Connettiti con noi

Top & Flop

Hockey su Ghiaccio: fuga di talenti dall’Italia. Intervista a Michael Zanatta

Alessandro Gazzera

Published

on

Nella schiera dei tanti sportivi che hanno lasciato il Bel Paese per migliorare e crescere c’è anche una intera generazione di giocatori di hockey su ghiaccio passata quasi sotto silenzio. In paesi come Svizzera, Finlandia, Germania e USA si sono ormai abituati a vedere tanti ragazzi italiani tentare la sorte nei campionati giovanili e emergere nelle leghe più importanti. Il primo di loro che andiamo a conoscere è il difensore ex Cortina Michael Zanatta.

Nato a Toronto, da famiglia italiana, milita nella serie B svizzera, la LNB,  e più precisamente tra le fila dell’Ajoie.
Difensore di talento, si è ritagliato un ampio spazio nel suo club e nella Nazionale Italiana che prova a ripartire dopo anni di delusioni e speranze mancate. La sfida di partire e di diventare professionista lui l’ha già vinta e potrebbe anche mancare poco per arrivare nella prestigiosa LNA. Una sfida difficile, ma che si può davvero vincere.

Parliamo di Michael Zanatta, racconta com’è nata la possibilità di giocare nella serie B Svizzera.

E’ nata perchè sia io che mio fratello abbiamo cominciato a giocare lì quando mio padre si trasferì per lavoro… Avevo 10 anni circa e quello fu di fatto l’inizio. Sia io che mio fratello, dopo la lunga militanza, lì abbiamo ottenuto la licenza svizzera che ci permette di giocare come svizzeri.
A livello personale avevo già giocato qui tra i professionisti. Poi però non ho trovato spazio ed ero giovane e quindi ho scelto di tornare in Italia. Dopo 4 anni, il livello era quello che era, economicamente non ti viene offerto tanto e quindi ho deciso di tornare qui.

Quanto è difficile partire e ritrovarsi in una realtà diversa dalla propria?

Di sicuro bisogna essere capaci di adattarsi. Quasi mai si abbina dove vorresti essere tu e dove vai. Certamente ci sono sacrifici come lasciare la famiglia, abitare da solo e nel mio caso vivere in una zona dove si parla francese. A livello fisico, invece, qui ci si allena tutti i giorni e si hanno anche 3 partite a settimana. Non è facile ma, purtroppo, per un giocatore italiano è l’unica soluzione per migliorare e ambire a qualcosa di più.

Tu giochi, come abbiamo detto, nel Red Ice. Come sta andando questa stagione e quali sono i vostri obiettivi?

Il campionato era iniziato bene, ma c’è stato un calo a Novembre e abbiamo perso un po’ di partite di seguito. Giocando anche tre partite in settimana, la classifica è ovviamente cambiata e non in meglio. C’è stato poi il cambio di allenatore prima di Natale perché la situazione non era buona e c’era bisogno di una scossa. Noi arriviamo dal secondo posto dello scorso anno e l’obiettivo iniziale era di fare meglio o uguale. Ora vogliamo finire tra le prime sei e giocarcela ai playoff. Quest anno tutti possono battere tutti, ma noi vogliamo ci siamo e vogliamo vedere dove arriviamo.

Si è parlato molto di tuo fratello Luca e delle voci che lo vogliono in LNA la prossima stagione. Ma quando tocca invece a Michael?

Bella domanda. Io un paio di presenze le ho fatte da giovane, ma non ne ho approfittato. Io ci credo e lavoro per poterci arrivare, ma qui ci sono tanti bravi giovani che escono dai vivai ogni anno. Non è facile fare il salto dalla B alla A quando ti affacci ai 27 anni, per via del ricambio generazionale che c’è in ogni annata. Io non ne faccio un dramma, qui sono contento e mi trovo probabilmente in quella che è la migliore serie B al mondo dopo quella svedese e poi  chissà..Vediamo cosa arriva!

Parlando di Nazionale: c’è un torneo pre-Olimpico e un Mondiale da preparare e tu, sicuramente, vorrai esserci. 

Certo! Se c’è una esperienza che mi ha veramente cambiato è il Mondiale dello scorso anno. Son rimasto stupito da quanto sia bello e interessante vestire la maglia azzurra. Spero di esserci al Mondiale. Per il pre-Olimpico, dubito che la nostra squadra ci lasci andare perché cade la settimana prima dei playoff e il nostro campionato non fa pause. Sono sicuro però che la nostra Nazionale abbia i mezzi per andare avanti. Per quanto riguarda me il discorso è semplice: al Mondiale voglio esserci.

La Nazionale ha cominciato un progetto per riportare i giovani al centro dell’hockey italiano. Secondo te è la strada giusta?

Io sono pienamente d’accordo con il progetto iniziato lo scorso anno. Non ci dobbiamo inventare niente, ma guardare le altre nazioni come hanno lavorato. In Italia si paga caro il fatto di non aver programmato e di aver voluto il risultato senza nulla dietro. Io non ho nulla contro gli italoamericani, come me, tra l’altro, visto che mio padre lo era e io sono nato in Canada, ma un italiano di 22 anni che può farti dieci anni di Nazionale deve venir prima di un italoamericano che arriva in Italia a 30 anni passati e alla fine per mille motivi disputa un solo Mondiale.
Bisogna dare tempo a queste idee, non abbiamo mai avuto pazienza ed ora bisogna averla!

Ultima domanda: convinci i lettori di “Io gioco Pulito” a venire a vedere una partita di Hockey su ghiaccio

Li devo convincere io? (ride) E’ uno sport unico nel suo genere… Dinamico e duro, ma anche leale… Vi divertirete e vale la pena vederlo e di interessarsi. Provateci una volta!

FOTO: Michael Zanatta

social banner

Comments

comments

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

Published

on

Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

Comments

comments

Continua a leggere

Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

Published

on

Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

Comments

comments

Continua a leggere

Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

Published

on

Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

Comments

comments

Continua a leggere

Trending