La storia di Oscar Tabarez che combatte la neuropatia rimanendo alla guida dell’Uruguay richiama alla mente quelle di altri uomini, ancor prima che allenatori, che, alle prese con gravi problemi di salute, restarono al loro posto fino all’ultimo.

Come Ernst Happel, leggenda del calcio austriaco, due Coppe Campioni da allenatore (Feyenoord ’70, Amburgo ’83) che, approdato in Nazionale nel 1992, scoprì di avere un tumore allo stomaco. Ben presto se ne accorse anche chi vide quell’omone erculeo ridursi a un giunco. Ma Happel resistette, tanto da andare in panchina anche due settimane prima della fine, in un commovente 5-2 a Israele. Quando le raffiche del male ebbero il definitivo sopravvento, a quel giunco intitolarono lo stadio di Vienna, sede delle partite dell’Austria.

Dal “Prater” al “Camp Nou”, dai giunchi all’attesa. Aveva vissuto un lustro all’ombra del suo amico e maestro Pep Guardiola, Francesc Vilanova i Bayo, per tutti, semplicemente, Tito. Un lustro a imparare come si coltiva una cantera, cosa significa Més que un Club, come si gestisce uno spogliatoio di campioni, cosa si prova ad arrivare due volte in cima al mondo. Un lustro nella fiduciosa attesa di un domani dove mettere in pratica tutto quel sapere. Ed eccolo, quel domani. Aprile 2012, Guardiola lasciò il Barcelona e il ds Zubizarreta non ebbe dubbi: toccava a Tito perché meglio rappresentava il Barcelona. Non poteva desiderare investitura migliore. E non poteva chiedere di meglio che una squadra pressoché perfetta in Liga, che nel girone di andata pareggiò una volta e poi non fece che vincere. In cuor suo, forse Tito cominciò a fare il conto alla rovescia su quanti giorni lo separassero dalla scoperta dell’emozione di una vittoria con la sua firma. Non immaginava che non avrebbe potuto gustarsi il fremito dell’attesa. Prima di Natale, riapparve il cancro alla parotide che l’aveva colpito nel 2011. Operazione e poi la terapia. A New York. Dove Tito, via Skype, continuò a seguire i suoi ragazzi, nel frattempo affidati al vice Jordi Roura. Avrebbe voluto Guardiola al fianco, ma Pep non ci fu. Si riappacificarono in autunno, dopo che lui, anche per superare questa delusione e dopo l’ok dei medici, si era rituffato al campo per festeggiare una Liga col record di punti (100), mai raggiunti nel quadriennio guardiolista, e per provare l’impossibile: rimontare quattro gol al Bayern Monaco in semifinale di Champions League. Non ci riuscì e non sapeva che sarebbe stata una delle sue ultime panchine. In estate, la malattia ritornò prepotente e l’attesa di Tito per un ritorno alla normalità volse purtroppo in un’inesorabile e progressiva resa al male, che si consumò definitivamente il 25 aprile 2014.

Austria, Spagna e Italia. Per la precisione, Roma, dicembre 1975. Una Tor di Quinto bagnata dal sole esplose in lungo applauso quando Tommaso Maestrelli, accompagnato dagli inseparabili gemelli (i figli Massimo e Maurizio), rimise piede sul campo d’allenamento. Otto mesi prima era sotto i ferri, gli avevano scoperto un tumore, sembrava non ci fosse più nulla da fare. E invece lui, grazie a una cura sperimentale e all’amore della famiglia e della squadra che andava a trovarlo al termine di ogni allenamento, era guarito e poco a poco aveva recuperato le forze. Intanto la Lazio non si trovava col nuovo tecnico, Giulio Corsini, e Maestrelli stava male a vederla nei guai. Quella Lazio, anche se cambiata in qualche calciatore, era sempre “la sua Lazio”, quella che in tre anni aveva portato dalla serie-B allo scudetto, e mai ne avrebbe sopportato la retrocessione. E così, vincendo le resistenze della moglie e dei dottori, accettò le insistenze del presidente Lenzini, rinfilò la tuta e ritornò in panchina. Fu un atto d’amore perché avrebbe avuto bisogno di riposo, a fine allenamento non stava in piedi, ma volle dedicare un’altra volta ancora tutto se stesso a quei ragazzi. E quei ragazzi dedicarono loro stessi a quell’uomo, che centrò l’obiettivo all’ultimo atto, smagrito, stravolto e con 38° di febbre. Era il 16 maggio 1976. Se ne sarebbe andato il 2 dicembre, salutato da un mare di gente.

Happel, Vilanova e Maestrelli. Uomini che nel loro lavoro trovarono una ragione per non arrendersi alla sofferenza e per continuare a dare un senso al quotidiano. Uomini che, senza volerlo, con la loro passione e i loro drammi, più che storie di sport, hanno scritto storie di vita.

Close