Febbraio 1949: Valentino Mazzola, capitano del Torino con Francisco Ferreira, capitano del Benfica stipularono un accordo: il portoghese avrebbe chiuso la carriera con una partita d’esibizione contro il Torino, il 3 maggio 1949 a Lisbona. Per la cronaca, la partita finisce 4-3 per il Benfica. Il Torino schiera: Bacigalupo, Ballarin, Martelli; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola e Orsola. Una squadra capace di vincere 5 campionati, di cui 4 consecutivi, in 7 anni. L’allenatore di questa corazzata è Felice Borel: un fantastico visionario, tra i primi a schierare la squadra con il “sistema”: gli undici sono disposti in campo con lo schema WM. Un sistema di gioco destinato a rivoluzionare il calcio e il “metodo”.

Il Toro, quel Toro, è una squadra leggendaria, che esprime la propria forza in totale coinvolgimento con il proprio pubblico. Come un’orchestra. Note di calcio, al “Filadelfia”, dove si fondono musica e poesia, quintessenza del “quarto d’ora granata”…. Già, il “quarto d’ora granata”. Capita, a volte, che, di fronte ad un avversario inferiore, il Toro si impigrisca. E giochicchi al di sotto delle sue potenzialità. Ed allora, parte un triplice squillo di tromba dalle tribune. É il segnale. In quel preciso momento,Valentino Mazzola, il capitano, si rimbocca le maniche. I compagni capiscono e annuiscono. Borel sorride. É il momento di cambiare ritmo. E di stravincere. Proprio così il Toro, il 28 aprile 1946, supera 7-0 contro la Roma, realizzando la goleada in un quarto d’ora. Il 4 maggio del 1949 il Grande Torino domina il campionato: ha quattro punti di vantaggio sull’Inter, seconda in classifica. Lo scudetto (la vittoria, nel 1949, vale due punti) è solo una questione aritmetica. É il quinto consecutivo, un record. La vittoria è in tasca. Talmente certa, che la squadra può permettersi di giocare quella amichevole infrasettimanale a Lisbona. Il Benfica sceglie il Torino proprio perchè, contro i granata, il pienone è garantito. E in effetti, quel 3 maggio c’è il tutto esaurito: 40mila persone, ignare, di assistere all’ultima esibizione del Grande Torino.

Il 4 maggio 1949, il trimotore, un fiat G 212, su cui viaggia la squadra inizia la procedura di atterraggio. 2000 metri di altezza. Piove, c’è scarsa visibilità. Un pomeriggio come tanti. Solo un po’ burrascoso. Per questo, il pilota, con l’aiuto radio, comunica le coordinate per allinearsi alla pista. 16.58 “Siamo a Savona, tagliamo su Superga”. 17:02. Meglio chiedere anche il bollettino meteorologico. Risposta: “Nebulosità intensa, raffiche di pioggia, visibilità scarsa, nubi 500 metri”. 17:03. L’aereo trasmette: “Ricevuto, sta bene, grazie mille”. E’ l’ultimo messaggio. L’aereo non viaggia a 2000 metri, come recitano le lancette rinvenute nel cruscotto. Nè sorvola la Basilica. No. Per niente. Alle 17.04 la torre di controllo perde i contatti con l’aereo. Non risponde. Non può. Il volo con a bordo il Grande Torino si è schiantato, alle 17.05, contro la parete della Basilica di Superga: 31 persone a bordo, nessun superstite. Torino ha percepito il dramma, ma non chi ne è coinvolto: il primo testimone è chi ha sentito il rombo, poi il rumore, infine il tonfo. È Don Tancredi Ricca, il parroco della Basilica. É il primo a percepire i contorni del dramma. Non gli resta che pregare. E a chi corre disperato verso il colle, non bastano le lacrime. Copiose. Si piange, aldilà dei colori, una squadra che aveva unito e inorgoglito un’Italia divisa a brandelli nel primo dopoguerra. Il Toro, non era una squadra di calcio: piuttosto un simbolo della meglio gioventù. Una filastrocca da raccontare ai bambini prima di dormire. Una favola di uomini forti, leali, onesti. Puliti. 68 anni dopo, la filastrocca dei nostri nonni è ancora poesia: Bacigalupo, Ballarin, Martelli; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola e Orsola. Buonanotte, Grande Torino. I grandi eroi non muoiono mai

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