GP del Messico terzultimo atto del mondiale in un autodromo del tutto particolare. Quasi un unicum per la F1. Si corre a 2300 metri sul mare, in un parco di Mexico City.  4304 metri in un alto tasso di umidità, da percorrere per 71 volte su un asfalto particolarmente freddo dove tuttavia si toccano picchi altissimi: lo scorso anno, Vettel spinse la sua Ferrari sino a 366 km/h. Circuito veloce quanto impegnativo: ottima trazione e aderenza meccanica necessaria nei curvoni veloci.

Occhio alla rarefazione fattore discriminante per l’aerodinamica, freni e motori: il raffreddamento delle power unit e dei freni è complicato, quindi le monoposto dovranno essere rivisitate, come se si corresse in ambienti torridi. Resta però da trovare il compromesso con l’aderenza. La minore densità dell’aria offre meno resistenza all’avanzamento. Di conseguenza le frenate sono molto più violente: “arrostiscono” l’impianto provocandone spesso il surriscaldamento, generato anche dalle difficoltà climatiche.

Prima parte velocissima: si toccano i 360 km orari e violenta staccata (133kg sul pedale del freno) con un picco di decelerazione di 5.2G. Si rallenta sino a 102 km/h per affrontare la 1 a destra, che forma un “S” con la 2 e la 3 prima di affrontare novamente tutti i cavalli in rettilineo che porta alla staccata della 4, una sinistra da affrontare passando dai 320 ai 90 Km/h (5G, 127 Kg di frenata). La 4 e la 5 formano la sequenza più  impegnativa per la meccanica. Occorre grip. La 6 è un tornante che richiede trazione. Quindi una nuova serie di “S” dalla 7 alla 11 tutto da percorrere a velocità crescente. Si arriva ai 312 km/h per affrontare la discesa che porta all’ultimo settore: il più lento, tipico da motodrome, sinistra a 13, allungo alla 14 secca a destra, 15 destra/sinistra verso la 16 secca e lenta da 92 km/h. Da qui si spinge a tutto gas sulla “Peraltada” la parabolica che ricorda Monza e avvia lungo il rettilineo principale. Un circuito poco decifrabile, che potrebbe riservare sorprese.

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