Come si perde un mondiale già vinto? Chiedere a Fernando Alonso. La volatona all’ultima curva fra Rosberg e Hamilton, separati da dodici punti in classifica, ricorda da vicino la tragedia epica, epilogo del 2010. I cronometri si fermano al 14 novembre 2010. Ultimo GP della stagione. Alonso, al suo primo anno in Ferrari, è in testa al Mondiale: ha 246 punti in classifica, + 7 su Webber e addirittura 15 su Vettel. Il giovanissimo pilota tedesco non ha chance. Non può succedere. Infatti, succede. Il caso mescola le carte, la Ferrari spacca il mazzo. Sebastian pesca il Jolly, complice l’omicidio suicidio di Maranello in una tragedia sportiva consumatasi in tre atti fra scelte cervellotiche (eufemismo) e ansia da prestazione.

I ATTO – IL BLUFF

Vettel scatta dalla pole incalzato da Hamilton e Webber. Alonso si fa sorprendere da Button e retrocede in quinta posizione. La Mercedes di Schumacher si gira e rimane ferma in mezzo al circuito. Tutti riescono a schivarla, tranne Liuzzi: incidente inevitabile. Safety car e gruppo compattato.  Giro numero 10. Webber tocca il muretto: un colpo che non procura danni alla monoposto. La Red Bull ha Vettel in testa al mondiale e ha già deciso chi sacrificare. I “bibitari” inscenano il Grande Bluff. Undicesimo giro: Webber (più vicino alla classifica mondiale ad Alonso) è richiamato ai box, Vettel (il cavallo su cui la Red Bull ha puntato) resta in pista. É un tranello, hai visto mai che qualcuno in Ferrari ci caschi. Speranze ben riposte. Ci cadono tutti, e con tutte le scarpe…

II ATTO – IL TRAFFICO

Chris Dyer, l’ingegnere di pista che ha fatto grande la Rossa, mette le ali alla Red Bull. Al giro numero 16,  richiama Alonso. L’idea malsana è tallonare Webber,  pericoloso come un orso polare all’Equatore. Complimenti, geni del male!!! La Ferrari adesso precede la Red Bull, ma è quella sbagliata. Vettel, in testa, inanella giri veloci. Alonso, scivolato al dodicesimo posto, impreca nel traffico.  Adesso serve un quarto posto. Partendo dal dodicesimo, su una pista dove è quasi impossibile superare, è una impresa…

III ATTO – DALLA RUSSIA COL TRATTORE

Un simulacro di nome Vitoly Petrov, alla guida di una Renault (si, malpensanti, proprio quella che fornisce i motori alla Red Bull) vince l’oscar come miglior attore non protagonista del sequel “Profondo Rosso”. Il pilota russo, agevolato dalle caratteristiche del circuito, va come sempre: piano, quanto basta, per tenere alle spalle la Ferrari mentre lì davanti prendono il largo. Giro dopo giro, gli assalti dello spagnolo divengono furiosi. Petrov ci metterà anche del suo, ma Alonso è nella melma perché qualcuno ce l’ha messo. Proprio lui: Chris Dyer. L’autore della scelta suicida impallidisce. Al giro numero 39 la frittata è servita: Button si ferma ai box, Vettel e Hamilton completano il sorpasso. La Ferrari è lontana, troppo. Grazie al gioco dei pit-stop Alonso scala posizioni ma resta dietro Petrov e chiude al settimo posto.

EPILOGO: L’INIZIO DELLA FINE

Ho scritto “campione del mondo” sulla sabbia. La risacca della Yas Marina porta via sogni e speranze iridate. Alonso rientra ai box rabbioso e incredulo. L’ultima istantanea del mondiale 2010 lo ritrae seduto sugli scalini del Motorhome Ferrari. Testa bassa, mani fra i capelli, circondato dal suo entourage. Deluso, amareggiato, avvilito. In una parola: tradito. La sensazione è che l’amore fra il Leoncino e il Cavallino si sia incrinato proprio quella notte. Il  2010 segna l’inizio della fine, sancita anni quatto anni dopo, ancora per cause terze, rintracciabili nella cronica incapacità della Scuderia di mettere in pista una monoposto minimamente all’altezza di Red Bull e Mercedes. Poteva essere bello, Fernando&laRossa. É iniziata male e finita peggio.

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