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I rivoluzionari dello Sport: Bill James, l’inventore dell’algoritmo vincente

Alberto Calo

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Lo scorso anno, le dichiarazioni del dimissionario Walter Sabatini avevano attirato l’attenzione di molti. Nel corso della conferenza stampa d’addio, infatti, l’ex direttore sportivo della Roma aveva indicato come motivo principale della separazione un vero e proprio scontro di filosofie tra lui e il resto della dirigenza. Ecco le sue parole:

Il presidente e i suoi collaboratori, giustamente, puntano su altre prerogative, stanno cercando un algoritmo vincente, io vivo dentro il mio istinto, non vedo il pallone come un oggetto sferoidale, per me la palla è qualcosa, vivo il mio calcio, un calcio che non può essere freddamente riportato alla statistica che descrive un giocatore.”

Senza entrare nel merito delle frasi di Sabatini, concentriamoci sul concetto di ricerca di un algoritmo vincente. A noi del vecchio mondo, infatti, risulta ancora indigesto il tentativo di applicazione di una scienza esatta se riferita ad un contesto sportivo. Di conseguenza la differenza tra vittoria e sconfitta è sì frutto di un’attenta pianificazione, ma è anche e soprattutto il risultato del susseguirsi di tanti fattori non calcolabili, che sono comunemente definiti intangibles.

Dall’altra parte dell’oceano, invece, la mentalità a riguardo è leggermente diversa. Da anni ormai, è in corso una ricerca spasmodica di un metodo scientifico che aumenti le possibilità di una società sportiva di vincere. Penso sia giusto specificare che, proprio perché si parla di aumentare le possibilità e non di garantire un successo, anche gli Americani sono consapevoli di non poter eliminare (o calcolare) tutte le intangibles. Lo sport, in fondo, altro non è che un microcosmo dell’esistenza e in quanto tale è impossibile arrivarne al nucleo più profondo.

Billy Beane è il primo nome che ci viene in mente quando si parla di applicazione di metodi scientifici al mondo dello sport. Beane, infatti, è stato il primo Direttore Sportivo di una franchigia professionistica in MLB ad aver utilizzato la Sabermetrica (analisi empirica del Baseball) come unico criterio da tenere in considerazione nei processi di decision making. Visto l’enorme impatto che ha generato sullo sport americano e non solo, la storia di Beane è stata raccontata dal libro Moneyball, da cui è tratto il film L’arte di vincere.

Se considerassimo la Sabermetrica come una pistola, non sarebbe sbagliato affermare che Beane sia stato il primo a fare fuoco. Ma la domanda a cui vorrei rispondere è ancora più a monte: chi è l’inventore dell’arma?

Il colpevole nasce in Kansas nel 1949 e risponde al nome di Bill James.

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Bill si innamora presto del baseball e col passare degli anni partorisce un pensiero rivoluzionario: introdurre nel mondo del baseball un approccio scientifico.

La scienza è come una lavagna pulita ed è proprio questo a renderla efficace,” dichiarò James in un’intervista. “Tu puoi anche essere un laureando in fisica e pensare che Einstein abbia sbagliato, però se porti una tesi supportata da fatti concreti, la gente ti starà a sentire. Ed è esattamente quel che ho provato a fare io con il baseball: puoi essere un esperto quanto vuoi ma i fatti parlano chiaro.

Spesso e volentieri la normalità, prima di essere considerata tale, deve superare perplessità e pregiudizi. E per James non è stato diverso. Guardando una partita dei Dodgers ai tempi del liceo, Bill rimase confuso da un episodio: Wes Parker, prima base della squadra di Los Angeles, pur essendo un battitore con basse percentuali aveva salvato la partita grazie ad uno spettacolare salvataggio nel nono inning. Nonostante ciò, i Dodgers volevano a tutti i costi mettere Parker in panchina per far spazio ad un battitore migliore.

Perché la fase difensiva non dovrebbe essere considerata alla stregua di quella offensiva? Ecco la domanda che James non riusciva a togliersi dalla testa. Il testardo liceale allora scrisse una lettera di sette pagine a The Sporting News in cui spiegava animatamente il suo punto di vista. La lettera, naturalmente, non fu mai pubblicata.

Difatti, affinché i pensieri di James fossero finalmente ascoltati dovremo aspettare quattro anni passati all’University of Kansas, una breve parentesi nell’esercito e un posto di lavoro come guardiano notturno di un’azienda che produceva fagioli in scatola. Proprio durante quelle lunghe notti, James riordina i propri pensieri, cercando di rispondere ad alcune domande che nessun amante del baseball si era neanche mai posto.

Bill decide quindi di riprovarci, inviando nuovamente alcuni articoli a “The Sporting News”. Questa volta il giornale li accetta, innescando un effetto a cascata che in quel momento era totalmente imprevedibile. I pezzi vengono pubblicati poco dopo anche da Sports Illustrated e James scopre che molte più persone di quelle che pensava erano interessate alla sua filosofia.

Quando proponi una nuova idea è normale che tutti provino a cercare il perché non dovrebbe funzionare piuttosto che il contrario. La maggior parte delle persone vedono il mondo nel modo in cui è in quel dato momento. Se provi a suggerire un’alternativa ti diranno subito che non può funzionare. Ma io non mi sono curato di loro e mi sono continuato a chiedere: perché non dovrebbe esistere una scienza del baseball?

A dirla tutta il Baseball è sempre stato uno sport di numeri. A differenza del passato però, James e altri studiosi si sono chiesti quali fossero i numeri che importavano davvero. Del resto, nonostante il processo di quantificazione dello sport più popolare d’America sia continuato imperterrito, il fattore umano resta comunque imprescindibile. E, paradossalmente, proprio l’inventore della Sabermetrica accompagna la sua mentalità puramente analitica ad una consapevolezza di scuola socratica:

Non capirò mai il Baseball. Non arriverò mai a capire neanche l’1% di quello che vorrei. Quello che facciamo con il nostro lavoro è paragonabile ad attaccare una montagna di ignoranza (nel senso vero e proprio di ignorare, ndr) con uno spazzolino e un dentifricio usato. Le cose che non sappiamo sono infinite.

Pur non mettendo in dubbio la sincerità delle parole di Bill, non si può negare che grazie all’utilizzo delle statistiche analitiche adesso il nostro livello di comprensione del Baseball sia molto più accurato rispetto a prima. Di orizzonti da scoprire ce ne saranno sempre per carità, ma nel mondo dello sport la figura di James è paragonabile a quella di Cristoforo Colombo. L’impatto generato dal nativo del Kansas è stato tanto straordinario che una rivista autorevole come il Time nel 2006 lo ha inserito tra le cento persone più influenti al mondo.

Non accontentandosi di aver cambiato l’approccio verso il Baseball da outsider, James è riuscito a dare il suo contributo pure da insider. Nel 2003, infatti, il padre della sabermetrica è stato assunto niente meno che dai Boston Red Sox, per riportare in Massachusetts un titolo che mancava dal 1918. Risultato? Dal 2003 ad oggi i Red Sox hanno conquistato tre titoli, di cui il primo proprio nel 2004. Va bene credere alle coincidenze…ma così è troppo.

Ogni ambito della nostra società può contare su pionieri eccellenti, su persone che si sono spinte oltre i confini di ciò che sembrava logico in un preciso momento storico. E il mondo dello sport moderno non fa eccezione. A partire da Pierre de Coubertin, colui che ha riportato in auge in concetto di Olimpiade nel 1896, sono pochi i personaggi che hanno influito prepotentemente sul mondo dello sport come Bill James. Che vi piaccia o meno, infatti, lo sport è orientato sempre più verso l’oggettivizzazione, verso un approccio asetticamente scientifico a discapito del romanticismo. E gran parte dei meriti di questa evoluzione vanno attribuiti a Bill James, padre della sabermetrica.

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  1. Riccardo Schiroli

    novembre 8, 2016 at 11:55 am

    Bisogna però considerare che Billy Beane con Oakland non ha mai vinto e che i Red Sox hanno un monte stipendi che è il terzo di tutte le Major League americane: oltre 180 milioni di dollari

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Andrej Kuznecov, ricordo di una stella cadente

Francesco Cavallini

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Avrebbe compiuto oggi 52 anni Andrej Kuznecov, una stella della pallavolo sovietica che giocò anche in Italia. E come le fiamme più luminose è bruciata troppo in fretta. Vi raccontiamo la sua storia.

È una notte come tante sull’autostrada A14. E come tante altre volte, il silenzio è rotto dal rumore di uno schianto. Arrivano i soccorsi, dai rottami di una Fiat Tempra vengono estratti una donna e due bambini. Ma per il guidatore è troppo tardi; in un attimo, la pallavolo mondiale perde un simbolo. Tra il 30 e il 31 dicembre 1994 muore, ad appena ventotto anni, Andrej Kuznecov. Si spegne la Stella Rossa. Nasce cittadino sovietico nel 1966. nel piccolo villaggio di Uzyn, base dell’aeronautica nel cuore dell’Ucraina, Dopo qualche anno, papà Ivan decide di trasferirsi con tutta la famiglia a Poltava. Proprio da quelle parti, qualche secolo prima, lo zar Pietro il Grande aveva sconfitto i Karoliner svedesi. È per questo che in russo la frase “essere come uno svedese a Poltava” significa ritrovarsi completamente indifesi. Ma Andrej indifeso non è, lo si capisce sin dall’infanzia. Cresce a vista d’occhio e a dismisura, fino ad arrivare a guardare tutta la famiglia dall’alto del suo metro e novantacinque. E se il primo amore, la fisarmonica, non si scorda mai, è il secondo, la pallavolo, quello che dura in eterno. Il ragazzo ci sa fare e a sedici anni entra nel mondo dei professionisti. Vola a Odincovo, a neanche venti chilometri da Mosca, per indossare la maglia dell’Iskra. Ma tra il verde e le dacie è solo di passaggio, il suo talento è troppo cristallino. Tempo due anni e arriva la chiamata con la C maiuscola. Il figlio del maggiore in pensione entra a far parte del glorioso club sportivo dell’esercito, della squadra più titolata d’Europa, dell’armata invincibile in maglia rossa e blu. Andrej Kuznecov è un giocatore del CSKA Mosca. Brillare in un sestetto fatto di stelle non è cosa semplice, ma il numero 2 è un predestinato. Sei campionati sovietici, cinque Coppe dei Campioni, due ori europei. Basterebbe il palmares a descrivere la grandezza dell’atleta. Un pallavolista completo, uno schiacciatore che riceve meglio di un libero, in un’epoca in cui il libero ancora non esiste. Un vero uomo squadra, che negli anni accumula esperienza internazionale da vendere e che è capace di trascinare i compagni con il proprio esempio.

Incurante dei rischi e del dolore, per tutta la sua carriera Kuznecov non indosserà mai le ginocchiere, restando fedele alle fasciature e a una pallavolo che sta via via scomparendo, sotto i colpi di modifiche regolamentari sempre più invasive. Assieme al vecchio volley, scompare, non senza colpi di coda, anche l’Unione Sovietica. All’Europeo 1991 in Germania arriva una squadra scossa dal tentato golpe di agosto, lacerata come l’URSS dai nazionalismi interni. Eppure il gioco non ne risente, il girone A viene dominato dal primo all’ultimo match; solo la Svezia, memore di Poltava, riesce ad opporsi e a strappare un set all’Armata Rossa. La semifinale contro i Paesi Bassi è una passeggiata. La sfida vera si gioca il 15 settembre a Berlino. Di fronte ai sovietici si para un ostacolo non da poco, dall’altra parte della rete c’è l’Italia campione in carica. In campo c’è la Generazione di Fenomeni, Zorzi e Bernardi, Lucchetta e Gardini. In panchina siede Julio Velasco, il mago di La Plata. Ma l’URSS non è da meno. Le maglie, eccezionalmente blu, hanno nomi importanti. Ci sono Shatunov, Sapega, Fomin. E c’è Kuznecov. Tanto Kuznecov. In attacco, in difesa, persino da alzatore improvvisato. Nel primo set l’Italia sembra prendere il largo, 10-7, tre punti che in regime di cambio palla sono un’eternità. Eppure il numero 2 sembra tarantolato, si getta su ogni schiacciata, recupera palloni ormai persi, regalando ai compagni contrattacchi insperati e fondamentali. Se i ragazzi di Velasco perdono il set subendo un parziale di 8-1, molto del merito è di Andrej, che come premio riceve un colpo sul viso da un compagno durante un maldestro tentativo di salvataggio sincronizzato.

Ma l’adrenalina ha la meglio sul dolore. C’è una finale da vincere. Il secondo set passa alla storia come “la battaglia di Berlino”. È una lotta senza quartiere, colpo su colpo, una successione infinita di cambi palla intervallati da qualche sporadico punto. Diventa quasi una partita a scacchi, in cui ogni contrattacco rischia di far pendere la partita dall’una o dall’altra parte. Paolino Tofoli alza, cerca Cantagalli, Zorzi, Lucchetta. E tutti trovano Kuznecov. Sempre. A muro, in ricezione, lanciato verso la linea di fondo. Sembra di rivedere un match tra McEnroe e Borg, con il ragazzo di Uzyn nei panni del campione svedese. Gli azzurri, che quel giorno sono bianchi, tirano qualsiasi cosa al di là della rete. Ma non basta. 17-15. Il tricolore viene mestamente ammainato. Il terzo set è una pura formalità. La coppa torna a Mosca per la dodicesima volta. Chi a Mosca non ci torna è Andrej. La situazione in patria è troppo incerta. Molti dei freschi campioni d’Europa preferiscono approfittare dell’apertura delle frontiere e cercano ingaggi in Occidente. Il nostro paese è la terra promessa, la Serie A1 è il campionato più bello e più competitivo del mondo. Sapega si accasa a Padova e anche Kuznecov sceglie l’Italia. Ci sarebbe Ravenna, dove con Kiraly e Timmons metterebbe su un vero e proprio Dream Team. Ci sarebbe Treviso, dove con Lollo Bernardi formerebbe una coppia leggendaria. A Milano ci sarebbero i milioni della Fininvest. E invece Kuznecov sceglie Roma. La Lazio Volley milita in serie A2, ma è una società ambiziosa e per iniziare la sua scalata ingaggia lo schiacciatore sovietico.

Quelle nella capitale sono due stagioni intense, costellate dalla gioia della promozione e dall’amarezza della retrocessione. In A1 arriva anche l’ex compagno di squadra Olikhver, ma il duo venuto dal freddo non riesce a evitare ai capitolini il ritorno nella serie inferiore. Il divorzio con la Lazio, che nel frattempo non si iscrive neanche alla serie A2, è traumatico, con tanto di causa miliardaria. A quel punto Andrej si mette di nuovo in gioco, accettando l’offerta di Gioia del Colle, altra società cadetta. E anche in questo caso, il valore di Kuznecov trascina una formazione fino a quel punto sconosciuta nel paradiso della pallavolo. A Gioia Andrej diventa uno di casa, l’idolo di grandi e piccini. Lui, sommerso da questo affetto, ricambia e si lascia felicemente “adottare” dalla cittadina pugliese, al punto che anche quando si trasferisce a Ferrara per guidare la Les Copains verso la Serie A1, torna spesso e volentieri verso quella che ormai considera casa sua. E sta tornando verso casa anche quella notte, quando la sua auto si schianta sul guardrail, lasciando illesi Lioudmila, Eugenia e Andrea, ma portandosi via la luminosa stella di Andrej.

Se ne va un pallavolista sublime, un universale, capace di rivestire qualsiasi ruolo senza perdere in efficacia. Eppure la perdita maggiore è quella dal lato umano. Un Campione con la C maiuscola, di volley ma anche di umiltà. Le medaglie, i trofei, la fascia di capitano della Russia non contano, Andrej è il primo ad arrivare agli allenamenti e l’ultimo ad andarsene, fedele ad un’etica del lavoro che gli è stata insegnata negli anni dell’adolescenza e che non lo abbandonerà mai. Quel che resta negli occhi di tutti è l’eccezionale coraggio dell’uomo e dell’atleta, capace di lanciarsi in salvataggi impossibili senza la paura che solitamente limita l’essere umano. E resta la piccola e forse insignificante storia di un giovane raccattapalle, che durante una partita, davanti all’ennesimo tuffo di Andrej, sgrana gli occhi e guarda preoccupato quelle ginocchia. Graffiate, rosse, indifese, proprio come uno svedese a Poltava. Kuznecov incrocia il suo sguardo e capisce. Si indica il capo, poi le ginocchia. “Dolore è qui, non qui”. Sorride. “Se qui non fa male, lì non fa male”. Quel che Andrej non può spiegargli è che quel discorso può valere per le ginocchia, per un braccio o per la schiena. Non quando il dolore ti stringe forte il cuore. Perché quel giovane raccattapalle è qui a raccontarvelo. E vi assicura che, in casi come questo, quel che dice la testa conta molto poco. Anche dopo ventidue anni, il cuore fa ancora male. Tanto tanto male.

 

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“Indro al Giro”: Cronache sportive dell’Italia strapaesana

Andrea Muratore

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Avrebbe compiuto oggi 109 anni Indro Montanelli, uno ddei giornalisti più stimanti della Storia italiana. tra i suoi lavori più apprezzati non possiamo dimenticare il racconto del Giro d’Italia, narrato in maniera unica e specchio autentico del Belpaese di quegli anni.

Più che una collezione di articoli d’annata, un’antologia di racconti, una raccolta di istantanee dal passato che ci consentono di gettare uno sguardo sull’Italia rinascente attraverso la narrazione del suo più caratteristico evento sportivo. È difficile definire con precisione “Indro al Giro”, libro curato dal giornalista de “La Gazzetta dello Sport” Andrea Schianchi che raccoglie al suo interno le corrispondenze redatte da Indro Montanelli nel corso della sua esperienza da inviato del “Corriere della Sera” alle edizioni 1947 e 1948 del Giro d’Italia. Il libro getta un ponte sul passato, consente di leggere attraverso le parole del grande giornalista di Fucecchio le emozioni, i sentimenti e le aspettative di un’Italia che viveva i difficili anni della ricostruzione, materiale e morale, dopo i lutti del secondo conflitto mondiale e riconosceva nel Giro uno straordinario fattore di unità nazionale.

In tal modo lo interpretò anche lo stesso Montanelli che, relegato alla cronaca sportiva e tenuto in quegli anni distante dall’attualità politica a causa dell’antica adesione al fascismo, ebbe modo di offrire attraverso le sue corrispondenze la sua opinione non solo sull’andamento della corsa ma anche, e soprattutto, sulla realtà a lui contemporanea. Come sottolinea lo stesso Schianchi nella sua introduzione: “Montanelli non si ferma alla superficie, approfitta del Giro per raccontare l’Italia […] non nascondendosi dietro la facile retorica e sempre esprimendo giudizi che, il più delle volte, e nel perfetto spirito del personaggio, sono controcorrente”. Risulta ordinario per i lettori del libro imbattersi in numerosi paragoni tra gli eventi e i protagonisti della “Corsa Rosa” e i personaggi e gli accadimenti della storia italiana ed internazionale del tempo, in digressioni personali di Montanelli riferibili a esperienze della sua esistenza ed in ritratti a tutto tondo dei corridori, analizzati sul piano umano ancor prima che su quello atletico.

Indirettamente, Montanelli trova sempre il modo di esprimere il proprio parere sulle grandi questioni che appassionavano la vita pubblica del paese, esprimendo ad esempio il proprio apprezzamento per Saragat definendo il Giro una “festa socialdemocratica”, ovvero una “perenne domenica”, o sottolineando la grande considerazione nei confronti del leader democristiano Alcide De Gasperi attraverso il paragone con Gino Bartali, l’atleta da lui maggiormente ammirato, come si evince dai diversi apprezzamenti rivoltigli in diversi degli articoli raccolti nel libro.

Leggendo “Indro al Giro” si può gettare uno sguardo diretto sul volto strapaesano dell’Italia, componente essenziale e troppo spesso disconosciuta della realtà nazionale, che nelle edizioni 1947-1948 del Giro ebbe modo di palesarsi non solo nei paesi trepidanti per l’arrivo dei corridori ma anche tra i suoi protagonisti stessi. Accanto a personaggi degni di un capolavoro neorealista come il caporalmaggiore dei bersaglieri Carlo Regina, assiduo pedalatore che seguì l’intero dispiegarsi della carovana rosa nel Giro 1948, o il giovane che Montanelli descrive nell’atto di salutare il passaggio della corsa sul Passo della Porretta levando al cielo un gigantesco pollo allo spiedo, trovano il loro spazio nell’antologia strapaesana anche uomini come il “gregario anarchico” Menon, preso particolarmente in simpatia da Montanelli, o il battagliero triestino Cottur, alfiere della città-simbolo per eccellenza delle divisioni del dopoguerra italiano.

Da Trento a Napoli, il viaggio di Montanelli al seguito della “Corsa Rosa” offrì dunque gli spunti necessari al futuro fondatore del “Giornale Nuovo” per conoscere e comprendere appieno la realtà italiana a lui contemporanea, e rappresentò una palestra formativa di assoluta eccellenza per la crescita di colui che è universalmente riconosciuto come il più grande giornalista italiano del Novecento. “Indro al Giro” consente di conoscere questo periodo per lui cruciale e di pedalare simbolicamente nel passato d’Italia, viaggiando nell’Italia di Coppi e di Bartali attraverso le cronache di un narratore senza eguali, le cui corrispondenze raccolte hanno dato vita a uno dei libri più originali del 2016, imperdibile per tutti coloro che sono appassionati al genere della letteratura sportiva.

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Studio o Scommetto? L’Italia preferisce il Gioco d’Azzardo all’Istruzione

Emanuele Sabatino

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Una crescita esponenziale e senza controllo dettata da diversi fattori due su tutti l’invasiva e onnipresente pubblicità e le condizioni economiche sempre più difficili delle famiglie italiane. Nel 1998, 20 anni fa, gli italiani spendevano al cambio lira-euro 12,5 miliardi nel gioco d’azzardo. Nel 2007 si passò a 27 mld e nel 2017 a 101.85 miliardi secondo i dati ufficiali riportati dall’inchiesta del Corriere della Sera di qualche giorno fa. 

In 10 anni la spesa pro capite annua è più che raddoppiata: da 721 euro a 1697 per una spesa mensile media di 141€, una rata di una macchina praticamente. Al nord si scommette un po’ di meno mentre al centro-sud si va ben oltre la media. La città che spende di più è però Prato con una spesa a testa di 3796 euro all’anno.

La disinformazione e il problema distribuzione

Chi crea i giochi a premi si difende dietro al fatto che il 75% dei soldi spesi torna indietro ma le falle di questa affermazione sono due: tornano indietro ma mal distribuiti perché tutti giocano ma solo uno o pochi fa jackpot milionari. E oltre alla matematica e statistica di vincita sconosciuta ai più, c’è anche il fattore psicologico. Se compro un gratta e vinci da cinque euro e vinco cinque euro, invece di ritenermi fortunato perché la statistica a me avversa non mi ha fatto perdere, compro un altro gratta e vinci e stavolta i cinque euro vanno perduti.

Meno risparmio e priorità sbagliate

Italiani popolo di risparmiatori, sì,  ma meno rispetto al passato. In un anno si è passati dal 8.5% del 2016 al 7.8% di oggi. Gli italiani al giorno d’oggi spendono 100 euro per la formazione e 300 per l’azzardo. Tre volte i soldi investiti in fortuna rispetto a quelli per la costruzione del futuro. L’esatto contrario rispetto alla Germania.

Almeno il 25% del gioco in mano alle mafie

Dei 101,85 miliardi spesi in azzardo solo il 75% sono attraverso “giochi legali”, il restante 25% è in mano a bookmakers esteri che non hanno licenza AAMS in Italia e alla criminalità. Tra l’altro bisognerebbe anche riflettere sul fatto che aprire così tanto il gioco d’azzardo non abbia affatto respinto il gioco illegale anzi paradossalmente è stata l’offerta di azzardo a incrementare la domanda. Non il contrario.

La proposta grillina dai due volti

Il Movimento Cinque Stelle più volte ha promesso di ridurre se non abolire il gioco d’azzardo in Italia. Una proposta lecita ma che ha bisogno di tanto tempo e si scontrerà contro la resistenza della popolazione ormai assuefatta e con quelle lobby del gioco così potenti e così integrate nei palazzi del potere. Intanto si potrebbe limitarne la possibilità di mandare in onda pubblicità a tutte le ore, così come fecero anni fa con le sigarette a cui è stato vietato di fare pubblicità e sponsorizzare squadre sportive. Dall’altra parte però il leader del M5S Luigi di Maio ha più volte asserito che per il famigerato reddito di cittadinanza prenderà le coperture finanziarie da una maggiore tassazione di questo settore.

 

 

 

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