Dalla stagione 2017-18 l’AS Roma indosserà i colori di Roma. Facile no?

In realtà no. Per molti anni non lo è stato, perché per un motivo o per l’altro è stata sempre ignorata la richiesta della tifoseria di recuperare e rispettare la tradizione romanista. Vuoi per il rosso troppo chiaro, vuoi per il giallo che diveniva arancione per fare pendant con lo sponsor Wind, vuoi per goffi tentativi di inserire altri colori (ricordate la striscia arancio-nera sulla maglia 2014-15?), raramente l’AS Roma ha rispettato la volontà dei suoi fondatori: quella indossare i colori della città di Roma, oltre che portarne il nome e il simbolo.

L’AS Roma ha comunicato ieri che interverrà sulla sua brand identity in due fasi: la prima si svilupperà in questi giorni, mediante “la ristrutturazione di alcune aree del Centro Sportivo Fulvio Bernardini, l’inaugurazione del nuovo AS Roma Store in Via del Corso e l’aggiornamento del pacchetto grafico di Roma TV”.

La seconda fase, invece, prevede che “nel periodo del 90° anniversario della fondazione della Società tutti i marchi e i prodotti fisici e digitali legati all’identità visiva dell’AS Roma si uniformeranno ai colori pantone correntemente adottati da Roma Capitale: il Giallo Roma (130C) e il Rosso Roma (202C) sostituiranno le tonalità attualmente previste dalla brand identity della Società riportandola in linea con quanto previsto dallo statuto del Club”.

colori comune roma

È interessante innanzitutto notare l’implicita ammissione dell’errore: “riportandola in linea con quanto previsto dallo statuto del Club” significa di fatto riconoscere di non aver rispettato detto statuto per cinque anni. Certo, non siamo ai livelli dell’Everton, che in seguito alle proteste contro il nuovo stemma tornò sui suoi passi con un bellissimo “We are sorry, annunciando l’inizio di una progettazione partecipata che sarebbe terminata con una votazione online fra tre possibili scelte. Tuttavia, in un ambito dove vige la spavalderia mediatica (non solo pallottiana), ogni tanto qualcuno capisce che ammettere l’errore spesso porta molto più consenso che evitare l’errore stesso.

Dirà qualcuno: ma finché restiamo nell’ambito del giallo e del rosso, cosa ti importa se la Roma varia ogni tanto le tonalità? Obiezione del tutto lecita, soprattutto in anni in cui la Nike non ha “fatto scherzi” con i colori romanisti.

Direi che questa è una cosiddetta questione di principio. Ma, sia ben chiaro, non intendo una battaglia “contro i mulini a vento”, impossibile e fine a se stessa. Intendo piuttosto una causa che si basa su dei princìpi presupposti, difficilmente sindacabili: un assioma, un ideale, un sogno. In questo caso, il principio è legato strettamente al complicato concetto di identità, che coinvolge una città millenaria, un club di calcio e gli abitanti/tifosi. E il sogno di veder rappresentata la capitale d’Italia su un campo di calcio.

È evidente che Pallotta non potrebbe mai cambiare i colori della Roma in maniera radicale: la tifoseria è molto legata alle questioni identitarie e già un intervento sullo stemma (sostituzione dello storico acronimo “ASR” con la scritta “Roma 1927” per questioni di riconoscibilità internazionale) ha generato proteste ancor più rumorose. Tuttavia, le proteste non hanno impedito ai tifosi di considerare ancora quella società come la Roma: c’è infatti identità tra la Roma attuale e quella del 1927.

Tuttavia, ci sono stati casi in cui l’intervento sugli elementi fondamentali di una squadra ha fratturato l’identità del club. Quando nel 2005 la Red Bull comprò l’Austria Salisburgo, cambiandone i colori da violetto in bianco-rosso, piazzando due tori nello stemma e inserendo la dicitura “Red Bull” nel nome (poi vietata nelle competizioni UEFA), i tifosi rifondarono il loro club di sempre, che continuano a tifare in seconda serie austriaca. La tifoseria non si riconosceva più in quel club, nonostante a livello legale e societario fosse esattamente quello che tifavano prima! Cosa è successo?

Probabilmente, nel mondo del calcio l’identità non è connessa prettamente a questioni legali, burocratiche e commerciali. Se una persona che conosciamo cambiasse del tutto connotati, filosofia di vita e città di residenza, la chiameremmo ancora col suo nome. Se cambiasse anche nome, la considereremmo comunque una trasformazione di quella persona che era: diversa, sì, ma in continuità col suo stato originale. Nel calcio non è così. Chiedetelo ai tifosi del Cardiff City che si videro cambiare dal proprietario malese i colori da blu a rosso e il simbolo da rondine a dragone per avere maggior appeal commerciale in oriente. Dov’è, allora, la linea di confine tra restyling e frattura identitaria?

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Questa linea di confine non esiste. Non può esistere un decalogo di cosa si può e non si può cambiare di un club di calcio, perché l’istituzione garante dell’identità nel calcio non è codificata e non ha leggi: è tutta la tifoseria e segue una particolare psicologia collettiva.

L’identità di una squadra di calcio è infatti legata strettamente alla percezione che ne ha la tifoseria. È il motivo per cui squadre fallite e poi rifondate con ragioni sociali differenti sono state comunque riconosciute come “la squadra di sempre”. Cambia la società, ma non la squadra, e a decidere sono sempre e solo i tifosi.

Torniamo alla questione di principio: perché un atto così conservatore come la scelta di una gradazione esatta dei colori fa bene al calcio?

Nel calcio di oggi i tifosi hanno poche certezze. Ci si innamora di un nuovo calciatore per due-tre anni, lo si porta in trionfo, e poi si viene abbandonati. Si acclama un nuovo proprietario come il salvatore della patria, finché non decide di vendere o è costretto a farlo, mettendo il club nelle mani del miglior offerente. Tutto è rapido, volubile e precario: si sale facilmente e si cade ancor più velocemente; l’imperativo è vincere ora e subito, senza dar vita a progetti pluriennali; si ignorano i settori giovanili, preferendo comprare i migliori talenti da paesi meno sviluppati; si vive di plusvalenze, che sono voci di bilancio legate non ad attività costanti ma alla scommessa sulla carriera di un calciatore; o peggio ancora, si vive di diritti-tv, legando il destino della propria squadra al prezzo che un’altra impresa è disposta a pagare per mandare in onda le proprie partite.

Quale appiglio resta ai tifosi? Forse a Roma il problema si sente poco, perché si è abituati bene: con Totti pronto alla sua venticinquesima stagione senza mai cambiare, De Rossi che ha da poco compiuto il trentatreesimo compleanno con indosso la maglia che portava da bambino e Florenzi che con la sua sorprendente versatilità si candida per una carriera tutta in giallorosso.

Ma la norma, purtroppo, non è questa: l’identità delle squadre di calcio non è quasi mai data da chi indossa la maglia. Chi cade nel romantico tranello, spesso rimane deluso da un Higuaín qualsiasi. E se calciatori, presidenti, dirigenti, sponsor cambiano con questa frenesia, cosa resta ai tifosi?

Semplice. Rimangono (quelli che dovrebbero essere) quattro elementi assiomatici: nome, colori, simbolo, maglia. E se i primi due elementi devono necessariamente essere fissati e mai più toccati, gli altri due possono risentire dello stile grafico e della moda sportiva del tempo, perciò è molto difficile mettervi mano innovando e al contempo rispettando la tradizione.

La dirigenza dell’AS Roma ha fissato (speriamo definitivamente) i colori dell’AS Roma e le va riconosciuto il merito: chi in futuro proverà a cambiarli anche di poco non passerà inosservato. Aspettiamo dunque di vedere se e come verrà affrontata la questione dello stemma: la dirigenza avrà anche in questo caso il coraggio di fare marcia indietro, ritirando il logo imposto senza alcuna consultazione, magari aprendo un percorso di restyling partecipato?

FOTO: dal Manuale d’identità visiva di Roma Capitale

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