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Hockey ghiaccio: tempo di finale, e Milano sogna il doppio colpo

Lorenzo De Vidovich

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A Milano si può guardare ancora più in grande. Non più di un mese fa l’Hockey Milano Rossoblu sollevava allo stadio Pranives (Val Gardena) la Coppa Italia, conquistata contro il Fiemme. Oggi, si prepara a quella che a suo modo è una finale scudetto, dove si gioca per la gloria, come aveva apostrofato un titolo della Gazzetta dello Sport. Ma la gloria è tutto, replicò un tifoso milanese. E ieri sera, quel tutto è diventato un patrimonio per cui combattere. Il Milano supera il Merano al termine di un’agguerrita serie di semifinale dove non è mancato niente per gli appassionati di hockey: gioco, agonismo e la giusta aggressività da playoff, con tanto di risse (finite anche su Striscia la Notizia). Ma alla fine di cinque gare intense, ci si stringe la mano, e passa il turno la squadra che ha meritato di più, che tra poche ore sarà di nuovo sul ghiaccio: comincia la Finale del campionato di Serie B, e ad attendere l’Hockey Milano Rossoblu, c’è l’HC Appiano Pirates, di Appiano sulla Strada del Vino, comune sparso del basso Alto Adige di circa 15.000 abitanti, terra del Gewürztraminer e del Lagrein. L’Appiano è approdato in finale dopo tre gare, sconfiggendo i vincitori della stagione regolare: i vicini di casa del Caldaro (anch’esso sulla Strada del vino, la cui specialità è il rosso del Lago di Caldaro). Il Milano ha dovuto invece soffrire per cinque gare, e arriva quindi meno riposato alla sfida che può valere il double dopo la conquista della Coppa Italia.

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VERSO LA FINALEL’unico campionato che si disputa interamente in terra italiana. La Serie B di quest’anno era stata introdotta così, ed effettivamente è una definizione calzante, seppur di contrasto alla neonata Sky AlpsHL, in cui sono defluite le principali realtà italiane. Tuttavia, anche il campionato transalpino mastica italiano: le due finaliste sono i Rittner Buam del Renon (seconda realtà di testa dell’hockey italiano dopo il Bolzano), e l’Asiago. Hanno sconfitto in semifinale rispettivamente Cortina (rivelazione della stagione) e gli sloveni del Jesenice. Chi invece ha sposato interamente la causa italiana, ora si gioca la stagione nel trofeo di quella che si vorrebbe rinominare IHL (Italian Hockey League). Per i re-brading c’è un’estate intera di tempo, adesso è ancora il ghiaccio a parlare. Milano accede alla finale sconfiggendo in Gara 5 i bianconeri del Merano per 4-2, ma è stata sofferenza dall’inizio alla fine. In precedenza, due vittorie casalinghe di misura per 4-3, in Gara 1 e Gara 3 (questa terminata poi con una vera rissa). Alla MeranArena, impianto da fare invidia a tutte le società italiane, i Rossoblu avevano invece sofferto maggiormente. Il fattore ghiaccio è stato determinante: non solo la bolgia del PalAgorà di Milano, ieri riempito da 2.500 spettatori, ma anche l’effetto MeranArena ha giocato un ruolo importante nella serie. Ma il Milano aveva diritto ad una partita in più tra le mura amiche, in virtù del secondo posto ottenuto nella stagione regolare, e così la decisiva Gara 5 ha chiamato a rapporto l’intero popolo rossoblù, cresciuto esponenzialmente in queste serie di semifinale. 0-0 dopo i primi 20 minuti, poi i tirolesi sono passati in vantaggio, ma il Milano ha saputo ribaltare il punteggio, nella frazione centrale. Marcello Borghi, veterano milanese, ha siglato il sorpasso a pochi secondi dall’intervallo che anticipava il terzo periodo, in cui la battaglia è stata a viso aperto, seppur meno nervosa rispetto alle precedenti sfide all’Agorà. Domenico Perna, top scorer, ha siglato il 3-1 in situazione di power-play (uomo in più sul ghiaccio), ma il Merano ha saputo accorciare le distanze, tenendo sempre testa, con le unghie e con i denti. Il gol che ha chiuso la sfida? A porta vuota, e non è una stranezza: nell’ultimo minuto l’allenatore del Merano Max Ansoldi si gioca la carta dell’uomo di movimento in più, togliendo il proprio portiere, ma dopo l’ultimo assalto, Andrea Schina, tra i migliori difensori dell’intera Serie B, libera l’area e vola verso la porta avversaria sguarnita: empty-net goal a 2 secondi dalla fine, è il trionfo per una squadra che aveva grandi obiettivi durante questa stagione.

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FINALE – La sua sfidante è l’Appiano, che in casa del Milano non ha mai avuto vita facile durante questa stagione (due sconfitte, 4-0 in stagione regolare e 6-0 nell’andata della semifinale di Coppa Italia), ma si è sempre imposta nella sua Eishalle comunale (perentorio 8-3 in stagione regolare, durante le prime battute, quando il Milano mostrava ancora qualche incertezza, e striminzito quanto inutile 1-0 nel ritorno di Coppa Italia). La squadra è allenata da Robert Chizzali, esperto allenatore nella serie cadetta, dove ha più volte portato al trionfo l’Aurora Frogs, team del comune di Ora, altra vicina di casa dell’Appiano, ma dall’altra sponda del fiume Adige. I Pirati arrivano alla finale – come detto – più riposati del Milano, e hanno realizzato di poter raggiungere  la finale dopo aver vinto Gara 2 ai tempi supplementari, lì è stato lo spartiacque. Eppure l’avversario – il Caldaro – sulla carta era favorito, farcito di giocatori d’esperienza come Lorenz Daccordo ed Emanuel Scelfo, oltre ad essere l’unico team ad aver battuto il Milano in entrambi gli incontri di regular season. Ma in semifinale i Pirati hanno spiegato le vele navigando con successo verso la finale, trascinati da Jan Waldner, ritrovatissimo elemento in chiave playoff, Lorenz Röggl, hockeista con passione per la mountain bike, Tobias Ebner, ormai bandiera in casacca gialloblù, e capitan Davide Ceresa, tornato ad Appiano dopo una stagione al Renon, vissuta da campione d’Italia. Sarà pure il cosiddetto anno zero, ma la finale di Serie B smentisce chi parlava di dominio altoatesino. A contendersi il titolo di campione ci sarà anche una squadra lombarda, che si riscatta dopo l’autoretrocessione di due anni fa, seppur abbia già deciso di non avvalersi del diritto di andare in AlpsHL in caso di vittoria finale: «se vogliamo andare all’estero, dobbiamo puntare in alto (EBEL? Massimo campionato austriaco dove milita il Bolzano, ndr)». Inoltre anche in AlpsHL, la corazzata Renon sta affrontando i veneti dell’Asiago (vincendo Gara 1 col punteggio di 4-1): sarà pur stato un campionato internazionale di nuovo respiro, ma la finale non parla il dialetto altoatesino, bensì la lingua italiana, con la Slovenia capace di rendersi insidiosa sino all’ultimo match di semifinale.

Foto di Carola Fabrizia Semino ©

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Alex Dandi: “MMA? Lo Sport del Futuro”

Francesco Beltrami

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Il 30 giugno ha chiuso definitivamente il canale Fox Sport, che era visibile agli appassionati sulla piattaforma Sky. Oltre ad occuparsi dell’immancabile calcio internazionale, la Volpe Sportiva ha proposto per quattro anni anche molti sport differenti, spesso legati agli USA, e ha dedicato spazi importanti a quelli da combattimento, la boxe, parte integrante della tradizione italiana anche se ora in grande declino e soprattutto le MMA,  “lo sport del futuro” come lo definisce Alex Dandi, poliedrica voce di questa disciplina in questi anni in cui Fox Sport deteneva i diritti per l’Italia di UFC massima espressione della MMA al mondo. Abbiamo rivolto ad Alex qualche domanda sulla sua esperienza di telecronista e sul futuro suo e delle disciplina.

C’è rammarico per la chiusura di Fox Sport? Scelta non certo legata al tuo settore ma a un discorso molto più ampio che coinvolge soprattutto questioni di diritti sul calcio.

 Ovviamente da parte mia, così come tutti quelli che hanno lavorato per questo importante brand sportivo, c’è rammarico per come è finita. Senza entrare nei dettagli del perché sia finita posso solo dire che come semplice telecronista ho potuto solo prendere atto dello stato delle cose. Detto questo, per me sono stati quattro anni intesi ed appaganti. All’inizio ho commentato un po’ di boxe e kickboxing e poi sono ripartito con le telecronache di UFC, che già avevo commentato su Sky Sport nel biennio 2010-2012. È stato un bel viaggio, condiviso con tanti bravi colleghi e professionisti. È finito male ma non ho rimpianti, ho dato il massimo e ci sono state anche delle belle soddisfazioni in termini di ascolti, di interazione sociale e di rapporto con il pubblico.

Cosa ti rimane di questi 4 anni in cui sei diventato un punto di riferimento per tutti gli appassionati italiani di MMA?

Come ho detto ho iniziato nel 2010, quindi a giugno sono passati otto anni dalla mia prima telecronaca di MMA su una tv nazionale. È innegabile però che questi ultimi 4 anni siano stati speciali. Mi rimangono tante emozioni vissute nelle telecronache in diretta ed un esperienza professionale impagabile. Svolgo un tipo di telecronaca anomala, credo anche molto personale, emotiva ma non urlata o da tifoso. Cerco sempre di essere imparziale ed oggettivo, cerco di raccontare delle storie sportive ed umane, senza rinunciare ad un approccio strettamente tecnico. E questo approccio penso sia piaciuto ai telespettatori con cui spesso ho creato un bel filo diretto durante le telecronache, che è poi proseguito sui social e negli incontri dal vivo. Aver creato praticamente dal nulla una community piccola ma unita è ciò che mi rende più felice.

Quanto son state utili le tue telecronache per lo sviluppo delle MMA in Italia?

Questo lo dovrebbero dire altri, non me la sento di giudicarmi da solo. Io so di aver dato il massimo e vengo ripagato da tante persone che mi ringraziano per averli avvicinati a questo sport. È sicuramente una grande soddisfazione. Quando ho iniziato, nel 2010, mi sono dovuto letteralmente inventare un linguaggio tecnico in italiano che descrivesse questo sport adattandosi ai serrati tempi televisivi, per non usare troppi inglesismi o per non utilizzare il linguaggio delle palestre italiane che ritenevo poco televisivo ed a tratti anche fuorviante. Dopo otto anni penso di avercela fatta: oggi la terminologia che ho introdotto, e che ho modificato negli anni, è diventata in molti casi la norma per gli appassionati, merito della forza della tv, che ha ancora un grande potere comunicativo.

Oltre che giornalista sei agente di fighters, promoter, match maker, sei stato DJ, il futuro in che direzione va?

Sicuramente la carriera di dj è definitivamente archiviata fin dal 2012. Da allora è rimasta solo un hobby, ma essendo stato un dj professionista per circa 20 anni, molti mi chiamano ancora dj e la cosa non mi disturba. Sul futuro non v’è certezza diceva uno che la sapeva lunga ma nel presente direi che sono principalmente un agente per atleti professionisti con la mia agenzia Italian Top Fighters Management ed un promoter di eventi di MMA con la promotion Italian Fighting Championship. Entrambi i progetti, sebbene ancora in fase di startup, sono ambiziosi e stanno incominciando a darmi qualche soddisfazione. Il mio lavoro quindi passa da queste due sfide professionali e personali ma fare ancora qualche anno da telecronista, prima di appendere definitivamente cuffie e microfono al chiodo,mi piacerebbe perché sento di avere ancora qualcosa da dire.

Immancabile domanda scomoda… Le MMA in Italia mi sembrano decisamente mal percepite e direi anche mal tollerate, la pubblica opinione le ritiene poco più che una rissa da strada, le federazioni degli sport da combattimento tradizionali le osteggiano per non perdere praticanti, sono ancora fuori dal CONI, i media più importanti ne parlano poco e male. Cosa si può fare per cambiare questa situazione ed è possibile farlo?

Quello che dici è assolutamente corretto e rispecchia la realtà dei fatti. Credo si possa solo fare corretta informazione e divulgazione, a costo di essere noiosi ed andare contro corrente. Ci vorrà molta pazienza ma alla fine il tempo aggiusterà tutto. Verrà il giorno in cui le MMA saranno considerate uno sport come tutti gli altri, anche in Italia, che è palesemente indietro sul riconoscimento di questo movimento sportivo che è da tempo ben più di una moda passeggera, solo che in molti ancora non lo vogliono vedere.

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Discriminazione e Persecuzione: Hassiba Boulmerka, un oro per la libertà

Alessandro Mastroluca

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Compie oggi 50 anni Hassiba Boulmerka, l’atleta algerina campionessa olimpica a Barcellona 1992. Una Medaglia storica, simbolo per le donne discriminate. Ve la raccontiamo

Ventisei anni fa, Hassiba Boulmerka ha cambiato la storia. Si ricorda ancora di ogni curva di quei 1500 metri ai Giochi di Barcellona. Diventa la prima donna algerina a vincere un oro olimpico e dimostra alle donne di tutto il mondo che i pregiudizi e le paure si possono superare. “È questa l’Algeria” diceva dopo la premiazione, “l’Algeria che vince”. L’Algeria dei milioni di cittadini orgogliosi, delle ragazze che trovano un idolo cui ispirarsi e in massa cominciano a praticare l’atletica.

In quei giorni, però, nel pieno del decennio nero, c’era anche un’altra Algeria. Quella del Fronte di Salvezza Islamico, che vince le elezioni nel dicembre del 1991 pochi mesi dopo lo storico titolo mondiale di Boulmerka a Tokyo. Il partito, che controllerà anche il secondo turno elettorale a gennaio, emette un kofr, una pubblica sconfessione di Boulmerka dalle moschee della nazione nella giornata del venerdì. Boulmerka avrebbe offeso la religione islamica “correndo con le gambe nude di fronte a migliaia di uomini”. Quella vittoria, diceva Hassiba, “rappresenta un grido uscito dal cuore di ogni donna algerina, di ogni donna araba”, compreso il ministro dello sport dell’epoca, Leila Aslaoui, segna un punto di non ritorno. È la prima civile insieme a Noureddine Morceli (oro anche lui nei 1500 a Tokyo) premiata con la Medaille du Mérite, la principale onorificenza del Paese.

Inizia a ricevere minacce di morte, sempre più pesanti. Nell’anno che porta alle Olimpiadi di Barcellona, allenarsi in Algeria diventa troppo pericoloso, è questione di vita o di morte. “Nel 1992 non ho corso nemmeno una gara in Algeria” ha ricordato in un’intervista alla BBC nel ventennale dello storico oro olimpico. “Era troppo rischioso. Avrei potuto essere uccisa in ogni momento”. In patria si allenava con Amar Bouras, figlio di un “Chahide”, un eroe della rivoluzione cui hanno intitolato il liceo di Costantina. Ma la rivoluzione personale di Boulmerka non può spingersi troppo in là, quando al governo sale un movimento che vuole rendere obbligatorio lo hijab, il velo delle donne e chiede la proibizione dell’ alcol, delle classi miste nelle scuole e nelle università e dell’educazione fisica per le ragazze.

Boulmerka prepara i Giochi a Berlino e interrompe ogni contatto con la famiglia. Non è difficile, almeno a livello pratico: a Costantina i militanti hanno tagliato tutte le linee telefoniche. Arriva a Barcellona solo alla vigilia della sua gara dopo un viaggio avventuroso con tanto di scalo a Oslo. Il giorno successivo, guardie armate la scortano fino allo stadio. “C’era polizia ovunque” ha detto alla BBC. “Nell’impianto, negli spogliatoi, mi hanno perfino accompagnato in bagno!”.

Hassiba osserva, aspetta, controlla. Poi, all’ultimo giro, piazza lo scatto che lascia senza fiato Lyudmila Rogacheva, che corre per il Team Unificato sotto la bandiera olimpica: ne fanno parte gli atleti di dodici delle quindici ex repubbliche sovietiche (Estonia, Lituania e Lettonia già gareggiano da nazioni indipendenti). “Appena ho tagliato il traguardo, ricordo che ho alzato le braccia al cielo” ha raccontato. “Ero un simbolo di vittoria, di ribellione. Era come dire: ce l’ho fatta, ho vinto io. Adesso se volete ammazzarmi sarà comunque troppo tardi: io ho fatto la storia”.

Sul podio, mentre il colonnello Mohamed Zerguini, algerino pure lui e membro del CIO, le mette la medaglia al collo, Hassiba piange. Piange per gli anni di sacrifici ripagati, per la famiglia che ha abbandonato per inseguire un sogno. Un sogno che non tornerà mai più.

Vincerà un altro titolo mondiale, Hassiba, nel 1995 ma nessun altro oro olimpico. Si trasferisce per qualche tempo a Cuba, ma il richiamo dell’Algeria è troppo forte. “Non ho mai pensato di andarmene per sempre. L’Algeria è la mia vita, la mia famiglia, gli amici. Non ho mai voluto abbandonare le mie radici”.

Adesso ha aperto una società di intermediazione fra le farmacie e i laboratori di ricerca che dà lavoro a 150 persone. Ma per tutti resterà sempre la gazzella di Costantine che a Barcellona ha tracciato una strada diversa, ha disegnato un futuro possibile, un mondo migliore. “È stato un trionfo per tutte le donne del mondo” ha ammesso, “perché lottino contro i loro nemici. È questo che mi rende davvero fiera”.

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Se il Karate aiutasse il calcio nostrano magari la prossima volta al Mondiale ci torniamo

Enrico Fabbro

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Sabato 30 Giugno in una palestra alla periferia sud di Roma ci sono gli esami per le cinture in una Palestra dove il Maestro 2° Dan Marcello Moretti esamina i suoi allievi alla fine di un anno di lavoro. Ci sono bambini di 6/7 anni e uomini e donne sopra gli …anta.

Lo spazio è piccolo ma la sacralità del tatami è religiosamente rispettata. Nessuno può entrare senza togliersi le scarpe e inchinarsi per salutare.

E’, quella del karate, una disciplina vera, quello che abbiamo visto negli anni passati di acrobatici salti alla ricerca di spaccare in mille pezzi una tavoletta di legno, fa parte della preistoria cinematografica, quando imperversavano modelli come Bruce Lee. Oggi dai più piccoli ai più grandi ci deve essere una conoscenza di nomi, fatti, colpi, parate e kata.

Non sono solito scrivere di altre discipline perché credo si debba scrivere solo di cose che un po’ si conoscono.

Di questo pomeriggio in un contesto Karate, ho potuto però ammirare delle cose nei giovanissimi e nei non più giovani che potrebbero essere “copiate” dal mondo del football, e che contribuirebbero sicuramente a renderlo migliore.

Rispetto degli altri: probabilmente sarà la disciplina ma il giovane karateka rispetta i compagni d’allenamento, prima di iniziare qualunque cosa si salutano in un inchino che se ha qualcosa di sacrale rende comunque tutta la gestualità nobile

Rispetto del maestro: il maestro sa che ha una grandissima responsabilità; deve trasmettere il giusto messaggio sulla disciplina che insegna. Trasmettere un messaggio sbagliato provocherebbe degli esaltati convinti di poter sopraffare chiunque con un’arte che può divenire pericolosa. Il Maestro quando parla e spiega ha una autorevolezza incredibile. Anche se l’atleta ha 5 anni lo chiama Signore seguito dal Cognome e gli dà rigorosamente del lei. Gli atleti lo ascoltano quando spiega, e cercano di emularlo quando dimostra dei gesti, delle parate, dei colpi. Gli allievi sanno che hanno davanti un vero maestro che sa, che rispetta ma che pretende di essere rispettato soprattutto per la storia e la filosofia che rappresenta.

Vedere la gestualità di come tutti annodano la cintura, l’emozione, anche se trentenni a come rispondono alle domande teoriche del maestro rende veramente il momento della consegna delle nuove cinture un momento emozionante. Si emoziona il ragazzino che da cintura bianca diventa gialla e la signora che da marrone diventa marrone/nera. Emozioni e lacrime dietro tanti sacrifici. Allenamenti che spesso si svolgono dopo le ore 20,00, dopo una giornata di lavoro, di studio o molto più pesantemente da casalinga.

I genitori / figli: Nell’epoca dei social ovviamente foto e pubblicazioni immediata dell’evento non risparmia il karate ma anche in questo con grande rispetto. Durante l’esame sono il silenzio e la concentrazione i veri protagonisti. Anche i pochi spettatori “subiscono” il carisma del Maestro Marcello Moretti che autorizza il momento delle foto e che, con l’autorevolezza del ruolo, sa chiedere silenzio a i presenti e stop ai clic.

Nell’era del caos, dell’immediato, del rumore ovunque, la regola della concentrazione e del silenzio sono ormai cosi rare che meritano una citazione.

Tutto questo fantastico pomeriggio l’ho paragonato con quello che accade normalmente in un contesto calcistico, il rispetto per compagni e avversari, il rispetto dell’allenatore istruttore, il rispetto delle decisioni dell’arbitro il rispetto dei genitori nei confronti del mondo che i loro figli frequentano.

I ragazzi sono gli stessi che magari sono figli della stessa famiglia o frequentano la stessa scuola nell’identico contesto sociale. Perché tanta differenza? Non credo sia facile dare una risposta concreta, forse però per avvicinare il “casinista” mondo del calcio al “serio” mondo del karate bisognerebbe riscrivere le regole d’ingaggio. Mi vorrei soprattutto soffermare sul ruolo dell’istruttore nel karate e dell’allenatore nel calcio. Per diventare maestro di karate devi aver percorso un lunghissimo cammino di teoria e pratica. Devi conoscere profondamente la disciplina che insegni e sapere sino a dove puoi arrivare. L’ambizione del Maestro di karate? Essere un buon maestro di Karate che sa svolgere la sua missione e che sa essere un vero medello per il giovane karateka. Un maestro che non è mai messo in discussione perch lui è …il Maestro.

Nel calcio non è così perché a volte si arriva in panchina, specie con i più giovani, senza aver fatto alcun tipo di formazione. Gli allenamenti si scopiazzano su qualche sito a pagamento, si urla si sbraita nella speranza di vincere anche con chi ha 7 anni. L’obiettivo a volte non sembra essere la crescita del giovane calciatore, al quale si insegnano le regole del giuoco per esempio o quelle della vita dove la componente vittoria e sconfitta sono presenti quotidianamente. Spesso si assiste a allenatori che vogliono divenire “vincenti” solo per ambire a panchine più importanti per guadagnare sempre di più. Qualcuno ci riesce la maggior parte no, quindi non guadagna nulla, perde la considerazione degli allievi e ne perde comunque la credibilità del football nostrano. Karate aiutaci tu.

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