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Calcio

Gutendorf – Pfannenstiel: il giro del mondo in 80 squadre

Matteo di Medio

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Per i 45 anni compiuti oggi da Lutz Pfannenstiel, vi raccontiamo la sua incredibile storia, accomunata a quella di un altro personaggio leggendario del mondo del calcio, Rudi Gutendorf.

Quando Jules Verne pensò di raccontare l’impresa del gentiluomo inglese che voleva circumnavigare l’intero globo in un lasso di tempo non superiore ad 80 giorni, un periodo breve per i mezzi a disposizione dell’epoca ( siamo nel 1872), non poteva immaginare che, a distanza di ben oltre un secolo, due eroici tedeschi riuscirono ad eguagliare il mito e ad entrare nella leggenda del calcio internazionale.
La differenza tra il romanzo del visionario autore francese e la storia dei nostri due protagonisti è sostanzialmente temporale. In entrambi i casi, infatti, durante il proprio tragitto – di vita, aggiungerei – gli interpreti hanno baciato ogni lembo di terra conosciuta, o quasi, distinguendosi gli uni dagli altri solo per la durata del loro viaggio.
Pensare ai giorni nostri, fare il giro del mondo in 80 giorni non sembrerebbe chissà quale miracolo visti i progressi tecnologici attuali.

 

Ma fare il giro in 80 squadre è un’altra storia. Intendiamoci, portare a termine un’impresa del genere da soli è cosa impossibile. Nel nostro caso, si tratta di una staffetta.

Rudi Gutendorf, 55 squadre. Lutz Pfannenstiel 25. Totale 80. Che tradotto in linguaggio calcistico significa 50 anni di carriera per il primo e 30 per il secondo.

Dove non è riuscita definitivamente la Germania nella sua missione colonialista nel corso della sua storia, queste due icone tedesche hanno risollevato l’onore portando il loro modo di essere e di vivere oltre i confini centroeuropei verso i territori agli antipodi del calcio conosciuto, issando la bandiera nerorossogialla in ogni angolo del globo.

Rudi Gutendorf, da tutti conosciuto come Rudi Giramondo, è il mister che detiene il record per squadre allenate. Nato il 1926 a Coblenza, nella valle del Medio Reno, dopo un carriera da calciatore presso la formazione della sua città, diviene allenatore nel 1955.
Nei suoi occhi azzurri la storia del calcio e del mondo. Tra le rughe i racconti delle sue avventure per i 7 mari.

Dopo l’esperienza in Svizzera, nella squadra del Lucerna, ottenendo la conquista della coppa nazionale, e una brevissima parentesi in Tunisia, al Monastir, Gutendorf torna in terra natia ad allenare l’MSV Duisburg nella prima stagione in cui il campionato tedesco prende il nome di Bundesliga.

E’ il 1963 e Rudi comincia a spargere semi in giro per il mondo: grazie ad un approccio tattico rivoluzionario per l’epoca, Gutendorf porta la squadra al secondo posto, puntando tutto su uno schema di gioco che ha fatto la fortuna di moltissimi tecnici delle generazioni future: il catenaccio. Tutti dietro, ci difendiamo e, quando l’avversario è stanco, tutti avanti e goal.

Negli anni 60, siede sulla panchina di squadre tedesche, tra cui Stoccarda e Shalke 04. Anche a Gelsenkirchen, lascia il suo segno: ogni mattina l’appuntamento per la squadra era alle 5 di fronte alle miniere di carbone della Ruhr per sensibilizzare i giocatori circa i sacrifici che i loro tifosi facevano giornalmente.

Ma il destino di Rudi è un altro.

Già nel 1968 aveva viaggiato verso le Bermuda per far scoprire il calcio alla popolazione del mistico arcipelago atlantico ma è a partire dal 1971 che, nei fatti, inizia il lungo cammino del tecnico in giro per il mondo: dopo un anno in Perù alla guida dello Sporting Cristal, viene ingaggiato dal Chile di Salvator Allende, per allenare la nazionale. In quel periodo tra Rudi e il leader socialista nasce una vera e propria amicizia, fatta di incontri privati e uscite pubbliche. La sua vicinanza ad Allende, lo costringe, in occasione del colpo di Stato del generale Augusto Pinochet supportato dagli Stati Uniti, a lasciare il Paese.

Lo smacco per l’allenatore si completa quando viene a sapere che il muro che aveva fatto costruire per allenare i giocatori nel tiro all’interno dello Stadio Nazionale, viene ora utilizzato dalla nuova dittatura per l’esecuzione dei dissidenti.

Gli anni che seguono sono caratterizzati da continui cambi di panchina e da infiniti spostamenti: dagli stati sudamericani come Bolivia e Venezuela alle isolette dei Caraibi come Antigua & Barbuda e Grenada. Dall’Asia con Iran, Cina, Nepal e Giappone fino ai piccolissimi sprazzi di terra di Tonga, Fjgi e Samoa immersi nell’Oceano Pacifico per arrivare alla grande Australia.

Dove girava un pallone, Rudi c’era. E si faceva sentire. Come quando arrivò allo Yomiuri ( attuale Tokyo Verdi) in Giappone nel 1984 e, in una sola stagione, riuscì a vincere campionato e coppa, ottenendo il riconoscimento di primo allenatore straniero nella storia mondiale a vincere un titolo in terra nipponica.

Mia madre voleva per me un futuro da impiegato statale” racconta Gutendorf “Quando divenni allenatore mi guardò come se fossi divenuto uno spazzino”.

Le parole di Rudi fanno seguito a quanto fatto in carriera: alla domanda sul motivo di questo suo continuo girovagare attraverso il mondo, specialmente in paesi poveri e poco conosciuti, il tecnico 88enne risponde candidamente:Questa è la mia missione.

E che missione caro Rudi: già perché, tra un ritorno e un altro in Germania con il Monaco 1860, il Colonia e l’Amburgo (nel quel riuscì a portare il fenomeno dell’epoca, l’inglese Kevin Keegan), il tecnico teutonico ha esportato il suo calcio anche nei difficili territori dell’Africa.

Del continente nero, Gutendorf conserva i ricordi migliori: Botswana, Ghana, Tanzania sono solo alcuni nomi degli Stati in cui l’esploratore del calcio ha posato il piede.

Ma l’esperienza più intensa della sua carriera è stata indubbiamente la parentesi come allenatore del Rwanda: l’anno è il 1999 e il Paese ancora risente degli scontri civili tra le popoloazioni appartenenti alle tribù Tutsi e Hutu che portarono al ben noto e tristissimo episodio del “Genocidio del Rwanda” dove persero la vita quasi un milione di persone, del 1994.

La squadra messa in piedi da Rudi è composta da giocatori dei due schieramenti opposti. La tristezza nel ricordo dei massacri passati alimenta la tensione all’interno dello spogliatoio.

Ma anche qui, il nostro eroe compie l’impresa: 8 aprile 2000. Quello che accade nello stadio di Kigali, capitale del Rwanda, è un miracolo. La partita è Rwanda- Costa d’Avorio, valevole per le qualificazioni ai Mondiali FIFA 2002. Pur essendo in vantaggio, la squadra di Gutendorf viene recuperata. Risultato finale : 2 a 2. Ma in campo e sugli spalti l’atmosfera è quella delle grandi vittorie internazionali. Giocatori di diverse fazioni che si abbracciano per un pareggio contro la blasonata nazione dell’Africa occidentale. Un pareggio che vale più di un punto. Sulle tribune, famiglie che si stringono. Persone che si sono ammazzate fino a qualche anno fa, unite per un solo grande traguardo. Un popolo che prova a ricominciare, a rinascere dalle macerie, partendo da una partita di calcio. Hutu e Tutsi che vogliono dimenticare il sangue che inondava i propri villaggi. Figli che vogliono combattere l’odio dei padri.

Oggi Rudi Gutendorf si è finalmente fermato: è tornato a vivere a Coblenza, sua città d’origine, e in Germania è un autentico idolo sia in televisione che sui social network dove non si risparmia di ricordare le sue avventure in giro per i 5 continenti.

Passiamo il testimone al nostro secondo eroe che, pur condividendo i natali teutonici con Rudi Gutendorf, è una personalità completamente diversa: se l’allenatore gira mondo può considerarsi un missionario del calcio, per sua stessa autodefinizione, Lutz Pfnannenstiel può essere soprannominato il Pirata. In senso buono, per carità. Infatti Lutz è un tedescone di quasi 1 metro e 90 con i capelli lunghi e lo sguardo furbo.
Nato nel 1973 a Zwiesel, nel sud della Germania, Lutz Pfnannenstiel è stato un portiere di calcio diventato famoso per aver militato in 25 diverse squadre lungo la sua trentennale carriera, ottenendo il primato mondiale.

Cresciuto nelle giovanili del Monaco 1860 e del Bayern Monaco, a 20 anni dopo aver rifiutato l’ingaggio con la pluri decorata squadra bavarese e aver trascorso due stagioni nelle serie minori tedesche, decide di intraprendere il suo viaggio in giro per il mondo, partendo da un campionato a migliaia di chilometri da casa: vola in Malesia a difendere i pali del Penang FA. Da quel momento, la vita di Lutz è un continuo partire: dalla Scandinavia alla Nuova Zelanda; dall’Inghilterra al Canada; dal Sud-est Asiatico all’Africa.

E in ogni sua sosta, un ricordo, un episodio scritto nella memoria e nel cuore del giocatore.

Come quando militava nell’Otago United, nella terra degli All Blacks: Lutz, da sempre amante degli animali esotici, aveva “adottato” un pinguino, il quale soggiornava tranquillamente nella sua vasca da bagno. Fu costretto a darlo via, su richiesta esplicita del Presidente del club.

O quando venne ingaggiato dal Wimbledon della Crazy Gang: in campo a sputare sangue, fuori dal rettangolo un gruppo di “pazzi” dediti ai pub e agli scherzi, come urinare dentro alle bottiglie di Shampoo. La squadra ideale per Lutz, guascone dalla nascita.

Ma le esperienze che più hanno segnato il viaggio di Pfannenstiel sono quelle maturate nelle stagioni trascorse in Inghilterra con il Bradford e a Singapore con il Geylang United.

In queste due tappe della sua carriera, Lutz ha vissuto gli episodi che hanno cambiato la sua vita.
Mentre giocava con la squadra asiatica nella stagione 1999/2000 fu accusato, a suo dire ingiustamente, di aver truccato l’esito di alcune partite del massimo campionato di Singapore. Fu condannato al carcere dove trascorse più tre mesi. 101 giorni riassumibili nelle poche parole espresse dal calciatore in merito alla questione.

Quando scopri che la normalità è svegliarti con una guardia che ti prende a pugni in faccia o che ti danno del cibo che non puoi mangiare, mentre il tuo compagno di cella si è impiccato tre settimane prima, allora vedi tutta la vita in modo totalmente diverso”.

La detenzione aveva spento il sorriso del pirata tedesco. A detta dello stesso Pfannenstiel, la galera cambiò il suo modo di pensare in merito allo stile di vita di un calciatore, fatto solo di soldi e beni materiali.
L’anno seguente viene considerato il periodo di rinascita per Lutz. Scappa dall’Asia per tornare in Inghilterra, dopo l’esperienza passata con il Nottingham Forest, sponda Bradford.

Qui, nel 2002, il secondo momento focale nella storia del portiere: durante la partita contro l’Harrogate Town, in uno scontro con un avversario all’interno dell’area di rigore del Bradford, Pfannenstiel smette di respirare per tre volte. La scena è tragica: i compagni di squadra in lacrime e l’arbitro che lascia il campo per lo choc. A casa la fidanzata incinta di 7 mesi. Lutz, portato in ospedale, si risvegliò tre ore più tardi e, una settimana dopo, era di nuovo tra i pali della sua compagine. Un pazzo.

Conclude la sua carriera di giocatore in Norvegia e Namibia, dopo intraprende anche l’avventura di allenatore dei portieri.
Ad oggi, tornato in Germania, lavora come osservatore per l’Hoffenheim. Oltre all’incarico nella squadra tedesca, Pfnnenstiel si occupa di sensibilizzare i giovani su tematiche importanti come il rispetto della vita, evidenziando i veri valori di essa, e una visione del mondo sostenibile, attraverso campagne contro il surriscaldamento terrestre e la povertà.

Finisce così il lungo viaggio di Rudi e Lutz. Tra guerre da fermare e sbarre da piegare. Colpi di Stato e pinguini di troppo. Un Missionario e un Pirata. Tedeschi? Impossibile. E invece è vero.

 

 

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Russia 2018: Vince la Svizzera, esulta il Kosovo

Ettore zanca

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La partita Serbia – Svizzera non sarebbe stata facile per loro tre.
Loro sono Behrami, Shaqiri e Granit Xhaka. Giocano nella nazionale svizzera ma hanno radici kosovare. Behrami e Shaqiri hanno avuto la storia meno cruenta dei tre. Se così si può dire. Entrambi fuggiti in Svizzera con le famiglie ai primi venti di guerra nella ex Jugoslavia nel 1991. Shaqiri pur legato molto alla Svizzera, è stato molto tentato di abbandonare la nazionale per giocare in quella kosovara, poi rinunciò per gratitudine a chi diede ospitalità alla sua famiglia.

La storia di Granit Xhaka è molto più affondata nella sua carne e in quella dei suoi familiari.
Le milizie serbe capitanate da Slobodan MIlosevic infatti, arrestarono il padre di Granit, accusato di essere un attivista delle cause kosovare. Condannato a sei anni, fu rilasciato dopo 3 anni e mezzo in cui fu torturato e percosso. Una volta fuori e prima che la situazione precipitasse, decise di scappare a Basilea. Dove nacquero Granit e suo fratello Taulant.

La curiosità è che mentre Granit difende i colori della Svizzera, suo fratello gioca per la nazionale albanese. Agli europei di due anni fa, la madre era allo stadio con una maglietta divisa in due parti per non fare torto a nessuno dei due. Granit dice di suo padre che è il suo idolo indiscusso, che però non gli ha mai raccontato tutto della prigionia, forse per risparmiargli il dolore.

Ieri sera la Svizzera ha vinto. Il gol della vittoria lo ha segnato Shaqiri, uno dei tre kosovari. Per completare la favola, occorreva che a pareggiare fosse l’uomo con la storia più affondata nella carne. Beh, indovinate un po’ chi ha fatto il gol del pareggio. Un gran bel gol tra l’altro.

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Il senso di Lukaku per la vita

Ettore zanca

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In mezzo ad un mondo che si urla di tutto, le immagini edificanti sono ormai delle oasi da tenersi strette. Dopo la fine della partita vinta dal Belgio contro Panama, c’è stata una delle più belle immagini del mondiale, finora. E sono immagini che rimandano alla storia personale di uno dei due. Nella foto che vedete, ci sono il panamense Fidel Escobar e il belga Romelu Lukaku, in divisa rossa. Durante la partita se le sono date di santa ragione per arrivare prima sul pallone. Lukaku ha segnato una doppietta. Alla fine entrambi, comunque hanno pregato, una preghiera di ringraziamento, evidentemente, che al di là delle religioni di ognuno, Lukaku è cattolico, Escobar cristiano evangelico, fa rendere entrambi paghi per quello che hanno avuto. E non è poco. Ancora più raro è vederlo su un campo da calcio.

La storia personale di Lukaku poi, è di quelle da fame nera. Nato ad Anversa, quindi Belga di cittadinanza e non naturalizzato, ha cominciato a sgomitare la vita prima degli avversari. Se c’è un momento in cui si realizza di essere poveri, Romelu lo ricorda nitidamente, aveva sei anni e tornava a casa da scuola e vide dipinta sui volti della famiglia la disperazione. Erano senza nulla. I topi erano i suoi coinquilini, mangiavano pane con latte allungato con acqua.
Si faceva la doccia dentro una pentola e non aveva elettricità. Promise a se stesso che tutto sarebbe cambiato per lui e per la famiglia.

A undici anni sembrava già uno di diciotto, i genitori degli altri ragazzini stentavano a credere che avesse quell’età. A dodici anni andò dal tecnico dell’Anderlecht under 19, gli chiese di farlo giocare, quello gli rise in faccia, e Romelu disse: “facciamo così, tu mi fai giocare e io ti prometto di fare 25 gol in un anno, se perdo mi sbatti in panchina o mi cacci, se vinco, pulisci il pulmino della squadra e cucini i pancakes per tutti. A fine stagione mangiammo dei buonissimi pancakes”.

Da allora è stato il sostegno per tutta la famiglia. E conosce bene la fame, per questo lotta come un disperato per tutto il campo. E ha un mantra, che tanti dovrebbero ricordare: “non bisogna mai scherzare con chi ha lottato tra miseria e povertà sconfiggendo la fame”. 
No, c’è poco da scherzare, Romelu, con chi fa a gomitate prima di tutto col fato e lo abbatte. Poi preghiamo insieme, poi. A partita finita. E non importa chi ha vinto.

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I tifosi messicani e il problema degli insulti omofobi

Emanuele Sabatino

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La Fifa ha aperto un’indagine disciplinare contro il Messico dopo che i suoi supporter hanno usato cori discriminanti e di stampo omofobo durante il loro match contro la Germania vinto per 1-0. I tifosi messicani potrebbero vedere il loro “Fan ID” confiscato.

Uno degli osservatori anti-discriminazione della FIFA ha riportato la reiterata pronuncia del coro “Puto” all’interno dello stadio Luzhniki di Mosca durante la sfida tra Messico e Germania. Un insulto tipicamente omofobo nella lingua spagnolo-messicana, rivolto all’avversario nello specifico Neuer, portiere della Germania ogni volta che effettuava un rinvio dal fondo.

I tifosi del Messico sono stati aspramente criticati in passato dalle organizzazioni a difesa dei diritti dei gay in quanto l’insulto “Puto”, letteralmente “prostituta di sesso maschile o gigolò” è ravvisato dagli stessi come omofobo. La federazione calcistica messicana è stata più volte multata per questi insulti durante le Qualificazioni Mondiali ma queste sono sempre state poi annullate dalla Corte di Arbitraggio Sportivo che lo ha ritenuto insultante ma non discriminante.

La cosa strana è che ai tifosi messicani, beccati di aver trasgredito ben 12 volte i regolamenti anti-discriminazione, non sia stato ancora impedito di accedere allo stadio, cosa invece avvenuta per i tifosi di Cile e Honduras colti in flagrante rispettivamente 10 e 5 volte.

Il nuovo regolamento della massima federazione calcistica mondiale, introdotto durante la scorsa Confederation Cup, vuole che ci sia un annuncio da parte dello speaker dello stadio e poi la sospensione ed eventuale abbandono della gara. Procedura che non è stata eseguita durante il match contro la Germania.

L’insulto “Puto” non rientrerebbe nell’articolo 58 della codice disciplinare della FIFA, che previene la discriminazione in base alla razza, colore, lingua, religione e origine. Non vi è traccia invece della discriminazione in base all’orientamento sessuale. La pena minima per la violazione dell’articolo 58 è pari a 30.000 franchi svizzeri che può sfociare in casi reiterati e ben più gravi dapprima nel divieto di ingresso per i tifosi ed in ultimo all’esclusione della squadra dal torneo.

L’insulto “Puto” violerebbe invece l’articolo 67 dello stesso codice disciplinare in quanto “parola offensiva generica” ma in questo caso non è prevista una pena minima.

La Federazione calcistica messicana ha subito e veementemente intimato i suoi tifosi a fermare questo tipo di cori, invitandoli a pensare al fatto che sono la rappresentanza dei migliori tifosi del mondo. Se beccati a comportarsi male, i tifosi messicani potrebbero vedersi confiscare il loro “Fan ID”, un documento ufficiale richiesto per entrare negli stadi e sostitutivo della Visa necessaria per entrare nel paese durante il torneo.

Sempre la federazione messicana, su Twitter, ha pregato i suoi tifosi a comportarsi bene e non farsi arrestare. I tifosi del Messico, dal canto loro, sono recidivi in quanto già ammoniti durante la scorsa Confederation Cup tenutasi lo scorso anno sempre in Russia. Vedremo se riusciranno a fare di peggio nella partita di oggi contro la Corea del Sud

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