Sicurezza e diritti umani. Il lungo weekend di Baku, Azerbaijan, sede del Gran Premio d’Europa lo scorso anno, è destinato a far discutere.

Capitolo sicurezza: quanto accaduto dopo le prove libere, certifica i dubbi dei piloti. Il circuito, per certi versi, è unico nel suo genere. La carreggiata è larghissima nei rettilinei, ma si restringe sino a trasformarsi in un budello nella parte guidata. Le monoposto si insinuano fra finestre, balconi e  torri del castello. Suggestivo, ma non esattamente un bel vedere per chi deve sfiorare, su una monoposto, mura e terrazzini. Servirebbe, forse, un maggiore compromesso fra le velocità di punta elevate (fino ai 350 km/H) e i settori che impongono un’andatura da ora di punta nel traffico di una qualsiasi tangenziale.  Attenzione anche alle assenze di via di fuga. James Button (non a torto) lo scorso anno individuò nelle curve 3, 7 e 14 che è di fronte a un muro (!) , possibili tagliole.  Herman Tilke, “architetto del circus” si difende richiamando Baku agli ovali americani: traiettorie regolari e muretti morbidi. Bisognerebbe chiedere a Perez quanto sia morbida la torre di un castello

Altrettanto scottante, la situazione politica interna del paese ospitante: in Azerbaijan, business e diritti umani viaggiano su binari paralleli, destinati a non incontrarsi mai. Bernie Ecclestone a suo tempo, nel 2014, ha portato il circus in un paese dove oggettivamente la democrazia è poco più di un optional. Situazione più o meno paragonabile alla F1. Non a caso l’ormai ex “grande capo” definì l’Azerbaijan un luogo assolutamente vivibile. La gente gli sembrava felice. Come lo stabilì, visto che è quasi impossibile intervistare qualcuno, è un mistero. Cosi come è perlomeno curioso che un paese democratico, dal 1993, sia ininterrottamente nelle mani della famiglia Aliyev. Nel nome del padre Heydar e del figlio Hylam. Accomunati, secondo l’organizzazione “Human right Watch”, da una forte repressione della libertà di pensiero e cronaca. Nel mirino, la comunità giornalistica indipendente: blogger, attivisti e freelance. Un centinaio di prigionieri politici. Questioni che non sembrano interessare la F1, troppo presa da sé stessa. Si corre, indifferenti al pericolo, ai diritti umani e alla sicurezza. Lunedì qui non ci sarà più nessuno e tutto tornerà come prima.

 

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