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La capigliatura follemente pettinata e colorata, il look estroso e anticonvenzionale: Hector Macho Camacho ha spaziato per oltre vent’anni nel panorama pugilistico internazionale, come un razzo latino con la scia di colori blu, bianco e rosso.

I colori degli Stati Uniti, che però sono gli stessi di Portorico, isola che gli aveva dato i natali il 24 maggio del 1962.

Sua madre Maria, separatasi dal padre, si trasferì col figlio a Spanish Harlem, nella cintura urbana di New York, quando Hector aveva tre anni.

Ragazzo di strada nella metropoli violenta degli anni settanta, cominciò una carriera di piccolo furfante, dimostrando ottima propensione per il taccheggio e il furto d’auto.

Il combattimento divenne il suo pane quotidiano, spingendolo ad abbracciare il pugilato a soli dieci anni.

Mancino di grande fantasia, contava su un’indipendenza di gambe portentosa; molto spesso sorprendeva gli avversari con movimenti rapidissimi ed archi a 180 gradi che lo facevano riapparire sul fianco opposto rispetto a quello in cui cominciava la serie.

Vinse due Golden Gloves e cominciò di gran carriera il professionismo.

Per dodici anni e trentotto match rimase imbattuto, conquistando i mondiali dei superpiuma e dei leggeri; li difese contro grandi nomi, quali Ray Mancini, Freddie Roach (quel Freddy Roach!), Ramirez, Rosario, Torres e Pazienza.

Perse con Haugen, ma si prese subito la rivincita.

Riprese con un’altra serie di vittorie, ma poi perse con Julio Cesar Chavez e Felix Trinidad, a mio parere pugili di altro livello rispetto al suo, ma cui diede ugualmente grande battaglia.

Figura molto controversa ebbe, oltre i tanti estimatori, anche molti detrattori. Tra tutti Bert Sugar, il quale, disse una volta, lapidario: “Camacho si veste come Tarzan, ma poi combatte come Jane!”

Nel 1997 e nel 2001 ebbe il grande onore di porre termine a due tra le più grandi carriere della storia dello sport, quelle di Ray Leonard e di Roberto Duran.

Passò agli annali la sua risposta ad una giornalista che gli chiedeva quanto tempo di astensione dal sesso osservasse prima dei match: “I stop two hours before a fight!”. Smetto due ore prima.

Lontano dal ring la sua vita era stata la classica fiamma di pazzia latina tutta festa, alcol e droga, ma dopo il ritiro del 2010, avvenuto a dieci giorni dal suo quarantottesimo compleanno, Hector Macho Camacho sembrava aver trovato una sorta di calma equilibrante che potesse permettergli di godersi i suoi anni migliori.

Non fu così.

A fine novembre del 2012, in giro per Portorico con un amico e con nove pacchetti di cocaina a bordo, fu coinvolto in una sparatoria: il suo amico, Adrian Mojica Moreno, rimase ucciso sul momento, mentre Camacho sopravvisse per quattro giorni.

Un proiettile gli era entrato nella parte sinistra della faccia, spezzando le vertebre del collo e conficcandosi nella spalla.

Tenendo fede alla grande capacità d’incassare che gli era stata propria per tutta la carriera, Camacho prolungò il proprio respiro a dispetto del fatto che, ormai, fosse già morto.

Aveva cinquant’anni.

Al momento della dipartita, gli sopravvivevano quattro figli e due nipoti.

Durante la funzione religiosa, una ventottenne in abiti succinti fece irruzione baciando ed abbracciando Camacho attraverso la bara lasciata aperta, attribuendosi l’identità di fidanzata ufficiale, scioccando la seconda moglie del campione e venendo allontanata dai familiari più stretti.

Anche da morto, Macho Camacho fece di tutto per non ritirarsi in buon ordine.

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