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Giochi di palazzo

“I vertici dello sport mondiale? Ancora chiusi per le minoranze etniche”

Matteo Luciani

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Neri, asiatici e minoranze etniche? Non c’è dubbio che per questo tipo di categorie esistano ancora oggi delle barriere per riuscire ad entrare ai piani alti del mondo dello sport”. Ad affermare ciò, non un politico in cerca di notorietà o un opinionista televisivo desideroso di rendersi originale bensì Christine Ohuruogu, ex atleta olimpica e pure campionessa nella disciplina dei 400 metri.

Grazie ad uno studio condotto da Sporting Equals, organizzazione che lavora per favorire l’integrazione fra diverse etnie nello sport, infatti, si scopre che solo 26 membri, appartenenti ai cosiddetti board delle federazioni sportive internazionali, su 601 (un misero 4%) corrispondono a quello che gli inglesi chiamano BAME (‘Black, asian and minority ethnic’).

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Restringendo il campo, ci si accorge che unicamente due persone appartenenti al gruppo BAME ricoprono i ruoli di presidenti di federazioni sportive (su un numero totale pari a 68).

“Dialogando con altri atleti, o comunque uomini di sport, mi sono accorta che in molti esprimono preoccupazione e tristezza riguardo al fatto che il nostro mondo sembri ancora piuttosto chiuso nei confronti di coloro che appartengono a quelle che vengono comunemente definite ‘minoranze etniche“, ha affermato la britannica Ohuruogu.

Esponenti di queste ultime, infatti, non sono i benvenuti nei posti di potere dello sport mondiale; non vengono spesso ritenuti validi al pari degli altri e si tratta di una cosa semplicemente ridicola nel 2016. Queste persone sono migliorate tantissimo a livello di competenza sportiva e hanno fatto passi da gigante enormi tanto quanto gli atleti appartenenti a BAME. Eppure qual è il risultato? Per loro non ci sono posti ai vertici.

In merito alla vicenda, il ministro ombra dello sport in Inghilterra, Rosena Allin-Khan, ha affermato alla BBC Sport che “è necessario incrementare il numero di persone appartenenti a minoranze etniche anche ai piani alti del mondo dello sport. Non bisogna fornire come modelli agli occhi della gente unicamente coloro che appartengono a determinate etnie presenti sulla terra. Si cominci da quegli atleti BAME che sono stati al top nel proprio campo e sono desiderosi di aiutare lo sport anche in un’altra maniera al termine della propria carriera”.

All’interno di questa cerchia, ad esempio, si può trovare la figura di Wasim Khan, primo atleta inglese di origini pakistane a giocare a cricket in Inghilterra a livello professionistico.

Sul tema, ai microfoni della BBC Sport, Khan ha affermato: “C’è ancora un lavoro enorme da fare ma devo dire che, rispetto a quando giocavo io, le cose hanno già iniziato a migliorare in maniera considerevole. Ai miei tempi e purtroppo è un’accusa che sento spesso muovere ancora oggi, si diceva che all’interno della categoria BAME non ci fosse abbastanza talento e sufficiente capacità manageriale per ricoprire ruoli di valore nel mondo dello sport. Per me fu difficile perché dovetti invertire la rotta per primo ma vedo che attualmente, per fortuna, qualcosa è migliorato”.

In effetti, dal punto di vista puramente agonistico, per la prima volta nella storia, l’Inghilterra oggi ha nella propria nazionale di cricket quattro atleti musulmani: Moeen Ali, Adil Rashid, Haseeb Hameed e Zafar Ansari.

L’augurio è che sia solo l’inizio di un nuovo corso; tra stadi e vertici federali, infatti, di barriere proprio non se ne sente il bisogno.

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Calcio

Calcio, Fede e Discriminazione: in Egitto puoi essere Ronaldo basta che non sei Cristiano

Emanuele Sabatino

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Come ti senti quando ti chiedono di cambiare nome perché con quel nome, chiaramente cristiano, non potrà mai giocare a calcio come professionista?

La storia è quella dell’egiziano Mina Bendary da Alessandria, 22 anni, ex giocatore di calcio che ha dovuto abbandonare il suo sogno di essere un calciatore professionista a causa di quella che lui ha percepito come una discriminazione religiosa. Il suo nome che lo definisce subito come un cristiano copto, è stato un ostacolo insormontabile che non gli ha mai reso possibile, dopo tre anni, il salto dalle giovanili alla prima squadra dell’ Al Ittihad, squadra della Premier League egiziana. “Il club mi ha detto di cambiare nome con uno musulmano per poter giocare in prima squadra. In Egitto non c’è spazio per i cristiani nel calcio professionistico.”

UNA QUESTIONE DI PERCENTUALI?

In Egitto il 90% della popolazione è di fede musulmana mentre il restante 10% cristiana. La rosa della nazionale che ha preso parte al Mondiale russo era composta interamente da giocatori musulmani. Anche in patria il discorso non è diverso con nessun giocatore cristiano attualmente in forza a nessuna delle squadre della Premier League egiziana. Non è solo un’impossibilità statistica ma un’anomalia che ha radici profonde prima nell’amministrazione del calcio egiziano e poi, allargando, nella società egiziana in generale.

Lo scorso aprile anche una ex stella del calcio egiziano come Mido, di fede musulmana, ha ammesso pubblicamente i problemi di natura discriminatoria a cui vanno incontro i giovani e talentuosi giocatori di fede cristiana: “Molti giocatori smettono da giovani a seguito delle discriminazioni da parte dei loro allenatori. Come è possibile che nella storia del calcio egiziano solo cinque giocatori di fede cristiana abbiano giocato nella massima divisione? E tra questi solo uno, Hany Ramzy, è stato l’unico cristiano ad indossare la maglia della nazionale”. Mido ha anche proposto un sistema di regole nuove con l’intento di costringere i top club egiziani ad avere in rosa una quota minima di giocatori di fede cristiana.

 

SHEHATA ED IL CRITERIO DIVINO

Hassan Shehata, ex allenatore della nazionale egiziana, di fede musulmana, che ha condotto i suoi a tre vittorie consecutive in Coppa d’Africa nel 2006, 2008 e 2010 ha sempre detto e ribadito che “Non solo le qualità tecniche saranno prese in considerazione per le convocazioni, ma anche e soprattutto il loro rapporto con Dio”.

L’ACCADEMIA “JE SUIS” A PROTEZIONE DEI CRISTIANI

 L’accademia “Je Suis” è stata fondata tre anni fa da Bendary per dare riparo ai giocatori di fede cristiana più volte respinti dai club. Qui possono giocare dai 5 ai 30 anni e migliorare le loro qualità anche insieme ai giocatori di fede musulmana e se bravi abbastanza essere pronti al salto tra i professionisti.

LA STORIA DI MINA

In questa accademia c’è Mina Samir, detto Ronaldo, per la somiglianza con il neo juventino CR7, ha 17 anni ed è già stato respinto più volte prima di entrare in questa accademia. La ragione del rifiuto sempre la stessa: il nome Cristiano. “Gioco a calcio da quando ho 12 anni. La mia esperienza è stata con El Ismaily, il mister mi ha detto che era impressionato dalle mie qualità ma quando mi ha detto che mi chiamavo Mina mi ha detto che mi avrebbe fatto sapere. Non l’ho mai più risentito. L’anno scorso ho provato con il Petrojet, ero l’unico ragazzo cristiano e l’unico ad indossare una maglia gialla mentre tutti gli altri avevano quella nera. Il mister ha detto “tu, maglia gialla, come ti chiami?” e quando ho risposto Mina, lui capendo che ero cristiano ha detto che stava parlando con il ragazzo affianco a me che indossava però la maglietta nera. Lì ho capito che non ce l’avrei mai fatta”.

Anche suo fratello Abanoub Samir, ora 21 anni, quando ne aveva 16 ha provato ad entrare nella squadra Al Ittihad ma  gli chiesero di cambiare il nome in Mostafa Ibrahim, musulmano, e lui rifiutandosi disse addio al contratto.

Un esposto è stato inviato dalla comunità dei cristiani copti alla FIFA che in accordo con i suoi nuovi regolamenti non tollera nessun tipo di discriminazione. La risposta dalla FIFA ancora non è arrivata anzi la massima federazione calcistica internazionale ha chiesto più materiale, come se non bastasse, per avere ancora più chiara e nitida la situazione.

NON SOLO CALCIO

Alle ultime Olimpiadi di Rio nella delegazione egiziana di 122 atleti nessuno era di fede cristiana. Lo stesso anche quattro anni prima a Londra.

NON SOLO SPORT

Per i cristiani copti in Egitto è difficile ottenere lavoro in primis e cariche istituzionali in secundis. Nessun posto di prestigio a livello istituzionale o governativo è in mano a persone di fede cristiana. Anche volendo nascondere la propria fede non è così semplice, perché questa è ben visibile sul documento di identità.

 

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Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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Giochi di palazzo

Luglio 2007: quando la Formula Uno si trasformò in una Spy Story

Luigi Pellicone

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Di questi tempi, nel 2007, la Formula Uno veniva scossa da eventi che cambiarono per sempre il dorato mondo dell’automobilismo. Accadde di tutto e nulla fu come prima. Vi raccontiamo questa incredibile spystory.

12 luglio. Una data che segna lo spartiacque nel mondo della F1.  11 anni fa, la McLaren è convocata dalla FIA. L’accusa è pesante: spionaggio industriale. Inizia la Spy-Story, a meta fra un romanzo noir e una storia da 007.

CAPITOLO I – TELEFONATE NOTTURNE FRA AMICI DELUSI

Tutto ha inizio a Maranello: inverno 2006,  grande Freddo in casa Ferrari. Jean Todt è prossimo a lasciare la gestione sportiva. Un ruolo ambitissimo: per prestigio, storia, stipendio. Fra gli aspiranti alla poltrona c’è Nigel Stepney. Coordinatore della squadra meccanici, nonché collante fra la dirigenza modenese e il reparto corse. Nigel è in Ferrari da anni: Todt ha cieca fiducia in lui, ma come organizzatore. Non da dirigente. Non a caso, il francese sceglie come successore Stefano Domenicali. Stepney è deluso, protesta. Richieste respinte al mittente con perdita.

Ricusato, non la digerisce. Accumula frustrazione. Ci vorrebbe un amico. Chi? Ma si, Mike. Meglio sentirlo…

Mike è Mike Coughlan, amico e collega di Nigel  ai tempi della Tyrrel, anni ’90. Adesso lui lavora alla McLaren e fa il progettista. I contatti fra i due si infittiscono. Arriva la primavera, dopo un inverno passato al telefono e qualche parola di troppo. Controprova, il GP d’Australia

In quel di Melbourne, Kimi Raikkonen centra la pole position. E però, c’è qualcosa di strano: i commissari di corsa girano intorno la Ferrari come api intorno all’alveare. Evidentemente, cercano qualcosa. Ma cosa? Ispezione. Negativo. La Ferrari è in regola, sebbene  “qualcosa” di non meglio specificato sia al limite delle regole, pur non violandole. Però qualcosa sotto c’è. Eh già, proprio sotto. La McLaren chiede chiarimenti sulla regolamentazione delle zavorre a bordo delle monoposto.  Che cooooosa? Insinuate che la rossa vinca grazie a un sistema che garantisca un assetto perfetto sia in accelerazione che in frenata? Ma come vi permettete? E, sopratutto, come sapete queste cose?

CAPITOLO II – CHI E’ LA TALPA?

Allarme rosso. Qualcuno ha spifferato. Todt e Domenicali ne sono certi. E ne hanno ben donde. Il sistema progettato per le monoposto di f1 è INVISIBILE a occhio nudo e alle verifiche tecniche, che hanno il compito di misurare l’altezza del fondo piatto dall’asfalto e la eventuale flessibilità. Chi ha parlato? Chi poteva sapere? Vuoi vedere che Nigel…

Stepney da qualche tempo non bazzica i circuiti. E non è felice. Vuole un ruolo importante, in pista, laddove si sfida la fisica e l’aerodinamica. E allora cosa fa? Alza il telefono e chiama Mike. Hai visto mai se in McLaren c’è posto per un vecchio amico…

Una telefonata di troppo, questa volta dall’ufficio.

Errore fatale. Todt e Domenicali, insospettiti, avevano predisposto un sistema di controllo delle chiamate in entrata e uscita. Mail comprese. Nigel era già sospettato, dopo l’Australia. Però un indizio è solo un indizio. La telefonata, il secondo, è una coincidenza. La terza, però, è la prova: la McLaren, in particolare Coughlan, è in possesso di mail che indicano tutti gli standard utili per apprezzare l’efficienza di una monoposto in gara. Quanta roba. Troppa per resistere alla tentazione. Coughlan chiama Jonathan. Jonathan è Jonathan Neal. Gli sottopone i documenti. Le informazioni passano ai piloti. In McLaren, accanto a un giovanissimo Hamilton, c’è Fernando Alonso. Uno che, al contrario di Nigel, sogna il percorso inverso. Vuole la Ferrari: in McLaren, alle prese, con quel ragazzino così arrogante, non si trova proprio a suo agio. Intanto Coughlan recita la parte dell’amico del cuore: sponsorizza Stepney a Ron. Ron è Ron Dennis, boss di Woking. Bene, il grande capo McLaren non stima Nigel. Anzi, non lo vuole vedere neanche in fotografia. L’astio affonda le radici in un tradimento (vabbè allora è un vizio): Stepney era amico di Barnard, simpatico a Dennis quanto la criptonite a Superman..

CAPITOLO III – LA FUGA DI NOTIZIE

Intanto il circus è a Montecarlo, dove accade qualcosa di insolito. I meccanici come consuetudine, passano al setaccio le Ferrari ai box. Cosa c’è li, vicino al serbatoio? Fertilizzante. E chi diavolo ha messo quel fertilizzante? Domenicali ordina di smontare la monoposto. Tutti a rapporto tranne uno. Nigel, che cavolo c’è nel tuo armadietto? E perché quella polverina è cosi simile a quella trovata ai box? No, non è simile, è proprio identica.

SABOTAGGIO. NIGEL, SEI LICENZIATO.  Dalle verifiche effettuate sul computer dell’ormai ex dipendente, emerge la verità: scambio di mail fra Stepney e Coughlan. Non contento, Nigel, accecato dalla rabbia, cosa fa? In barca, mentre si corre il GP di Barcellona, consegna, così come sono, i progetti della Ferrari. Coughlan ha del materiale che scotta. Per raffreddarlo, si confina in una copisteria di bassissima lega in Inghilterra. Sfortunatamente, il gestore del negozio è un tifoso della Ferrari. Oltre alle copie richiesta dal cliente, ne tiene qualcuna per se. E dove le invia? Esatto. A Maranello. Boom.

CAPITOLO IV – L’AUTODISTRUZIONE

La Ferrari ha le prove. Ed è anche incazzata visto che il Mondiale sta prendendo una brutta piega. Todt chiama i legali a rapporto. Ci sono gli estremi per lo spionaggio industriale? Sissignore, che ci sono.Quanto basta per inchiodare la McLaren in Italia e in Inghilterra. Semaforo verde alla carta bollata. Detto, fatto. La vicenda si conclude. L’8 settembre, quando si corre a Monza, la Mc Laren è raggiunta da avviso di garanzia. Una settimana dopo è squalificata dal mondiale costruttori e condannata a 100 milioni di dollari di risarcimento. Coughlan sospeso, Stepney depennato dalla F1.

E dal lato sportivo? Beh, anche qui, c’è una bella storia da raccontare: Hamilton, a due gare dal termine è in vantaggio su Raikkonen di ben 17 punti. E ne ha anche 10 su Alonso. In Cina, però, si ritira. Vince il finlandese che si porta a -7.  Ultima GP. In Brasile la McLaren si presenta con due piloti in testa al Mondiale. E riesce a perderlo: il cambio tradisce l’inglese che non va oltre il settimo posto finale. L’iride è a portata di mano di Alonso, che è terzo, e lì rimane, dietro le due Ferrari in fuga. Vince la Ferrari. Evviva la Ferrari campione del mondo: 110 punti Raikkonen, 109 Alonso ed Hamilton. A pensare male ci si chiede: Alonso che passerà in Ferrari non ha attaccato volutamente? In realtà quel pomeriggio la monoposto dello spagnolo non andava proprio anche perché superando Massa secondo avrebbe vinto il Mondiale. Si vociferò inoltre che il distacco dalla Rossa fosse frutto di un sabotaggio tecnico della McLaren che, pur di sfavorirlo (Hamilton da sempre il prediletto di Dennis), gli avrebbe manomesso l’assetto se non addirittura montato pneumatici già consumati. Ma queste sono solo voci e tali resteranno. C’è poi una seconda teoria che apre ad una domanda: è mai possibile che una squadra squalificata per la spy story portasse uno dei suoi piloti al titolo Mondiale? Chissà.

E Nigel? Cerca di ricostruirsi una verginità scrivendo un libro: Red Mist. Nebbia Rossa. Pagine dal contenuto così forte che nessuna casa editrice trova la forza o la voglia di pubblicarlo. Del resto, le querele costano. E andare in guerra con Ferrari o McLaren non è igienico. Rischi di sporcarti. E allora? Nel dubbio che quanto scritto fosse solo ricerca di vendetta, il manoscritto resta nel cassetto. O nei file. E la verità? Chiedetela al destino. Il 2 maggio 2014 Nigel scende dalla sua auto ed è travolto e ucciso e porta con sé tutti i segreti di questa vicenda.

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