Nel mondo dell’hockey su ghiaccio è un uomo d’esperienza, sul web è stato anche uomo ovunque, ma è soprattutto uomo-squadra in mezzo al ghiaccio, in un insieme di abilità tecniche, rapidità e carattere. Nicola Fontanive, hockeista agordino, a Milano è stato soprannominato «il Duca di Alleghe», vivendo coi meneghini due stagioni da protagonista, prima del passaggio nella scorsa estate a Cortina, l’eterna rivale della sua Alleghe. A trent’anni, la sua esperienza contiene un patrimonio conoscitivo utile per analizzare il delicato momento che sta attraversando l’hockey italiano; il trasferimento agli ampezzani ne è – a suo modo – un esempio: il Milano ha dovuto ridimensionarsi in Serie B, lega prevalentemente amatoriale in cui l’Alleghe era già sceso due anni prima, e per continuare a livello professionistico, il Cortina non è stato uno dispetto al luogo di origine, ma la soluzione migliore in un hockey italiano in difficoltà.

Vorrei analizzare con te quello che è forse l’anno zero dell’hockey italiano, fra palazzetti che si svuotano, squadre in difficoltà economiche e livello di gioco in calo.

«Penso che, di base, ci sia un po’ la situazione italiana, anche guardando al calcio, non c’è nessuna squadra a competere in Europa, soffre il calcio e a cascata soffrono anche gli sport minori, in più l’hockey ha la sfortuna di essere giocato in pochi posti. Se sia l’anno zero non lo so, ma sicuramente è stata una stagione disastrosa per il pubblico, con il livello di gioco dell’anno scorso, ma il fatto che ci fossero meno squadre forse ha reso tutto più monotono».

Quale futuro intravedi per il campionato italiano?

«Credo che pochissime squadre abbiano certezze per il futuro, non so esattamente quale sia la soluzione, so che stanno discutendo di fare un campionato con Austria e Slovenia, e credo che ora sia l’unica soluzione percorribile perché c’è di mezzo la EBEL (lega privata austriaca, dove gioca il Bolzano, ndr), un campionato competitivo, organizzato, solido, che potrebbe dare garanzie su diversi aspetti».

 Concordi con me che le Serie A e B di quest’anno non vanno bene per il futuro?

«Quest’anno chiaramente si è fatto di necessità virtù, ma la soluzione è appunto unirsi con Austria e Slovenia che hanno bacini piccoli e quindi attingono a squadre confinanti. Inoltre la Serie B è quasi amatoriale, non è il luogo adatto per far crescere i giovani».

 Ad una giovane nuova leva, da trentenne d’esperienza, che consigli daresti?

«E’ brutto da dire, ma di andare all’estero, perché i campionati giovanili sono sempre meno competitivi e con sempre meno squadre, quando io ero giovane le società avevano tutte le categorie, dalla under 8 alla under 20, oggi ci riescono giusto in due o tre».

Va bene la migrazione, che sia dei giovani o delle intere squadre, ma dovrà pur esserci una Serie A…

«Secondo me la soluzione ideale per tutto sarebbe riuscire a portare oltre a Bolzano altre due squadre in EBEL, un campionato che dà molti vantaggi ai giovani con il suo sistema di punti. In Italia bisognerebbe cambiare i vincoli sugli italiani, permettendo ad un giovane di andare dove vuole se è talentuoso, per farlo giocare da professionista, senza dover cercare per forza oriundi o stranieri; è ovvio che quando si è passati da nove a quattro stranieri il livello è calato, ma adesso anche con quattro stranieri le squadre fanno fatica e sono corte, c’è poca mobilità di giocatori italiani».

Un anno e mezzo fa hai lasciato il Blue Team per fare spazio ai giovani, quali prospettive vedi per la nazionale di Stefan Mair?

«E’ stato fatto quello che andava fatto, lui è un ottimo allenatore, condivido l’idea di ripartire dai giovani italiani sacrificando qualche oriundo, anche se questo può comportare di non fare i Mondiali di Top Division».

In un articolo il tuo ex compagno di squadra Adam Estoclet ha raccontato della sindrome post-trauma cranico che lo ha allontanato dal ghiaccio. Qual è la tua opinione su un tema così delicato?

«Mi è spiaciuto molto per lui, ho sentito che era tornato a casa (giocava in Svezia, ndr) perché stava davvero male. Le cariche alla testa sono pericolose, gli effetti a lungo termine di un trauma cranico possono essere gravi e difficili da prevedere, si può rischiare dalla forte depressione all’Alzheimer. Eric Lindros, un giocatore di due metri per 110 kg, ha dovuto lasciare per un trauma simile; può succedere con tante cariche come solo con una».

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FOTO: Fabio Oriani

Da pochi giorni il Duca è tornato a Milano, infilandosi però i pattini di hockey inline, già indossati l’anno scorso dopo la (grande) stagione sul ghiaccio con l’Hockey Milano Rossoblu, squadra con cui scorre un amore reciproco tra tifosi e giocatore.

Ora sei a Milano per i playoff di hockey inline con il Quanta, dopo una stagione difficile a Cortina…

«Sono andate storte molte cose, lo straniero su cui si era puntato, che non rendeva ed è stato tagliato, poi io mi sono infortunato e sono tornato a fine stagione, giocando neanche vicino a quello che posso fare, in più tanti altri infortuni hanno condizionato la stagione. Ora sono di nuovo a Milano per l’hockey inline, il Quanta è un’ottima società, faccio anche l’istruttore nella palestra al Quanta Village e sto studiando scienze motorie».

Chi vince la Serie A?

«Il Renon mi sembra la squadra più attrezzata, ma nel Vipiteno (la sfidante in semifinale, ndr) gioca lo straniero più forte: Jason Walters».

FOTO in Copertina: Claudio Devizzi Grassi

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