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Guido Micheletti: la passione per il “Fussball” nata (anche) grazie a bicicletta e vocabolario

Francesco Beltrami

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Il nostro viaggio nel mondo del tifo straniero in Italia continua con Guido Micheletti, da ormai oltre trent’anni appassionato cultore delle vicende del calcio tedesco.

Guido, presentati brevemente e raccontaci come nasce la tua passione per il calcio germanico.

Sono nato a Massa, in Toscana,nel 1965. Sin da piccolo ho avuto la passione per il calcio ma solo verso i 12 anni iniziai ad interessarmene veramente, con gli album Panini e la Tv. Contrariamente ai miei coetanei ero attratto dal football estero; abituato allo squallore nostrano,con quelle divise anonime, gli stadi poco accoglienti e per niente calcistici, il gioco sparagnino e con tanti zero a zero,quello straniero mi sembrava il paradiso.

Il mio amore per il “Fussball” nasce così, per un fatto anche estetico e ideologico; un calcio offensivo, spettacolare, duro e tenace. E che all’epoca, fine anni settanta,era dominante. Tutte le estati mi recavo,spronando la mia bici,a Marina di Massa per comprare le ambitissime riviste tedesche, come ‘Kicker’ e ‘Fußball Magazine’che divoravo pur non conoscendo la lingua, vocabolario alla mano. E che, con il Guerin Sportivo e le cronache del martedì su Tuttosport, costituivano il mio pane, la mia fonte; i rari filmati della Rai completavano il panorama. Amavo molto anche il ‘Football’ britannico, in fondo parte della stessa cultura anglosassone,ma quello tedesco mi dava emozioni forse ancestrali anche per via di un nonno che aveva lavorato in Germania negli anni Venti, e del mio nome, Guido, che è un nome tedesco.

La svolta decisiva avvenne nel 1981, dopo l’ennesima straziante partita degli Azzurri: decisi che calcisticamente non ero più italiano… Chiedevo asilo sportivo alla Germania! Pochi mesi dopo al Bernabeu la Finale dei Mondiali spagnoli, quella che per me avrebbe potuto essere una tragedia greca, si rivelò come un ulteriore motivo di forza. E da lì non mi sono mai più mosso o pentito della scelta. –

Segui soltanto il calcio  o anche l’attività di altri sport di marca tedesca?

Seguo il Fussball in tutto il suo variegato scibile, ma,anche se non è un movimento affermato in patria e all’estero, seguo anche il Rugby teutonico.

Sei sostenitore di una squadra in particolare?

La mia squadra preferita è il Borussia Mönchengladbach, vero Mito giovanile, che incarna alla perfezione l’ideale del calcio super offensivo, atletico e senza troppi calcoli speculativi. Da Netzer a Jupp Heynckes, Rainer Bonhof e Kulik, senza dimenticare il mio Ewald Lienen, il capellone dalla zazzera fluttuante… Dei veri Dei delle saghe germaniche! Seguo anche le squadre della ex DDR: Dynamo Dresda, Magdeburg e Carl Zeiss Jena. –

Esistono gruppi organizzati di sostenitori di squadre tedesche in Italia? Attività sui social?

Direi che il calcio tedesco non ha lo stesso appeal di quello britannico, che sconta forse un certo risentimento storico verso i tedeschi. A tale proposito tengo a sottolineare che la mia passione non ha nessuna origine politica o nostalgica, visto che sono ben lontano per idee e pensieri dai movimenti di destra.

Per tornare al calcio è certo difficile vedere fenomeni di esodi di massa o passioni individuali per club minori come succede per il Football d’oltremanica.

Nel mio piccolo per poterne parlare anche in Italia circa tre anni fa ho fondato un gruppo Facebook dedicato al calcio tedesco; si chiama Fussball Germany (der ball ist rund)’ e tratta l’argomento in modo completo e in tutte le sue derivazioni.

Ne esistono altri, uno composto da scismatici, ex collaboratori coi quali esistevano forti divergenze caratteriali e gestionali. Ai quali però auguro ogni fortuna. In fondo è una passione gratuita e divertente e non sarebbe il caso di prendersi troppo sul serio…

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Come vedi oggi il movimento calcistico in Germania?

Il calcio tedesco oggi è molto ben organizzato e sfrutta in modo teutonico il brand. All’est, nella ex DDR, si stanno riorganizzando e fra non molto ne vedremo i risultati. Est o Ovest però le grandi multinazionali investono poco e grandi club, con bacini d’utenza importanti come Amburgo, Francoforte, Stoccarda e Berlino, per fare degli esempi, soffrono e languono nel quasi anonimato. Il Fussball è sostanzialmente “Bayernizzato”. E questo è un problema.

Salvo poi però, quando qualcuno investe, vedere indignazione e scandalo per il Red Bull Lipsia, che è diventata la squadra più odiata di Germania proprio per via del forte legame col colosso della bevanda energetica alata, anche se naturalmente a Lipsia tutti sono contenti visti i risultati che iniziano ad arrivare.

Un grazie a Guido Micheletti per averci introdotto nel mondo del calcio tedesco e appuntamento alle prossime settimane in cui continueremo questo nostro giro d’orizzonti tra le tifoserie straniere in Italia: un microcosmo fatto di blog, gruppi e pagine Facebook e tanta passione.

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1 Commento

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  1. Federico Belfiore

    novembre 2, 2016 at 7:35 pm

    Bella intervista, Guido, complimenti. Vorrei solo aggiungere che i tre “scismatari-ex-collaboratori”, tra i quali il sottoscritto, hanno contribuito con circa 2000 post alla crescita qualitativa e quantitativa del tuo gruppo. Quei post, che ti sei trovato bell’e pronti, costituiscono l’80% (malcontato) del materiale che avevi sul gruppo fino a Giugno di quest’anno e coprono un arco di anni che va dal 1888 (fondazione del Germania Berlino, prima società tedesca) ai giorni nostri, trattando ogni sorta di personaggio, statistica e torneo. Senza contare le rubriche giornaliere come “Spieler Des Tages” e le serie estemporanee, come “Tedeschi Contro” o “I Grandi Derby Di Germania”. E cito solo quelle che curavo io perché se dovessi aggiungere quelle di Gra (500 post solo di “Una partita, un personaggio” o tutti i meravigliosi editoriali del Prince sulla giornata di Bundesliga la sproporzione diventerebbe imbarazzante. Non dovrò io farti notare che oggi, non avendo più a disposizione questi contenuti, i post sul tuo gruppo sono diminuiti notevolmente e in quanto a qualità ed approfondimento lascio a te il giudizio, certo della tua obiettività.
    Gra ha preferito rimuovere i suoi post, io e Prince non l’abbiamo fatto ma sentirci liquidare come “scismatici” dopo che ti abbiamo lasciato un’enciclopedia sul gruppo mi sembra un po’ riduttivo.
    Già che scrivo, vorrei anche precisare i motivi dello scisma: hai considerato le lamentele di chi al gruppo contribuiva in maniera risibile, o non contribuiva affatto, per presunte battute o discussioni che – è bene ricordarlo – non sono mai uscite dalle regole non scritte della buona educazione, e pur avendoci nominati amministratori volevi prendere da solo le decisioni riguardanti la gestione del gruppo, il che, essendo tu il fondatore, è più che lecito però in quel caso non vedo l’utilità di avvalerti di altri amministratori.
    Forse non siamo noi a prenderci troppo sul serio.
    Sei una penna brillante, Guido, è innegabile, e ricambio sinceramente i tuoi auguri, anche per trovare quei collaboratori che – mi hanno detto – cercavi tempo fa con un annuncio, ma per onestà nei confronti di chi legge ho ritenuto di dover precisare quanto sopra.

    Federico Belfiore (fondatore di FUSSBALL, BITTE!)

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Mario Kempes racconta i Mondiali 1978

Paolo Valenti

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Mario Kempes fu l’eroe della nazionale argentina che nel 1978 conquistò il suo primo titolo mondiale, trascinando l’Albiceleste nella seconda fase del torneo. Oggi apprezzato commentatore della ESPN latinoamericana, Kempes ci ha rilasciato questa intervista esclusiva, nella quale ricorda l’atmosfera che si respirava nel giugno del 1978 all’interno della Seleccion di Menotti.

Mario, sai che prima del Mundial in Argentina alcuni non volevano che in nazionale andassero i calciatori che giocavano all’estero. Eri disturbato da quelle affermazioni?

No, non mi dava fastidio. In nazionale eravamo solo in tre a giocare all’estero, quindi non si può certo dire che l’Argentina avesse un numero esagerato di “stranieri”.

Qual era la squadra che temevate di più all’inizio di quel mondiale?

Temere nessuna. Direi più che altro che portavamo rispetto verso molte di quelle che avevamo avuto modo di veder giocare. Noi eravamo dei “novizi” in quel mondiale, nonostante qualcuno avesse già giocato in Germania nel 1974.

Quali furono i meriti di Luis Menotti?

Io credo che Menotti abbia dovuto fare un gran lavoro per far capire alla gente che quella era la selezione migliore, nonostante nelle sette partite che facemmo non si vide un gran gioco. Quella era la formazione più equilibrata e alla fine lui riuscì a trovare il tipo di gioco che cercava.

Nonostante la pressione che da un mondiale, riuscivate a scherzare, a trovare dei momento di svago?

Eravamo una squadra con molta meno esperienza di altre per cui non ci fu molto spazio per le risate. Tra un allenamento, la partita, il risposo dopo una partita e poi ancora l’allenamento successivo non ci fu materialmente il tempo per gli scherzi.

Dopo la morte del fratello, come riuscì Luque a ritrovare la voglia di giocare con voi?

Tra l’appoggio che gli assicurammo noi e la grande forza interiore che aveva, Leopoldo riuscì a superare il lutto e a concentrarsi sul mondiale.

Bertoni, in un’intervista rilasciata poche settimane prima del mondiale, disse che aveva sognato di fare il gol decisivo nella finale. Era un aneddoto che aveva raccontato anche a voi?

Io non sapevo di quell’intervista perché allora non vivevo in Argentina, però pare che andò proprio così e che la sua “visione” spettacolare divenne realtà.

Cosa pensasti quando l’Olanda prese il palo al 90°?

Non avemmo modo di pensare a nulla visto che il tempo che intercorse tra il tiro e il momento in cui il pallone colpì il palo durò solo decimi di secondo. Fu come festeggiare un goal: per quello servono quarantacinque secondi mentre per festeggiare un palo avversario ne bastano dieci.

Cosa sarebbe successo se quel pallone fosse entrato? Sarebbe cambiato qualcosa anche dal punto di vista politico-sociale?

Io credo che il problema della vittoria dell’Olanda sarebbe stato unicamente sportivo, socialmente e politicamente non sarebbe cambiato nulla. Quello che sarebbe davvero cambiato è che noi adesso non saremmo qui a fare questa intervista.

Cosa daresti per rivivere quella notte?

Purtroppo non sono cose che si possono ripetere. Però credo che aver giocato la finale di un mondiale, averla vinta per l’Argentina ed aver segnato due gol, tutto in una sola notte, sia più che sufficiente!

Aveva un segreto la vostra nazionale?

Ci sarebbero molte cose di cui potrei parlare, però credo che fu importante per noi argentini rimanere concentrati solo sul futbol, parlare tutto il giorno solo di quello. In quel modo diventammo sempre più forti e credemmo sempre di più nel gruppo. Certo, l’eventualità della sconfitta rimaneva ma noi beneficiammo molto di quella “concentrazione”, tanto da diventare campioni.

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Lazio, l’amarezza di una sera non cancella il valore di una stagione

Tommaso Nelli

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Sulla spiaggia lascia sempre qualcosa, la mareggiata. Detriti e bellezze, monili e chincaglierie. Da esaminare con attenzione, non appena le onde si placano. Per capire cosa tenere e cosa no. Vale anche per l’immaginario arenile di Formello. Dove se è comprensibile l’amarezza per la mancata qualificazione alla Champions League, sarebbe ora insensato trascurare i tesori depositati dai dieci mesi di una tempesta quasi perfetta.

A cominciare dalla Supercoppa Italiana, quarta della storia e seconda dell’era Lotito, vinta lo scorso agosto, al 93’, contro la Juventus, in un 3-2 cuore e orgoglio. Proprio il confronto con i bianconeri (sette scudetti e quattro coppe Italia consecutive) è la seconda perla del forziere biancoceleste. Perché la Lazio è stata l’unica, fra Italia ed Europa, ad averli battuti due volte (2-1 a Torino, con rigore respinto da Strakosha a Dybala al 97’). Nemmeno il Real Madrid c’è riuscito. Tra i gioielli, anche il miglior attacco della Serie-A (89 reti, 2.34 a partita), Immobile capocannoniere (29 gol), ma, soprattutto, una stagione da protagonista quando il copione iniziale aveva scritturato un ruolo da comparsa. Perché dei 28,9 milioni sborsati durante l’estate 2017, 11,5 erano andati per Pedro Neto e Bruno Jordão, lusitani freschi maggiorenni spediti a maturare in “Primavera”. Il restante budget perlopiù tra Marusic, pescato nella “Jupiler Pro League” (Serie-A belga) ma ben presto titolare, e Lucas Leiva, giunto dal Liverpool tra lo scetticismo generale salvo far dimenticare, in meno di un mese, quel Biglia ceduto per 17 milioni al Milan. Che ne aveva spesi ben 194 per arrivare sesto, a otto punti dai capitolini, senza mai lottare per quella Champions League suo obiettivo dichiarato e per la quale la Lazio ha invece combattuto fino a dieci minuti dalla fine del campionato. Con grinta e con ardore, sconfinando dalla normalità che l’avrebbe voluta alla periferia dell’empireo nell’eccezionalità di poterlo abitare. Una sfida che ha visto un club a dimensione economica locale fare leva sullo spessore umano dei suoi atleti per battersi alla pari contro società alimentate da capitali asiatici e americani. Una sfida che ha restituito al calcio una vena di romanticismo.

E aver generato sentimento e passione è un’altra gemma dell’annata laziale. Merito di una squadra che mai si è risparmiata, andando a volte anche oltre le proprie possibilità, e che ha sempre espresso un calcio spumeggiante. Dove ha brillato Luis Alberto, oggetto misterioso fino a dodici mesi fa, come sagace raccordo tra Immobile e il centrocampo; dove si è esaltato un futuro campione come Milinkovic-Savic; dove è stato lanciato un giovane d’avvenire come Luis Felipe. Alla prima stagione della carriera su tre fronti, Simone Inzaghi ha superato l’esame con ottimi voti. Perché la Lazio ha reso sia in campionato (terminato a pari punti con l’Inter che aveva annunciato aspettative di “Grande Europa” e a “-5” dalla Roma semifinalista di Champions), sia nelle coppe: semifinale di coppa Italia persa al settimo rigore e quarti di finale di Europa League, la migliore italiana di una manifestazione che prosciuga energie perché si gioca il giovedì sera, spesso in luoghi lontani (Kiev) o senza aeroporto (tipo Arnhem o Waregem). Tra i pregi del tecnico piacentino, aver tirato fuori il massimo da tutto il gruppo e averlo tenuto unito, recuperando un Felipe Anderson che in inverno, dopo qualche panchina di troppo, sembrava prossimo alla rottura.

Proprio il brasiliano è la chiave per aprire il baule delle chincaglierie. Dove si trova una rosa con un grosso limite per avere ambizioni in tre competizioni: l’ampia distanza, in termini di qualità, tra i titolari e le alternative.  A parte Felipe Anderson, unico alla pari della formazione maggiormente impiegata, soltanto Caceres, arrivato però a gennaio, Murgia e Lukaku si sono dimostrati all’altezza della situazione. Troppo poco per affrontare 55 partite (1,5 a settimana), impegni con le nazionali esclusi. Lucas Leiva, di fatto, non ha avuto un sostituto, perché il designato, Di Gennaro, causa anche problemi muscolari, ha disputato poco meno di 200 minuti. Anche Strakosha ha rifiatato soltanto in due occasioni. Un’inezia per un portiere del frenetico calcio odierno. Infine, sarebbe occorso anche un sostituto tecnico di Immobile. Perché Caicedo è sì un centravanti, ma di posizione, che non attacca lo spazio in velocità. Nani, invece, una seconda punta.

Dalla qualità alla mentalità. Altro limite. Alla Lazio è mancato il colpo dello scorpione, cioè saper iniettare all’avversario il veleno nel momento decisivo. A Salisburgo, sullo 0-1, fallì il raddoppio con Luis Alberto e poi crollò, subendo 3 gol in 6 minuti. Contro il Milan, in semifinale di coppa Italia, ai rigori, sull’1-0, per due volte non approfittò delle parate di Strakosha sui tiri di Rodriguez e Montolivo. In campionato, ha raccolto appena 2 punti all’Olimpico contro avversari alla sua portata come Spal, Bologna e Genoa, sprecando l’impossibile nel match-ball contro un Crotone poi retrocesso. La Champions League doveva arrivare dalle rive dello Ionio, senza aspettare un’ultima partita nella quale la motivazione del “Grande Traguardo”, ottimo omeopatico contro la stanchezza (vedi successi di fila contro Fiorentina, Samp e Torino), è stata insufficiente per stringere i denti anche nel quarto d’ora finale. Dove, al contrario, la squadra, come a Salisburgo, ha perso lucidità ed è andata in tilt al cospetto di un Inter tutt’altro che irresistibile. Da Strakosha a capitan Lulic, da De Vrij a Inzaghi: perché, sapendo d’Immobile autonomo per massimo 70’, non ha inserito Caicedo invece di chiudere senza punte di ruolo? E perché non la grintosa esperienza di Caceres, bensì Bastos, per Radu?

Nel quarto posto annegato tra gli ultimi flutti, anche più di un errore arbitrale a sfavore. Come il gol di mano di Cutrone nella sconfitta di San Siro o i calci di rigore non dati a Immobile (contro il Torino e a Cagliari) e a Lucas Leiva (contro la Juventus, all’Olimpico, sullo 0-0). Episodi che, più che sulla bontà del Var, portano a chiedersi come tanta solare visibilità sia potuta sfuggire all’occhio umano.

Dal recente passato al prossimo futuro. Dal tramonto di questa stagione la Lazio dovrà conservare il raggio verde funzionale alla nuova alba: ovvero quel felice connubio di solidarietà e spensieratezza tra giocatori e staff tecnico che l’ha spinta fino alle colonne d’Ercole del sogno. Senza di esso in uno spogliatoio sono inutili anche i migliori calciatori al mondo. Quindi scegliere prima la persona del giocatore. Perché, come scrisse Sallustio nel Bellum Iugurthinum, Concordie parvae res crescunt, discordie maximae dilabantur” (Nella concordia le piccole cose crescono, nella discordia le più grandi svaniscono). E dalle parti di Formello gli antichi hanno sempre esercitato un certo fascino.

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Giornata della Diversità: Rifugiati FC, l’Altra Faccia (Sportiva) dell’America

Paolo Valenti

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Per la Giornata Mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo che si celebra oggi, vi raccontiamo la storia di una scuola calcio negli Stati Uniti che ha capito che il mondo non è di un colore solo.

Tempo fa, passeggiando davanti alla libreria di casa, mi è capitato di incrociare lo sguardo sul dorso di un libro che avevo letto una decina d’anni fa: Rifugiati Football Club, scritto dal giornalista Warren St. John, al tempo reporter del New York Times. Georgia on my mind mi è venuto da pensare. Perché? Perché, proprio come l’episodio che ha coinvolto Donald Trump alla Mercedes Benz Arena lo scorso Gennaio, anche la storia vera narrata nel libro è ambientata in questo stato del sud degli Stati Uniti. Non ad Atlanta bensì a Clarkston, cittadina a una quindicina di miglia di distanza dalla capitale, nella quale Luma Mufleh, una donna giordana dal carattere adamantino, fondò la squadra dei Fugees, i rifugiati, nel giugno del 2004.

Da quattordici anni Clarkston era diventata un centro di accoglienza designato dalle organizzazioni internazionali per rifugiati, i quali si ritrovavano lì a dover inventare un futuro dignitoso per le loro vite. Come in ogni sradicamento, l’integrazione era il più grande problema da risolvere. Non solo nel paese di accoglienza ma anche nel contesto di relazione tra rifugiati che, provenienti dai luoghi più disparati, erano espressione di usanze e culture spesso in rotta di collisione. In un tessuto sociale così articolato e fragile, il carattere determinato e l’inclinazione all’impegno di Luma Mufleh trovarono nel calcio un potente strumento di condivisione delle uguaglianze e rispetto delle differenze che convinse i ragazzi a seguire regole spesso difficili da accettare per giovani alla ricerca di identità e speranza nel futuro: rinunciare al fumo e all’alcool, rispettare gli orari e l’allenatore, profondere sempre il massimo impegno. Regole di buon comportamento da seguire anche fuori dal campo di gioco per non perdersi nelle insidie della vita di chi è povero e straniero.


E’ così che ragazzi originari di Etiopia, Sudan, Liberia, Bosnia, Somalia, Congo, Iraq, Afghanistan (paesi che, presumibilmente, rientrano nella presunta definizione “shithole” per cui  Trump si sarebbe nuovamente, maldestramente accaparrato i titoli di apertura dei giornali degli ultimi giorni) hanno trovano una via per raggiungere i loro scopi. Una storia vera che mostra quel volto dell’America che oggi i media non riescono a riportare, travolti dalle continue escursioni nel campo della tracotanza di un Presidente che probabilmente la storia ricorderà come uno degli sbagli più grossi generati dalla democrazia americana. Un racconto che aiuta a svelare il volto più nobile dell’America, fatto di valori positivi e di speranza nel futuro che rende gli Stati Uniti non tanto un luogo geografico quanto, soprattutto, uno spazio nascosto nel cuore di ogni persona. Ed è rasserenante pensare che di questi valori lo sport, il calcio in questo frangente, sia riuscito a farsi strumento di traduzione nel quotidiano. Un calcio lontano anni luce dal carrozzone multimilionario che riempie i palinsesti delle televisioni di tutto il mondo ma che di quel carrozzone rimane pilastro fondamentale senza il quale tutto verrebbe a cadere. Un calcio capace di rispondere coi valori dello sport alle inevitabili difficoltà della convivenza tra popolazioni diverse, in grado di dare una risposta concreta alle sterili dichiarazioni di politici chiusi in una visione ottusa della realtà.

Una storia di sport, quella di Luma Mufleh, che è continuata negli anni diventando storia di speranza per tante giovani vite sopravvissute alla guerra: la sua organizzazione no profit Fugees Family (www.fugeesfamily.org) gestisce tutt’oggi programmi di scuola calcio e assistenza all’istruzione destinati a bambini rifugiati provenienti dalle più disparate nazioni. A dimostrazione che il calcio vero non si gioca a Stamford Bridge o al Santiago Bernabeu ma in ogni angolo del mondo dove è capace di generare felicità e speranza.

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