Indisciplinato, irriverente e totalmente inaffidabile. In Californication, Hank Moody è uno scrittore di talento, un talento non sempre compreso.

La sua vita è un giro senza fine sulle montagne russe. Scrive poco, beve tanto e si porta a letto più donne che può. Il sesso compulsivo è il motore che lo fa andare avanti, assieme all’alcol.

Il suo cuore però batte per la figlia Rebecca e per Karen, la sua musa ispiratrice. Hank ha un solo grosso problema: si è smarrito. Si è perso nella ripetizione infinita degli errori, negli azzardi continui che non ammetterebbero perdono.

Il presente di Hank viaggia su binari solitari, troppo lontani da quel passato in cui vorrebbe rifugiarsi.

Il personaggio interpretato da David Duchovny è palesemente ispirato a Charles Bukowski.

Con lui i colpi di scena sono la regola, l’equilibrio non esiste. In Californication, tra alti e bassi, cerca di ritrovare la sua vena artistica. Nel frattempo ne combina di tutti i colori assieme al suo migliore amico, nonchè manager, Charlie Runcle. Finisce costantemente nei guai o in situazioni compromettenti.

E’ in balia di se stesso, vive alla giornata perdendo tutti i treni che incrociano il suo talento.

Sette stagioni e ottantaquattro episodi che ci mostrano il fascino delle relazioni impossibili. In amore, in amicizia e non solo.

Hank Moody, con pregi e difetti, ci racconta l’immagine dell’America dei giorni nostri e il caos dei rapporti umani. E involontariamente ci fa riflettere su alcuni aspetti, a cui spesso finiamo per dare poca importanza. Il peso degli errori ha un impatto devastante nella nostra vita, ma si può anzi si deve sbagliare. Solo così si può crescere.

Hank Moody ci dimostra che non è mai troppo tardi, anche se le cose cambiano. Ci spiega che nulla è più importante dei propri cari e che la voglia di rimediare può fare la differenza.

Ci ricorda persino che scappare non cancella i problemi, affrontare le situazioni si.

E che anche nelle relazioni impossibili si può intravedere della luce. Ammesso che ne valga la pena, ovviamente.

Che è un po’ quello che, probabilmente, gli suggerisce nel finale il capolavoro di Elton John, I’m a rocket man.

 

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