosi a vivere giorni che sembravano ormai retaggio del passato, così come le parole coprifuoco e guerra. Ma il Belgio, in cui continua la caccia ai terroristi dopo le stragi di Parigi, è anche un Paese in cui persone di culture e provenienze diverse sono riuscite a coesistere nella vita di tutti i giorni ma soprattutto nello sport, regalando a loro stessi, e al popolo che le ha accolte, soddisfazioni e speranze che in molti campi sembravano impossibili.

Si fa un gran parlare in questi giorni dell’Europeo di calcio in programma in Francia, che in tanti temono per il rinnovato allarme attentati: beh, se c’è una squadra che questo torneo ha la convinzione di poterlo vincere è proprio il Belgio di Wilmots, un vero melting-pot di calciatori dalle origini più disparate. Hazard, Nainggolan, de Bruyne, Benteke e Origi: questi sono solo alcuni dei talenti che la prossima estate sperano di coronare il sogno di una straordinaria generazione calcistica, che ha portato i ‘Diavoli Rossi’ di Bruxelles a comandare per la prima volta nella storia la classifica Fifa per Nazioni.

A dare l’idea di quanto la delicata situazione sociale che si vive in questi giorni non sia estranea nemmeno a questa fantastica realtà sportiva è, però, la storia di Romelu Lukaku, da anni protagonista in Premier League con le maglie di Chelsea, WBA ed Everton. Il centravanti classe 1993 è nato ad Anversa, ma la chiamata dell’Anderlecht (il club belga più vincente, famoso anche per il suo vivaio in grado di sfornare importanti talenti come ad esempio Scifo e Kompany) lo porta a trasferirsi giovanissimo a Bruxelles. “Vivo dove la polizia in questi giorni sta facendo molte operazioni. Vivo a Molenbeek – ha spiegato Lukaku al ‘Mirror’ – . Sono stato in un appartamento in quella zona per sei anni. E’ un posto tranquillo, non ho mai avuto alcun problema. Ma con quel che sta succedendo ora la situazione è diventata piuttosto difficile. Tutta la mia famiglia è ancora lì, e ovviamente proveremo a trasferirci il prima possibile. Voglio solo che la mia famiglia sia al sicuro”.

Molenbeek, quartiere a pochi minuti a piedi dal centro di Bruxelles, in questi giorni è al centro delle cronache della caccia ai terroristi: nella zona in cui ci sono 22 moschee e una popolazione in gran parte di origine araba la Polizia belga sta cercando di stanare Salah e gli altri responsabili delle stragi del 13 novembre a Parigi, nel tentativo di prevenire altri attentati. Sempre a Molenbeek, Amedy Coulibaly aveva comprato le armi che poi gli erano servite nell’attentato al supermercato Hyper Cacher di Parigi successivo all’attacco a Charie Hebdo.

Ma se c’è un Belgio in cui l’Isis ha trovato terreno fertile, ce ne è anche uno in cui talenti come Lukaku portano in alto il nome dei ‘Diavoli Rossi’ pur avendo alle spalle storie familiari di emigrazione spesso simili a quelle dei terroristi. Il calcio è nel destino della famiglia Lukaku: il padre Roger è stato un calciatore professionista, rappresentando anche il suo Paese d’origine, lo Zaire, e si è trasferito in Belgio all’inizio degli anni 90 grazie alla chiamata del Boom, un club di seconda divisione. Il suo nome finirà poi sulle pagine di cronaca a causa dell’arresto, nel 2012, per violenze contro la moglie.

Il talento di Romelu è evidente sin dai primi passi nelle giovanili: all’Anderlecht dal 2006, il debutto in prima squadra arriva nel 2009, a 16 anni appena compiuti. E la prima stagione tra i professionisti è semplicemente da urlo: Lukaku si laurea capocannoniere della Pro League, e i suoi 15 gol hanno un peso decisivo per la conquista da parte dell’Anderlecht del trentesimo titolo della sua gloriosa storia. A 17 anni non ancora compiuti arriva anche l’esordio nella Nazionale maggiore, di cui diventa presto uno dei protagonisti.

Centravanti dal fisico possente, bravo con entrambi i piedi, Lukaku si conferma nella seconda stagione tra i grandi, e attira su di sé l’interesse dei più grandi club europei. A scommettere pesantemente su di lui è il Chelsea di André Villas-Boas, che lo acquista per 12 milioni di euro più bonus (per un totale massimo di 20 milioni): a Stamford Bridge, però, la concorrenza è forte, con gente del calibro di Fernando Torres ma, soprattutto, del suo idolo Didier Drogba nel reparto offensivo. Il giovane belga trova poco spazio, e la cosa non può andare a genio a chi ha personalità e ambizione da vendere, tanto da rifiutare la medaglia da vincitore della Champions League (conquistata dal Chelsea nella rocambolesca finale con il Bayern Monaco) perché non riesce a sentirla ‘sua’.

In accordo con Di Matteo, subentrato a Villas-Boas nell’inverno precedente, Lukaku decide di andare a farsi le ossa in un club ‘minore’ di Premier League: a spuntarla è il West Bromwich Albion, che lo prende in prestito per un anno. La stagione nel WBA si rivela ottima per la crescita di uno degli attaccanti più promettenti in circolazione: con 17 reti si guadagna la massima considerazione di tutti, tranne, però, quella di Josè Mourinho, che dopo averlo valutato attentamente nel precampionato decide di mandarlo in prestito all’Everton. Archiviata la delusione per non essere riuscito ad essere protagonista con la maglia blu del Chelsea, Lukaku lo fa con quella dei ‘Toffees’: nella stagione che porta al Mondiale realizza 15 gol, diventando uno dei beniamini del ‘Goodison Park’. L’Everton decide di riscattarlo staccando un assegno da ben 28 milioni di sterline al patron del Chelsea Abramovich, facendo di lui la stella di una squadra che ambisce a un definitivo salto di qualità.

Il Mondiale brasiliano dell’estate del 2014 sembra, complice anche l’infortunio del centravanti titolare Benteke, il trampolino per il lancio definitivo di Lukaku nel calcio d’elite. Le cose però non vanno benissimo: a causa anche di alcuni problemi personali, come il ricovero del padre in ospedale per una malattia, Romelu non riesce ad incidere come era nelle attese. Complice l’esplosione di Origi, che gli ‘scippa’ il posto da titolare, riesce a realizzare un solo gol, quello del momentaneo 2-0 con gli Stati Uniti nei supplementari degli ottavi di finale. La corsa dei ‘Diavoli Rossi’ si interrompe nella partita successiva, con l’Argentina di Messi e Higuain che si aggiudica il remake di Messico ’86, quando Maradona trascinò i suoi alla finale eliminando praticamente da solo la Nazionale belga più forte di sempre prima dell’attuale.

Ma quella in Brasile, seppur dolce-amara, è stata di sicuro un’esperienza formativa per un gruppo giovane e dal talento immenso, che tra pochi mesi in Francia spera di tornare a mostrare il lato ‘buono’ di un Paese scosso dai recenti fatti. Che in attacco, poi, ci sia un ragazzo che è cresciuto a Molenbeek è un segnale di speranza che va ben oltre il campo di gioco.

 

social banner

Close