Febbre alle stelle sull’utilizzo del VAR in serie A. Accese discussioni sono nate nuovamente all’Olimpico, questa volta con la Roma protagonista, mentre il turno precedente era stata Lazio-Torino a sollevare polemiche e discussioni. Un rigore assegnato ribalta la decisione dell’arbitro non solo di non concederlo ma, addirittura, di ammonire per simulazione l’attaccante caduto in piena area di rigore, mentre un braccio del marcatore che accompagna in gol il pallone non è ritenuto determinante per procedere ad annullarlo. Situazioni diverse che, in ogni caso, danno spunti per svolgere un primo bilancio sugli effetti del VAR sulle scelte arbitrali a quattro mesi dall’inizio della Serie A.

Partiamo dai dati. A fine ottobre, dopo due mesi pieni di campionato, le decisioni prese a seguito della consultazione del VAR risultavano esatte per circa il 90% dei casi. Qualcosa continua a sfuggire, o meglio, a non essere risolvibile con l’utilizzo della tecnologia. L’episodio del gol di Fazio lo certifica: qualità delle immagini, dinamica dell’azione e regolamento hanno fatto sì che la decisione dell’arbitro non cambiasse anche successivamente alla visione delle riprese rallentate. Ma è stato un caso limite, difficilissimo da valutare. Prova ne sono le diverse opinioni sostenute dagli addetti ai lavori che, avendo rivisto in televisione decine di volte l’azione, hanno sostenuto posizioni diverse. Nella gran maggioranza dei casi le scelte delle ex giacchette nere in merito, soprattutto, a espulsioni e valutazioni sul fuorigioco sono state correttamente sorrette dalle immagini consultabili a bordo campo.


E’ possibile sostenere che una percentuale così elevata di efficacia positiva sulle decisioni arbitrali non possa che portare giovamento allo sviluppo corretto del gioco nell’arco dell’intero campionato. A questo dato, in ogni caso, una buona parte dell’opinione pubblica è ancora impermeabile. Forse perché le aspettative sull’utilizzo del VAR erano troppo elevate (è impossibile pensare di poter ridurre a zero il margine di errori arbitrali) o semplicemente perché è difficile assorbire velocemente le novità in un mondo costituzionalmente conservatore come quello del calcio. A chi è ancora refrattario, gioverebbe ricordare il valore delle statistiche positive e il fatto che, nonostante taluni (calciatori e allenatori in primis: ricordate le dichiarazioni di Buffon a inizio campionato?) affermassero che fermare le partite per verificare le immagini snaturasse lo spirito del gioco, l’attesa della decisione definitiva crea una suspense in campo, sugli spalti e in televisione prima sconosciuta, che aumenta la spettacolarità delle partite.

Tra gli effetti positivi dell’utilizzo del VAR è da segnalare anche la riduzione delle proteste in campo: dopo la decisione presa a seguito del controllo delle immagini, i giocatori si sentono più garantiti in merito alla correttezza delle decisioni o, se colpevoli, impossibilitati a controbattere le scelte dell’arbitro con argomentazioni sostenibili. Atteggiamenti non in linea (come, riportando un esempio piuttosto recente, le proteste di De Rossi dopo l’espulsione in Genoa-Roma) rientrano nella casistica dell’eccezione.
Certo, tutto è migliorabile. Il 2017-18 era comunque previsto come un campionato pilota grazie al quale, sulla base delle esperienze accumulate, poter ottimizzare l’utilizzo del nuovo strumento. Qualche suggerimento? Lasciare ai capitani delle squadre in campo il potere di chiedere il ricorso al VAR per un numero limitato di interventi a partita. Garantirebbe agli arbitri di mantenere il controllo della gara senza dover sentire il peso psicologico dell’overrule  dei colleghi posizionati davanti al video che può minare la certezza delle loro decisioni. E, per evitare abusi, sarebbe anche importante l’introduzione del tempo effettivo affinché il ricorso al VAR non venga utilizzato per perdere tempo prezioso nei minuti finali di una partita. Ma qui si aprirebbe un nuovo capitolo che al momento non siamo ancora pronti a leggere.

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