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Storie dell'altro mondo

Belgio e l’altra Molenbeek: Lukaku, gol contro la paura

Andrea Corti

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Un Paese intero è sotto choc. Un Paese intero si domanda come sia stato possibile covare una serpe in seno per tanti anni, ritrovandosi a vivere giorni che sembravano ormai retaggio del passato, così come le parole coprifuoco e guerra. Ma il Belgio, in cui continua la caccia ai terroristi dopo le stragi di Parigi, è anche un Paese in cui persone di culture e provenienze diverse sono riuscite a coesistere nella vita di tutti i giorni ma soprattutto nello sport, regalando a loro stessi, e al popolo che le ha accolte, soddisfazioni e speranze che in molti campi sembravano impossibili.

Si fa un gran parlare in questi giorni dell’Europeo di calcio in programma in Francia, che in tanti temono per il rinnovato allarme attentati: beh, se c’è una squadra che questo torneo ha la convinzione di poterlo vincere è proprio il Belgio di Wilmots, un vero melting-pot di calciatori dalle origini più disparate. Hazard, Nainggolan, de Bruyne, Benteke e Origi: questi sono solo alcuni dei talenti che la prossima estate sperano di coronare il sogno di una straordinaria generazione calcistica, che ha portato i ‘Diavoli Rossi’ di Bruxelles a comandare per la prima volta nella storia la classifica Fifa per Nazioni.

A dare l’idea di quanto la delicata situazione sociale che si vive in questi giorni non sia estranea nemmeno a questa fantastica realtà sportiva è, però, la storia di Romelu Lukaku, da anni protagonista in Premier League con le maglie di Chelsea, WBA ed Everton. Il centravanti classe 1993 è nato ad Anversa, ma la chiamata dell’Anderlecht (il club belga più vincente, famoso anche per il suo vivaio in grado di sfornare importanti talenti come ad esempio Scifo e Kompany) lo porta a trasferirsi giovanissimo a Bruxelles. “Vivo dove la polizia in questi giorni sta facendo molte operazioni. Vivo a Molenbeek – ha spiegato Lukaku al ‘Mirror’ – . Sono stato in un appartamento in quella zona per sei anni. E’ un posto tranquillo, non ho mai avuto alcun problema. Ma con quel che sta succedendo ora la situazione è diventata piuttosto difficile. Tutta la mia famiglia è ancora lì, e ovviamente proveremo a trasferirci il prima possibile. Voglio solo che la mia famiglia sia al sicuro”.

Molenbeek, quartiere a pochi minuti a piedi dal centro di Bruxelles, in questi giorni è al centro delle cronache della caccia ai terroristi: nella zona in cui ci sono 22 moschee e una popolazione in gran parte di origine araba la Polizia belga sta cercando di stanare Salah e gli altri responsabili delle stragi del 13 novembre a Parigi, nel tentativo di prevenire altri attentati. Sempre a Molenbeek, Amedy Coulibaly aveva comprato le armi che poi gli erano servite nell’attentato al supermercato Hyper Cacher di Parigi successivo all’attacco a Charie Hebdo.

Ma se c’è un Belgio in cui l’Isis ha trovato terreno fertile, ce ne è anche uno in cui talenti come Lukaku portano in alto il nome dei ‘Diavoli Rossi’ pur avendo alle spalle storie familiari di emigrazione spesso simili a quelle dei terroristi. Il calcio è nel destino della famiglia Lukaku: il padre Roger è stato un calciatore professionista, rappresentando anche il suo Paese d’origine, lo Zaire, e si è trasferito in Belgio all’inizio degli anni 90 grazie alla chiamata del Boom, un club di seconda divisione. Il suo nome finirà poi sulle pagine di cronaca a causa dell’arresto, nel 2012, per violenze contro la moglie.

Il talento di Romelu è evidente sin dai primi passi nelle giovanili: all’Anderlecht dal 2006, il debutto in prima squadra arriva nel 2009, a 16 anni appena compiuti. E la prima stagione tra i professionisti è semplicemente da urlo: Lukaku si laurea capocannoniere della Pro League, e i suoi 15 gol hanno un peso decisivo per la conquista da parte dell’Anderlecht del trentesimo titolo della sua gloriosa storia. A 17 anni non ancora compiuti arriva anche l’esordio nella Nazionale maggiore, di cui diventa presto uno dei protagonisti.

Centravanti dal fisico possente, bravo con entrambi i piedi, Lukaku si conferma nella seconda stagione tra i grandi, e attira su di sé l’interesse dei più grandi club europei. A scommettere pesantemente su di lui è il Chelsea di André Villas-Boas, che lo acquista per 12 milioni di euro più bonus (per un totale massimo di 20 milioni): a Stamford Bridge, però, la concorrenza è forte, con gente del calibro di Fernando Torres ma, soprattutto, del suo idolo Didier Drogba nel reparto offensivo. Il giovane belga trova poco spazio, e la cosa non può andare a genio a chi ha personalità e ambizione da vendere, tanto da rifiutare la medaglia da vincitore della Champions League (conquistata dal Chelsea nella rocambolesca finale con il Bayern Monaco) perché non riesce a sentirla ‘sua’.

In accordo con Di Matteo, subentrato a Villas-Boas nell’inverno precedente, Lukaku decide di andare a farsi le ossa in un club ‘minore’ di Premier League: a spuntarla è il West Bromwich Albion, che lo prende in prestito per un anno. La stagione nel WBA si rivela ottima per la crescita di uno degli attaccanti più promettenti in circolazione: con 17 reti si guadagna la massima considerazione di tutti, tranne, però, quella di Josè Mourinho, che dopo averlo valutato attentamente nel precampionato decide di mandarlo in prestito all’Everton. Archiviata la delusione per non essere riuscito ad essere protagonista con la maglia blu del Chelsea, Lukaku lo fa con quella dei ‘Toffees’: nella stagione che porta al Mondiale realizza 15 gol, diventando uno dei beniamini del ‘Goodison Park’. L’Everton decide di riscattarlo staccando un assegno da ben 28 milioni di sterline al patron del Chelsea Abramovich, facendo di lui la stella di una squadra che ambisce a un definitivo salto di qualità.

Il Mondiale brasiliano dell’estate del 2014 sembra, complice anche l’infortunio del centravanti titolare Benteke, il trampolino per il lancio definitivo di Lukaku nel calcio d’elite. Le cose però non vanno benissimo: a causa anche di alcuni problemi personali, come il ricovero del padre in ospedale per una malattia, Romelu non riesce ad incidere come era nelle attese. Complice l’esplosione di Origi, che gli ‘scippa’ il posto da titolare, riesce a realizzare un solo gol, quello del momentaneo 2-0 con gli Stati Uniti nei supplementari degli ottavi di finale. La corsa dei ‘Diavoli Rossi’ si interrompe nella partita successiva, con l’Argentina di Messi e Higuain che si aggiudica il remake di Messico ’86, quando Maradona trascinò i suoi alla finale eliminando praticamente da solo la Nazionale belga più forte di sempre prima dell’attuale.

Ma quella in Brasile, seppur dolce-amara, è stata di sicuro un’esperienza formativa per un gruppo giovane e dal talento immenso, che tra pochi mesi in Francia spera di tornare a mostrare il lato ‘buono’ di un Paese scosso dai recenti fatti. Che in attacco, poi, ci sia un ragazzo che è cresciuto a Molenbeek è un segnale di speranza che va ben oltre il campo di gioco.

 

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Calcio

Quanto sono strani i nomi delle squadre di calcio giapponesi

Nicola Raucci

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Il Giappone è un mondo lontano dal fascino immenso. Paese dalla cultura straordinaria in cui storia millenaria e modernità fantascientifica formano un connubio inestricabile. Terra dove le stravaganze sono peculiari tanto quanto le tradizioni.

Il calcio non fa eccezione e sfogliando i nomi delle squadre si rimane colpiti dalla grande varietà. Il tutto risale alla nascita della J.League (J リ ー グ ) creata nel 1992, quando la Japan Football Association (日本 サッ カー 協会 ) (JFA) decise di dare vita all’attuale campionato professionistico nipponico per incrementare il livello generale del movimento calcistico nel Paese e rendere competitiva la Nazionale. Fino ad allora la massima serie era la Japan Soccer League (JSL), campionato dilettantistico di scarso interesse per media e tifosi. Venne attuato un cambio radicale che ebbe importanti conseguenze anche nei nomi delle squadre. Le società, già esistenti e di nuova fondazione, optarono per il definitivo abbandono della propria identità aziendale per assumere denominazioni in grado di rappresentare in maniera accattivante la storia, la cultura e le tradizioni locali.

Ecco che troviamo così soluzioni eccentriche e fantasiose, in pieno stile nipponico, dove a farla da padrone sono i richiami alle esotiche lingue delle patrie del calcio: Europa e Sud America.

Le attuali 18 squadre della J1 League:

Cerezo Osaka (セレッソ大阪) – Osaka

Club fondato nel 1957 come Yanmar Diesel, è dal 1993 Cerezo Osaka. Cerezo è in spagnolo il “ciliegio”, albero tipico della città, il cui fiore ne è simbolo distintivo. Indubitabile richiamo al caratteristico paesaggio di ciliegi fioriti lungo i corsi d’acqua di Osaka.

FC Tokyo (FC 東京) – Tokyo

Società nata nel 1935 con il nome di Tokyo Gas Football Club (東京ガス FC), squadra ufficiale della compagnia Tokyo Gas. Una delle poche formazioni a mantenere una denominazione neutra dopo che nel 1998 le aziende Tokyo Gas, ampm, Culture Convenience Club, TEPCO e TV Tokyo fondarono la Tokyo Football Club Company.

Gamba Osaka (ガンバ大阪) – Suita

Il nome assunto nel 1992 gioca sulla sostanziale omofonia tra la parola italiana gamba e il giapponese ganbaru ( 頑 張 る ) che significa “dai il meglio”, “resisti”, caratteristica fondamentale dell’etica societaria imperniata sul lavoro. Club fondato nel 1980 come squadra della Matsushita Electric Industrial Co., Ltd. (Panasonic), era essenzialmente la squadra riserve degli attuali rivali del Cerezo Osaka.

Hokkaido Consadole Sapporo (北海道コンサドーレ札幌) – Sapporo

Il nome deriva dall’unione di consado, anagramma del giapponese dosanko (道 産 子 “popolo di Hokkaidō”), con lo spagnolo ole, che simboleggia il tifo per la squadra da parte di tutti gli abitanti dell’isola. Società nata come Toshiba SC con sede a Kawasaki nel 1935, venne spostata dalla compagnia nel 1996 a Sapporo. Niente più lega la squadra all’azienda fondatrice fuorché il rosso- nero delle divise.

Júbilo Iwata (ジュビロ磐田) – Iwata

Fondato nel 1970 come club calcistico della Yamaha Motor Corporation, azienda con cui mantiene ancora legami, è dal 1993 Júbilo Iwata. Júbilo significa in portoghese “esultanza”, “gioia”.

Kashima Antlers (鹿島アントラーズ) – Kashima

Società fondata come Sumitomo Metal Industries Factory Football Club nel 1947 con sede a Osaka fino al trasferimento nella prefettura di Ibaraki nel 1975. Antlers indica in inglese i palchi dei cervi.

La denominazione si connette al nome stesso della città di Kashima ( 鹿 嶋 市 Kashima-shi che letteralmente significa “città dell’isola dei cervi” 鹿 ka / cervi – 嶋 shima / isola – 市 shi / città).

Kashiwa Reysol (柏レイソル) – Kashiwa

Fondata nel 1940 come squadra della compagnia Hitachi, Hitachi, Ltd. Soccer Club, è dal 1992 Kashiwa Reysol, nome dato dalla fusione delle parole spagnole rey (re) e sol (sole).

Kawasaki Frontale (川崎フロンターレ) – Kawasaki

Fondato nel 1955 come club dell’azienda Fujitsu, Fujitsu Soccer Club, divenne società professionistica nel 1997, anno nel quale avviò una collaborazione con il Grêmio, a cui si ispira, e adottò la parola italiana frontale nel proprio nome.

Nagoya Grampus (名古屋グランパス) – Nagoya

Società fondata nel 1939 come club calcistico della Toyota, Toyota Motor SC, era nota fino al 2007 con il nome di Nagoya Grampus Eight. Grampus è il nome scientifico del grampo o delfino di Risso e si rifà alla coppia di delfini presenti sul Castello di Nagoya. La parola inglese eight si ispirava all’emblema della città, ovvero all’“otto” (八) nella numerazione giapponese.

Sagan Tosu (サガン鳥栖) – Tosu

Società fondata nel 1997. Nome dal doppio significato, sagan ( 砂 岩 ) è in giapponese l’arenaria, ovvero l’unione di tanti elementi a formare un oggetto (la squadra) resistente a tutto. Inoltre, Sagan Tosu può essere inteso come “Tosu (città della prefettura) di Saga” (佐賀 ん 鳥 栖 Saga-n Tosu) nel dialetto locale.

Sanfrecce Hiroshima (サンフレッチェ広島) – Hiroshima

Club fondato nel 1938 come Toyo Kogyo Syukyu Club ( 東 洋 工 業 サ ッ カ ー 部 ), cambiò nome nel 1981 in Mazda SC (マツダ SC) e nel 1992 assunse la denominazione attuale. Insieme al JEF United Ichihara Chiba e agli Urawa Red Diamonds, è stata una delle società fondatrici del campionato professionistico. Sanfrecce è una combinazione del numero “tre” ( 三 San) nella numerazione giapponese con la parola italiana frecce e si rifà alle parole dell’eroe locale, il daimyō Mōri Motonari, che disse ai suoi figli “Una singola freccia può essere facilmente spezzata, ma tre frecce tenute insieme non saranno mai piegate”.

Shimizu S-Pulse (清水エスパルス) – Shizuoka

Società fondata nel 1991 come Shimizu FC dall’iniziativa della cittadinanza locale senza il sostegno di grandi aziende, cambiò rapidamente la denominazione in Shimizu S-Pulse per mettere in primo piano i tifosi. Difatti, la S si rifà a Shimizu (città), Shizuoka (prefettura) e alle parole inglesi supporters (tifosi) e soccer (calcio), unita all’altra parola inglese pulse (impulso) a indicare l’energia dei suoi instancabili sostenitori.

Shonan Bellmare (湘南ベルマーレ) – Hiratsuka

Bellmare è una combinazione delle parole italiane bello e mare per indicare la bellezza dell’area costiera di Shōnan (湘南) nella baia di Sagami.

Urawa Red Diamonds (浦和レッドダイヤモンズ) – Saitama

Fondata nel 1950 come sezione calcistica della Mitsubishi con sede a Kobe, Mitsubishi Heavy Industries Football Club, diventò nel 1993 Urawa Red Diamonds. Red Diamonds è un chiaro riferimento all’emblema della Mitsubishi (三菱) nome traducibile come “tre diamanti”.

V-Varen Nagasaki (V・ファーレン長崎) – Nagasaki

Club formatosi nel 2005 dalla fusione di Ariake Football Club e Kunimi Football Club. Il nome V- Varen combina la V del portoghese vitória (vittoria) e dell’olandese vrede (pace) con varen che significa, sempre in olandese, “navigare”. Scelta ispirata alla grande tradizione marinara di Nagasaki, città portuale punto di attracco per portoghesi e olandesi durante lo shogunato Tokugawa (1600-1868).

Vegalta Sendai (ベガルタ仙台) – Sendai

Società fondata nel 1988 con la denominazione di Tohoku Electric Power Co., Inc. Soccer Club. Nel 1999 assunse il nome Vegalta in omaggio alla festa Tanabata (七夕 “settima notte”) che celebra il ricongiungimento delle divinità Orihime e Hikoboshi, rappresentate rispettivamente dalle stelle Vega e Altair. I due amanti separati, secondo la leggenda, dalla Via Lattea possono incontrarsi solo una volta all’anno. La denominazione celebra tale incontro.

Vissel Kobe (ヴィッセル神戸) – Kōbe

Club fondato nel 1966 con il nome di Kawasaki Steel Soccer Club, aveva sede a Kurashiki, nella prefettura di Okayama. Nel 1994 la città di Kobe raggiunse un accordo con la Kawasaki per spostare la squadra da Okayama a Kobe, con la nuova denominazione di Vissel Kobe. Vissel nasce dalla combinazione delle parole inglesi victory (vittoria) e vessel (vascello), in riferimento alla tradizione portuale della città.

Yokohama F·Marinos (横浜 F・マリノス) – Yokohama

Società fondata nel 1972 come sezione calcistica della Nissan, Nissan Motors FC. Prese la forma attuale nel 1999 mediante la fusione delle due squadre di Yokohama: Yokohama Marinos e Yokohama Flügels. La F ricorda i Flügels (dal tedesco Flügel che significa “ali”) mentre marinos è la parola spagnola per “marinai” e si rifà alla importante storia di città portuale di Yokohama. La maggior parte dei tifosi dello Yokohama Flügels, rifiutando la fusione con i rivali, diedero vita nello stesso anno al Yokohama FC.

L’ammirazione per il calcio italiano, che proprio negli anni ’90 dominava la scena, riecheggia in tante altre squadre giapponesi a indicare una smisurata passione per il Belpaese.

Di seguito una breve lista:

J2 League

Fagiano Okayama FC (ファジアーノ岡山) – Okayama

Il nome fagiano si riferisce al compagno di avventure di Momotarō, protagonista della omonima celebre fiaba giapponese.

Kamatamare Sanuki (カマタマーレ讃岐) – Takamatsu

Kamatamare unisce il giapponese Kamatama (ciotola per udon tipica della zona) con la parola mare.

Montedio Yamagata (モンテディオ山形) – Yamagata

Fusione di monte e dio a indicare le maestose montagne di Yamagata.

Oita Trinita (大分トリニータ) – Ōita

Riferimento alla trinità di cittadinanza, aziende e governo locale nel supporto del club.

Roasso Kumamoto (ロアッソ熊本) – Kumamoto

Il nome Roasso deriva dall’unione di rosso e asso. Simbolo (cavallo rampante) e colore (rosso) sono un chiaro riferimento alla Ferrari.

Tokushima Vortis (徳島ヴォルティス) – Tokushima

Il nome vortis è preso da vortice e si riferisce al Vortice di Naruto, che non è il cartone ma un fenomeno marino che si verifica nele acque giapponesi.

J3 League

Gainare Tottori (ガイナーレ鳥取) – Yonago

Combinazione del giapponese gaina (“grande” nel dialetto di Tottori) e sperare.

Giravanz Kitakyushu (ギラヴァンツ北九州) – Kitakyushu

Unione delle parole girasole, simbolo floreale di Kitakyushu, e avanzare.

Kataller Toyama (カターレ富山) – Toyama

Combinazione di 勝 た れ (katare), che nel dialetto di Toyama significa “vincere”, e aller, francese per “andare”. Inoltre, è un gioco di parole tra “cantare” e 語 れ (katare) che significa “parlare”.

 

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Calcio

Coppa del Mondo: in Russia c’era anche l’Italia. Quella della musica

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C’è un’Italia che ha comunque partecipato al Mondiale in Russia. È quella della musica che, grazie al compositore Ettore Grenci, può dire anche di essersi tolta delle belle soddisfazioni. Il singolo realizzato dall’artista di origini napoletane, “United by love”, una delle canzoni di accompagnamento della rassegna iridata, nel giro di pochi giorni ha superato i 9 milioni di visualizzazioni sul canale YouTube della Warner Mùsica.
Interpretato dall’uruguagia Natalia Oreiro, star internazionale della musica pop latina, il brano, le cui parole sono di Silvia Molina (moglie dello stesso Grenci) è cantato in tre lingue – russo, inglese e dialetto castigliano – ed è un inno alla pace, all’amore e alla fratellanza.

Per Grenci, che ha realizzato l’opera con il produttore discografico Diego Córdoba e che ha dedicato al padre scomparso da poco, si tratta di un altro risultato di prestigio all’interno di una carriera che lo ha visto collaborare, fra gli altri, con altri personaggi di spicco del panorama musicale mondiale, fra i quali Demi Lovato, Marc Anthony e Ricky Martin.
Proprio quest’ultimo, rimanendo in tema di canzoni mondiali, fu l’interprete de ‘La copa de la vida’, colonna sonora dell’edizione di ‘Francia’ 98′, culminata col successo in finale dei padroni di casa per 3-0 sul Brasile di Ronaldo.
A differenza del successo dell’asso portoricano, quello di Grenci non è stato il singolo ufficiale della rassegna russa, riconoscimento andato a “Live it up” di Nick Jam (con la partecipazione di Era Istrefi e Will Smith), bensì uno di quelli di accompagnamento.

Un riconoscimento più che considerevole se si pensa che, dal 1962 a oggi (cioè da quando è previsto che la Coppa del Mondo abbia un suo motivo canoro), questo onore, per gli artisti italiani, era spettato soltanto al “Nessun Dorma”, con voce dell’indimenticato Luciano Pavarotti, durante “Italia’ 90”. In quell’occasione altri due artisti nostrani, Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, dettero forma a “Un’estate italiana”, canzone ufficiale della manifestazione che stampò indelebili nelle menti dei tifosi le gesta degli azzurri di Azeglio Vicini e di Totò Schillaci. E pensando anche al maestro Ennio Morricone, compositore della “Marcha del Mundial” argentino del 1978 assieme alla “Orquesta Filarmonica de Buenos Aires”, Grenci è quindi in ottima e illustre compagnia nella galleria dove s’incontrano la musica e il calcio ai suoi massimi livelli.
E l’auspicio è che le ottime intenzioni emanate da “United by love” arrivino anche alle orecchie e soprattutto al cuore della Nazionale di Roberto Mancini, spingendola a leggere nell’assenza da questo Mondiale una grande occasione per risollevare la testa e ambire a un deciso riscatto internazionale sul piano dell’immagine e dei risultati.

Non ci resta che ascoltarla..

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Calcio

Sudafrica 2010: l’Africa (e le vuvuzelas) celebrano la prima volta delle Furie Rosse

Paolo Valenti

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Arrivati all’alba di un nuovo decennio, i mondiali di calcio arrivano dove finora erano stati solo immaginati. E’ il Sudafrica a farsi carico dell’organizzazione di una competizione che dello spirito pionieristico della prima edizione tenutasi nel 1930 in Uruguay in dote porta ormai poco. La FIFA di Blatter ha deciso di portare la coppa del mondo per la prima volta nel continente africano: che la nazione di Nelson Mandela, storica icona vivente della lotta all’apartheid, sia stata scelta come paese ospitante è frutto di decisioni manovrate più dagli strumenti della corruzione che da scelte liberamente sostenute. Come emerso nel 2015 dall’indagine condotta dall’FBI, infatti, il paese votato per organizzare il mondiale fu il Marocco ma il versamento di tangenti per un importo pari a dieci milioni di dollari avrebbe spinto la coppa verso il Sudafrica. Meglio, allora, parlare d’altro.

L’Italia si presenta col fregio di campione in carica come in Messico nell’86. Anche l’approccio al torneo è analogo: Marcello Lippi, tornato in panchina dopo i due anni di parentesi senza infamia e senza lode di Roberto Donadoni, giubilato dopo l’eliminazione agli Europei del 2008 rimediata ai calci di rigore con i futuri campioni della Spagna, affronta la competizione cercando un equilibrio tra chi ha vinto quattro anni prima e le forze nuove suggerite dal campionato. E’ un equilibrio difficile da trovare, soprattutto perché i candidati a rimpiazzare i campioni del mondo, per qualità tecnica e personalità, si rivelano inadeguati. Lippi si trova nella stessa situazione già sperimentata da Enzo Bearzot nel suo terzo mondiale alla guida degli azzurri e vive lo stesso destino del tecnico friulano, con una nota di demerito in più: l’Italia, infatti, non riesce a superare nemmeno il primo turno, ultima di un girone che la vede in affanno con formazioni non irresistibili come Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia. Era da trentasei anni, da Germania 1974, che gli azzurri non arenavano il loro percorso al primo turno: un’amarezza sportiva sconosciuta a molti appassionati italiani.

Sono altre le nazionali che vanno avanti e si affacciano sull’Olimpo delle semifinali: l’Olanda ci ritorna dopo aver battuto un Brasile in buona parte vittima dell’irrazionale incontinenza agonistica di Felipe Melo, protagonista negativo nelle azioni dei due gol olandesi nonché di una sacrosanta espulsione; la Germania dopo aver strapazzato l’inconsistente Argentina guidata dall’inadeguato coach Diego Armando Maradona; Uruguay e Spagna raggiungono l’obiettivo soffrendo non poco per aver ragione, rispettivamente, della nazionale alfiere del calcio africano, il Ghana, e di un ostico Paraguay. Non basta un superlativo Diego Forlan a negare l’accesso alla finale agli Oranje, mentre la Germania si arrende alfine al calcio latino delle Furie Rosse spagnole, che nell’atto decisivo si impongono grazie alla zampata vincente di uno dei centrocampisti migliori di tutti i tempi. Il gol di Andrès Iniesta porta per la prima volta nella storia la Roja sul tetto del mondo.
I RISULTATI
Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Sudafrica 2010

LE CURIOSITA’

Non c’è due senza tre

Nel 2010 in Sudafrica la nazionale olandese raggiunge per la terza volta la finale della coppa del mondo. Gli Oranje, pur poco superstiziosi, dovrebbero fare gli scongiuri visto l’andamento non positivo delle due precedenti esperienze nel 1974 e nel 1978. Nel 2010 il fatto di non dover incontrare i padroni di casa, come era successo in passato, forse rende meno problematico l’approccio alla finale, anche se alla fine il risultato, seppur in extremis, si allinea alla perfezione con le sconfitte maturate in Germania e in Argentina.

Waka Waka (This Time for Africa)

Questo il titolo della canzone ufficiale dei mondiali 2010 cantata da Shakira, la pop singer colombiana attualmente compagna del difensore del Barcellona e della nazionale spagnola Gerard Piquè. Il singolo raccolse un notevole successo nonostante le iniziali polemiche provocate da una parte dell’opinione pubblica sudafricana, che avrebbe preferito che a cantare l’inno del mondiale fosse un autoctono. Waka Waka fu una hit di quel periodo raggiungendo il numero uno delle classifiche in moltissimi paesi, tra i quali l’Italia, vendendo circa dieci milioni di “copie” in tutto il mondo. Nel video della canzone comparivano anche alcuni calciatori, tra i quali Cristiano Ronaldo e Leo Messi. 

Only for Africa

Il processo di selezione del paese ospitante la diciannovesima edizione della coppa del mondo fu aperto solo alle nazioni africane. Era molto forte, infatti, il desiderio della FIFA di portare per la prima volta il mondiale in quel continente. L’assegnazione venne ufficializzata nel 2004 a favore del Sudafrica, la cui candidatura fu preferita a quelle di Egitto e Marocco con meccanismi, come accennato in precedenza, affatto trasparenti.

La prima volta

Diverse le prime volte verificatesi in occasione del mondiale 2010: due riguardano il Sudafrica e due la Spagna. Le Furie Rosse ottengono il loro primo titolo mondiale col quale, oltretutto, diventano anche la prima nazionale europea a vincere la coppa fuori dal continente di appartenenza. Quanto al Sud Africa, oltre al già richiamato esordio come paese ospitante facente parte del continente africano, la selezione di mister Carlo Alberto Parreira è la prima nazionale padrona di casa a venire eliminata al primo turno.

Portare gioia a tutti

E’ più o meno questa la traduzione del termine Jabulani, il nome del pallone ufficiale dei mondiali 2010 che, come il precedente Fevernova del 2002, solleva diverse perplessità tra i giocatori, che ne rilevano l’anomalia delle traiettorie atta, secondo il brasiliano Julio Cesar, a rendere più difficile il compito dei portieri e a favorire l’incremento del numero di gol, tanto da arrivare a definirlo come un pallone da supermercato.

Vuvuzelas

Ancor più che per il Jabulani, le critiche dei calciatori che disputarono il mondiale si levarono a causa dell’utilizzo da parte degli spettatori delle Vuvuzelas, una sorta di trombette di plastica a corno lungo (65 centimetri) che il pubblico si divertiva a “suonare” durante lo svolgimento delle partite, generando un effetto acustico decisamente invasivo che rendeva talvolta difficile la comunicazione in campo tra giocatori. Le Vuvuzelas misero in difficoltà anche le televisioni, per le quali il frastuono di sottofondo generato dalle trombette locali andava in sovrapposizione alla cronaca delle partite affidata a giornalisti e commentatori.

LA FINALE

L’11 luglio è il giorno della finale, una data sempre evocativa per gli italiani che esattamente ventotto anni prima ebbero la fortuna di seguire i mondiali. Siamo, però, nel 2010 e al Soccer City di Johannesburg la partita che determina il vincitore della coppa del mondo se la vanno a giocare Spagna e Olanda: entrambe, in caso di vittoria, porteranno per la prima volta a casa il massimo successo. Per gli iberici è comunque l’esordio in una finale mondiale mentre gli Oranje tornano ad assaporarla dopo le deludenti esperienze di Germania 1974 e Argentina 1978. Anche se, stavolta, l’avversario non è la nazionale del paese ospitante, non c’è da stare troppo tranquilli: la squadra di Vicente Del Bosque gioca un calcio annichilente, basato sul possesso palla infinito di giocatori che, anche nei piedi dei difensori, trovano abili sponde di palleggio funzionali a un giro palla che, alla fine, riesce a trovare un modo per arrivare al gol. L’Olanda pratica un football dalle fondamenta muscolari a sostegno della classe evidente dei protagonisti avanzati: Sneijder sulla tre quarti, Robben su una delle due fasce e Van Persie nell’area avversaria. La partita è dura, spezzettata e l’arbitro, l’inglese Webb, è costretto a mettere più volte mano al taschino per usare i cartellini: a fine gara saranno ben quattordici.

Le occasioni non mancano per entrambe le squadre, talune clamorose come quelle non finalizzate da Fabregas e, soprattutto, Robben. Lo zero a zero non si sblocca nemmeno all’inizio del secondo tempo supplementare, quando il difensore olandese Heitinga viene espulso per doppia ammonizione. L’inerzia della partita sembra declinare verso i calci di rigore quando, a quattro minuti dal fischio finale, un cross verso l’area di Fernando Torres viene respinto dai difensori olandesi sui piedi di Fabregas che, dal limite dell’area, serve prontamente Iniesta: il palleggio in avanti dell’iberico serve a caricare un diagonale sul quale Stekelenburg non trova riparo. E’ il sigillo della vittoria di una squadra che col suo gioco, forse più catalano che spagnolo, avvicina il calcio europeo alle sponde del Sud America.

I PROTAGONISTI

Andres IniestaIl Don del calcio spagnolo degli anni Duemila è un giocatore che, come capita solo ai più grandi, sembra formare un tutt’uno quanto tiene la palla tra i piedi. Sarà per l’altezza (171 centimetri), per una certa rotondità del viso accentuata dall’incipiente calvizie oppure semplicemente perché, nella gestione del pallone, la fluidità dei movimenti corporei è pienamente armonizzata col rotolare della sfera, resta il fatto che Andres Iniesta, nel pur eccelso livello tecnico del centrocampo delle Furie Rosse, è il cantore principe dei campioni del mondo 2010. Capace di prender palla e giostrarla in qualunque zona del campo, Iniesta possiede la capacità inestimabile di unire elementi che spesso faticano a dialogare: la bellezza e la funzionalità, l’orpello e il risultato, l’estetica e la funzionalità. Difficile vederlo sbagliare una scelta, che sia legata al tempo di gioco, al passaggio da fare o al tiro da scoccare. Un vero califfo del centrocampo, in grado di diventare un decisivo supporto avanzato quando l’intelligenza calcistica glielo suggerisce con la naturalezza con cui tratta il pallone, come dimostrato paradigmaticamente nel gol col quale regala al suo Paese un titolo mondiale mai conquistato prima della finale di Johannesburg, con quell’alzarsi la palla per scaricarla in rete che ricorda la preparazione del gesto che milioni di ragazzini eseguono nelle strade e nei cortili di tutto il mondo. La sapienza con la quale alterna la stoccata al ricamo è il frutto di algoritmi istintivi finalizzati sempre all’efficacia della giocata che ne costruiscono la dimensione di calciatore universalmente adattabile a qualunque schema di gioco. Vincerà un altro Europeo nel 2012 e disputerà altri due mondiali, ultimo incluso, prima di mostrare gli ultimi abbagli di una classe illuminante nella terra del Sol Levante.

Diego Forlan – Se l’Uruguay dopo quarant’anni torna a classificarsi tra le prime quattro nazionali del mondo, in buona misura lo deve alle ottime prestazioni del suo attaccante più carismatico, Diego Forlan, che, in assoluto, è anche tra i migliori giocatori di tutto il mondiale. Anzi: il migliore, essendo insignito del Golden Ball award, riconoscimento assegnato al più bravo calciatore della coppa del mondo di cui, a pari merito con Thomas Mueller, Wesley Sneijder e David Villa, vince la classifica dei cannonieri. Nativo di Montevideo e icona dell’Atletico Madrid, con un passato da promettente tennista, Forlan è un attaccante di movimento che, godendo degli spazi che gli aprono compagni del calibro di Cavani e Suarez, riesce a svariare su tutto il fronte offensivo con movimenti che, in relazione alla necessità del momento, riecheggiano quelli del centravanti, dell’ala o del numero dieci. Giocatore di puro talento, si impone a critica e pubblico partendo dalle retrovie di un campionato che attendeva le meraviglie di Messi e Kakà e si ritrova a celebrare gol e assist di un ragazzo biondo capace di una leadership basata sulla ricerca dell’obiettivo comune tramite la valorizzazione del senso di appartenenza al gruppo. Pronto alle triangolazioni come all’uno contro uno, abile nel colpo di testa e nel calciare le punizioni, Forlan in Sudafrica raggiunge l’apice di una carriera che l’anno successivo lo porta anche a vestire la maglia dell’Inter. In Italia inizia una parabola discendente che non gli impedisce di partecipare alla spedizione della Celeste nel successivo campionato mondiale, quando è proprio l’Uruguay di Tabarez a condannare all’uscita anticipata gli azzurri di Prandelli.

 

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