Nel tempo della nuova Guerra Fredda, in cui il vento della contrapposizione tra la Russia e l’Occidente (USA in primis) è tornato a soffiare sulla geopolitica internazionale, le vecchie logiche imperanti in passato che sembravano esser state chiuse nel cassetto della Storia a tempo indeterminato tornano a fare capolino nella realtà quotidiana, e contribuiscono alla distorsione di una situazione già palesemente incerta e tesa. La Russia è oggetto di una contrapposizione artificiosamente gonfiata ad opera di paesi che ha sempre considerato come partner primari dopo il crollo dell’Unione Sovietica e che, tuttavia, non hanno mai voluto accettare la rinascita della potenza di Mosca seguita al drammatico default del 1998 e accelerata dall’ascesa al potere di Vladimir Putin. Contro la Federazione Russa e le sue scelte politiche, interne ed internazionali, i toni sono stati negli ultimi anni asprissimi, e se i governi europei si sono sin dall’inizio genuflessi alle volontà gradite oltre Atlantico, dimostrando la vuotezza della politica estera continentale attraverso l’applicazione delle deleterie sanzioni economiche a seguito della crisi ucraina, a livello più generale la contrapposizione tra i due schieramenti ha raggiunto livelli di asprezza rimasti ignoti negli ultimi decenni.

Il mondo dello sport non ha fatto eccezione, ed è divenuto a più riprese parte della rivalità geopolitica, sebbene rispetto al passato si sia verificata un’inversione di tendenza riferibile alla diversa natura che la contesa ha assunto: ai tempi della Guerra Fredda, infatti, i due blocchi proiettavano nell’agone la loro rivalità, vedendo nella supremazia competitiva una maniera indiretta per affermare la superiorità del proprio sistema alla stregua di quanto succedeva in tutti gli altri settori della cultura e della società, oggetti di una naturale tendenza alla polarizzazione (Lev contro Dick nella scrittura fantascientifica; Soyuz contro Apollo nella corsa allo spazio, e così via). La questione sportiva divenne politica solamente nel momento in cui furono i governi a renderla tale, ovverosia a seguito della decisione americana di boicottare le Olimpiadi di Mosca del 1980, cui fece seguito la risposta analoga dei paesi comunisti nei confronti dei Giochi di Los Angeles del 1984. Oggigiorno, invece, il mondo dello sport è usato deliberatamente come arma d’offesa; e a brandirlo è il campo occidentale, che acuisce la sua deleteria condotta nei confronti di Mosca contribuendo a tentare di colpire ai fianchi la Russia sfruttando alcune endemiche difficoltà vissute dal suo mondo sportivo.

Prendendo le mosse dai ripetuti scandali doping che hanno imperversato sullo sport russo negli ultimi mesi, grandi testate giornalistiche come il New York Times hanno contribuito a creare un clima di esacerbata tensione, tentando a partire dallo scorso autunno di portare il governo russo del presidente Putin nel bel mezzo della bufera scatenatasi in primo luogo sull’atletica russa a partire dallo scorso mese di ottobre; la squalifica incondizionata degli atleti russi gareggianti sotto l’egida dell’IAAF dagli imminenti Giochi Olimpici di Rio de Janeiro appare come una scelta avventata, sebbene un parziale passo indietro del Cio, volta a colpevolizzare un sistema intero prima ancora che a scoprirne le mele marce interne e destinata dunque a destabilizzare gli sforzi per la prevenzione del doping messi in atto dal ministero dello Sport russo a partire dalla deflagrazione degli ultimi casi. La decisione dell’IAAF è al tempo stesso pungente e sottile: secondo quanto riporta Russia Today, infatti, il bando non avrà effetto su quegli atleti che saranno capaci di dimostrare di non aver mai assunto sostanze dopanti negli ultimi mesi. Qualsiasi retaggio di metodo investigativo è assente nel metodo utilizzato dall’IAAF per indagare sui casi doping in Russia: la federazione ha preferito colpevolizzare in partenza l’intero sistema dell’atletica russa e, di conseguenza, le autorità competenti sulla sua sorveglianza piuttosto che analizzare lo spettro dei singoli casi. Colpevoli in quanto russi sino a prova contraria, in poche parole: questo il verdetto di una federazione internazionale prestatasi al gioco ambiguo condotto contro la Russia in questi ultimi anni, che sul piano sportivo è stato rafforzato negli ultimi giorni dalle parole dell’ex capo del Laboratorio Anti-Doping di Mosca, Grigory Rodchenkov, il quale proprio nel pieno delle tensioni legate al conflitto tra IAAF e Federazione Russa ha rilasciato una dichiarazione al sempre solerte New York Times nella quale non ha esitato ad alzare ulteriormente i toni della conflittualità, parlando addirittura di un programma di doping di Stato portato avanti dalla Russia durante i Giochi Olimpici invernali di Sochi del 2014. Le affermazioni di Rodchenkov vanno prese assolutamente con le pinze, dato che a parlare è un uomo travolto in prima persona dai precedenti casi doping ed espatriato per evitare di affrontare i procedimenti giudiziari e le incriminazioni gravanti sulla sua persona, ora aggravate dall’accusa di diffamazione lanciata nei suoi confronti da parte del ministro dello Sport Vitaly Mutko.

Sommando la battaglia politico-sportiva sul doping alla strumentalizzazione delle deplorevoli violenze compiute da poche centinaia di scalmanati hooligans russi a Marsiglia prima e dopo la sfida tra la loro squadra e l’Inghilterra, assolutamente enfatizzate rispetto ad analoghi episodi di cui si sono resi protagonisti facinorosi di altre nazionalità, e alle continue critiche sull’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2018, assegnati alla Russia nel 2011, si possono cogliere le reali dimensioni di un attacco a tenaglia senza precedenti nella lunga storia della geopolitica dello sport.

Sebbene siano innegabili alcune disfunzioni interne al sistema sportivo russo, sia evidente come il doping nel mondo dell’atletica locale rappresenti un problema rilevante e il problema della violenza negli stadi risulti ora più che mai attuale, è chiaro che rovesciare la prospettiva e accusare un intero sistema, assieme al sovrastante apparato politico, di complicità e favoreggiamento rappresenti una mossa palesemente controproducente ed errata. I dirigenti delle federazioni internazionali hanno messo le loro decisioni e la loro influenza al servizio di una strategia deplorevole volta al reiterato ostracismo nei confronti di un paese colpito più volte da manovre del genere, che hanno pregiudicato in pochi anni gli sforzi compiuti in un quindicennio di normalizzazione delle relazioni tra la Russia e l’Occidente dal punto di vista diplomatico, politico ed economico. Si tratta di una contrapposizione deleteria e anacronistica che risulta controproducente per entrambe le parti e rischia di pregiudicare gli esiti di battaglie comuni in cui la collaborazione tra la Russia, l’Occidente e il resto del mondo è ora più che mai essenziale, dal contenimento del terrorismo internazionale alla lotta per limitare i cambiamenti climatici.

Utilizzare lo sport come mezzo di pressione politica e arma di propaganda è da sempre deleterio; l’unica scelta logica da prendere sarebbe l’instaurazione di un supporto al mondo sportivo russo volto alla risoluzione dei suoi problemi interni, contro i quali esso è stato lasciato completamente da solo a causa della rigidità di organizzazioni ora più che mai colpevoli di miopia e scarsa visione strategica.

bannerrussia

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