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Pugilato

Gleason’s Gym, il tempio newyorkese della Boxe Mondiale pronto a conquistare l’Italia

Fabrizio Rostelli

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Intervista ai protagonisti Bruce Silverglade, Alessio Lucciarini, Michele Carpinelli e Paulie Malignaggi

Sabato 9 Settembre non si è svolto nessun incontro pugilistico di rilievo ma è stata ugualmente una giornata storica per la boxe italiana. A Campagnano di Roma, presso l’autodromo di Vallelunga, è stata infatti inaugurata la prima sede italiana della Gleason’s Gym, la leggendaria palestra di pugilato di New York che ha sfornato ben 134 campioni del mondo. Gli amanti della noble art non avrebbero bisogno di presentazioni poiché la considerano semplicemente il tempio della boxe.

La storia inizia nel 1937, nel Bronx, quando il pugile e tassista italiano Peter Robert Gagliardi decise di aprire una palestra in una zona chiamata The Hub, frequentata prevalentemente da irlandesi. C’erano già la Stillman’s Gym e la Old Garden ma Gagliardi voleva un posto tutto suo dove allenare. A causa della rivalità con gli irlandesi e per la posizione assunta dall’Italia durante la guerra, gli italiani non erano ben visti negli Stati Uniti, per questi motivi Gagliardi decise di cambiare il suo nome in Gleason, prendendo spunto da un suo pugile che si chiamava così. Da quel momento la palestra venne ribattezzata Bobby Gleason Gym. I ragazzi si allenavano per 2 dollari al mese ma venivano seguiti da alcuni dei migliori allenatori del tempo: Patty Colovito, Freddie Brown, Charlie Galeta e Chickie Ferrara contribuirono a costruire la reputazione della Gleason. Nel giro di pochi anni arrivò anche la fama perché lì si allenava Jake LaMotta, il Toro del Bronx, che nel 1949 conquistò il titolo mondiale. Dopo di lui ne arrivarono molti altri. Roberto Duran (Manos de Piedra), Iran Barkley, Vito Antuofermo (che abbiamo intervistato), Pipino Cuevas, Arturo Gatti, Muhammad Ali (in vista dell’incontro con Sonny Liston), Mike Tyson sono solo alcuni dei campioni che si sono formati alla Gleason.

Torniamo ai giorni nostri. Grazie all’intuizione e al coraggio dei tecnici Alessio Lucciarini e Michele Carpinelli, della ASD Campagnano Boxing Team, la palestra fondata da Gagliardi avrà anche una sede a Roma, più precisamente a Campagnano, in Piazza benedetto Croce.

Un sogno americano che ritorna alle origini.

Non si tratta di una fusione, la ASD Campagnano Boxing Team continuerà ad esistere ma, attraverso il sodalizio con la Gleason’s Gym di New York, nascerà la Gleason’s Gym Roma Nord.

Lucciarini è convinto che i giovani pugili debbano conoscere sul campo la realtà della boxe americana e da diversi anni organizza dei viaggi con gli atleti per permettergli di allenarsi presso la nota palestra newyorkese. Alessio, che alla Gleason è di casa, sarà il direttore tecnico della sede romana con l’obiettivo di intensificare questo interscambio. Carpinelli e Lucciarini mi hanno spiegato inoltre come cambieranno le modalità di allenamento: “Non lavoreremo più con classi di agonisti ma seguiremo gli atleti singolarmente, come se fosse una lezione privata, solo in questo modo è possibile far esprimere al massimo un pugile, farlo crescere e lavorare sulle sue carenze”.

Per celebrare il gemellaggio è stato organizzato “The Boxing Twins”, un evento di tre giorni (7,8,9 settembre) presso il centro congressi dell’autodromo di Vallelunga in cui, tra simulazioni di allenamento, testimonianze ed esibizioni è stata lanciata ufficialmente l’iniziativa. La manifestazione è stata organizzata da Vittoria Consorzio, presidente della ASD Campagnano Boxing Team, e Bruce Silverglade, presidente della Gleason’s Gym. All’evento hanno partecipato protagonisti di spicco della boxe mondiale come il maestro Andrea Galbiati (coach olimpico a Rio 2016 e pluricampione di kick boxing), Paulie Malignaggi, campione welter Wba e superleggeri Ibf e Anthony Catanzaro, manager internazionale e Direttore pugilistico del Barclays Center di Brooklyn.

Il 7 e l’8 settembre diversi pugili dilettanti e professionisti hanno avuto la possibilità di effettuare un allenamento intensivo seguendo le direttive di Galbiati e con il contributo di Malignaggi.

Sabato 9 invece è stata la giornata del taglio del nastro. L’evento è stato presentato da Valerio Lamanna che, da un ring allestito al centro della sala, ha introdotto e intervistato i protagonisti della serata. Il primo ad intervenire è stato Carpinelli: “Ho realizzato un sogno, aprire una Gleason’s Gym a Roma. Dalla Gleason sono usciti tanti campioni del mondo e spero che da questa collaborazione e dalla nostra palestra si formeranno nuovi campioni, perché è quello che serve alla boxe italiana. Tutto è nato ad un torneo regionale quando, parlando con Alex Lucciarini, ho espresso la volontà di aprire una palestra di boxe a New York. Lui mi ha risposto con una domanda: perché non portare qui una palestra americana?” Carpinelli ha spiegato come si articolerà la collaborazione: “Noi applicheremo la loro mentalità e le loro tecniche. I pugili migliori li porteremo a New York dove si alleneranno con i campioni e avranno degli ulteriori stimoli. Anche noi ospiteremo i loro pugili e sono sicuro che questo porterà dei benefici al pugilato italiano. Spero che altre società si uniranno a questo progetto”.

Anche Galbiati esprime il suo entusiasmo per l’iniziativa: “Rispondo con grande orgoglio. È una sfida difficile, ma se non ci provi non potrai mai sapere cosa succederà”. Galbiati da anni vive e lavora a New York e conosce bene l’ambiente a stelle e strisce: “il cuore e l’impegno di un pugile americano sono diversi rispetto a quelli di un italiano, c’è un maggiore entusiasmo. È diversa anche la mentalità, in Italia la boxe è vista quasi come un hobby. Io dedico tutta la giornata al mio lavoro, in Italia a volte è considerato un secondo lavoro”.

Poi è stato il turno di Malignaggi che è salito sul ring tra gli applausi del pubblico. Durante tutto il pomeriggio Magic Man è stato accerchiato dai tanti ragazzi presenti all’iniziativa che hanno cercato di carpire consigli tecnici o anche solo di farsi raccontare qualche aneddoto dei suoi combattimenti. Paulie, che parla bene italiano, non si è di certo negato e ha accontentato i giovani pugili regalandogli una giornata che difficilmente dimenticheranno.

Lamanna ha esordito sottolineando come Malignaggi sia un vanto per l’Italia: “questa intervista te la faccio come Paolo. Hai combattuto sui ring più prestigiosi del mondo ma sempre con l’Italia nel cuore portando il tricolore ad ogni incontro. Sei un punto di riferimento per tanti ragazzi che sognano di diventare pugili professionisti”.

“Io infatti all’anagrafe mi chiamo Paolo, dopo tutti questi anni in America sono diventato Paulie” risponde Malignaggi “ci vogliono molti sacrifici nella vita, così come nel pugilato. Tutto si deve conquistare. Devi essere preparato mentalmente e fisicamente, i sacrifici sono necessari per arrivare ai momenti di gloria”. L’ex pugile ricorda i suoi allenamenti alla Gleason: “Lì è dove ho imparato il pugilato. Mi ricordo il primo giorno che sono entrato in quella palestra, il primo giorno che ho fatto i guanti. Alla Gleason non ho imparato solo la tecnica ma il carattere del pugilato. Giochi al calcio, giochi al rugby, ma non giochi al pugilato, fai pugilato”. Entrando nel merito della preparazione, Malignaggi spiega come “gli sparring alla Gleason rimangono nella storia, non solo quelli che ho fatto io, anche quelli che ho visto. Ho notato che lo sparring era molto duro e violento ma questo è ciò che ti prepara mentalmente alle difficoltà del match. La Gleason mi ha insegnato ad essere un uomo, ero molto immaturo quando ho iniziato. Il pugilato può essere un punto di riferimento per i giovani non solo per allenarsi e diventare dei campioni, ma anche per crescere e diventare uomini. La boxe in America fa parte della cultura, qui viene ancora considerata come un hobby”. Malignaggi, da poco diventato commentatore tecnico, conclude rispondendo ad una domanda sul suo futuro: “Ho annunciato il mio ritiro solo un paio di mesi fa ma il pugilato mi manca. Ho dei ricordi splendidi però nella vita devi saper passare al capitolo successivo. Ma ci penso ancora molto (sorride ndr)“.

Bruce Silverglade ha assistito in prima fila e quando è stato il suo turno ha fatto sognare i presenti ricordando le origini della Gleason’s Gym ed evidenziando il legame con l’Italia, con i suoi pugili ed i suoi allenatori. “Molti italiani si sono allenati e formati nella nostra palestra. I primi due campioni della Gleason sono stati italiani: Phil Terranova e Jake LaMotta“. Alcuni mesi fa ho avuto il piacere di incontrare e intervistare Silverglade a New York, proprio nella sua palestra. Mi ha raccontato come abbia ereditato la passione per lo sport e per la boxe da suo padre: “ma non volevo seguire le sue orme, volevo essere indipendente, mi sono laureato e ho iniziato a lavorare alla Sears Roebuck and Co. Avevo i miei benefit, il mio stipendio ma ero infelice così ho chiesto a mio padre di coinvolgermi nella boxe come hobby, poi sono diventato arbitro”. Nel 1983 Silverglade incontra Ira Becker, diventato proprietario della Gleason due anni prima e alla ricerca di un partner. “Dopo una chiacchierata ho capito che volevo stare lì. Il giorno dopo ho dato le dimissioni, ho preso la mia liquidazione e sono diventato socio al 50%. Dal 1994, dopo la morte di Becker, sono l’unico proprietario”.

Bruce è il custode della memoria storica della Gleason. “Il mio aneddoto preferito riguarda Muhammad Ali. un giorno stava venendo in palestra per un evento ma a causa della sua condizione di salute mi ha chiesto se poteva prendere l’ascensore sul retro per non salire le scale. Sono sceso ad accoglierlo e quando la limousine ha accostato, nel momento in cui Ali stava scendendo dalla macchina, è passata una donna che stava parlando al telefono. ‘O mio dio’ ha esclamato e mentre lo diceva Ali si è avvicinato a lei, ha preso il telefono dalle sue mani e si è messo a parlare con la persona dall’altra parte. Penso sia pazzesco e credo sia molto tipico dei pugili”. Dal ring di Vallelunga Silverglade ha ricordato inoltre come la palestra sia stata scelta da numerosi registi come set cinematografico: “sono stati girati 34 film e 4 hanno vinto l’Oscar”. Tra questi è impossibile non citare il capolavoro di Scorsese Toro Scatenato; Robert De Niro, che interpretava LaMotta, si preparò fisicamente allenandosi in palestra. A distanza di anni, Hilary Swank imparò a boxare proprio alla Gleason, grazie alle preziose indicazioni del coach Hector Roca, e vinse l’Oscar con la pellicola di Eastwood The Million Dollar Baby.

Sul palco-ring sono intervenuti infine anche Anthony Catanzaro e il sindaco di Campagnano Fulvio Fiorelli; la serata si è conclusa con il fatidico taglio del nastro che idealmente inaugura questa esaltante avventura. A margine dell’evento abbiamo intervistato i protagonisti dell’iniziativa.

GUARDA LE INTERVISTE AI PROTAGONISTI

 

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Pugilato

Vita e morte di Randolph Turpin, un triste eroe britannico

Marco Nicolini

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Il 10 Luglio 1951 il pugile britannico Randolph Turpin batteva Sugar Ray Robinson, diventando campione dei medi. Ma la sua storia di gloria fu interrotta da una tragedia senza eguali.

In un tragico pomeriggio di maggio del 1966 si concludeva l’esistenza del primo grande pugile britannico di sangue misto, Randolph Turpin.

Il mancato pagamento delle tasse dovute e i debiti correnti, divenuti incontenibili, ne avevano ormai decretato la bancarotta.

Al culmine della sua folle giornata disperata, prima di rivolgere la pistola contro se stesso, Turpin, raggiunto lo zenit dell’aberrazione, aveva sparato due volte alla più giovane delle sue quattro figlie, di soli diciassette mesi d’età.

Miracolosamente, la piccola si salvò dopo un lungo ricovero.

Lasciava così il mondo, a trentasette anni, un pugile che aveva saputo infiammare il pubblico d’oltremanica, che era stato di forte rappresentanza per le minoranze etniche dell’isola le quali vedevano nella sua pelle ambrata, frutto di una madre bianca ed un padre caraibico, una rivincita sulle ingiustizie e vessazioni subite.

Nel luglio del 1951, Turpin strappò il titolo dei medi dalle più prestigiose mani della storia della boxe, quelle di Sugar Ray Robinson, nell’ultimo incontro della tournée dell’americano in Europa.

Solo sessantaquattro giorni più tardi il grande Ray se lo sarebbe ripreso con un limpido knock-out di metà match.

La sconfitta peggiore della carriera, comunque, Turpin l’avrebbe patita a Roma, a mezzo del violentissimo gancio sinistro di Tiberio Mitri, che aveva chiuso i conti a meno di un minuto dal principio del match.

Per il resto, la sua carriera fu una lunga cavalcata vincente, con ricchezza e famiglia felice a corredare il tutto, ma a stridere con la forte depressione che mai riuscì a combattere.

Totalmente sordo da un orecchio, per un incidente occorsogli da bambino nel quale aveva seriamente rischiato d’annegare, Turpin era costretto a seguire con gli occhi un suo secondo d’angolo preposto a segnalargli il termine del round.

Nella sua città natale, Leamington, deliziosa cittadina termale del Warwickshire, la sua casa è stata trasformata in un museo grazie ai molti cimeli della sua gloriosa carriera.

A dirigere l’impresa è Carmen, la figlia a cui Randy aveva inspiegabilmente sparato prima di togliersi la vita.

Così vanno le cose del mondo.

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La vera storia di Jack Johnson: un perdono lungo 100 anni

Francesco Gallo

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L’imperdonabile nero

«I am considering a Full Pardon!». Così ha twittato sabato 21 aprile il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Contattato da Sylvester Stallone (che vestirà per l’ottava volta i panni di Rocky Balboa nel sequel Creed 2), Trump su Twitter ha scritto di aver ascoltato la «complessa» e «controversa» storia del pugile Jack Johnson e di voler quindi prendere «in considerazione» la possibilità di poterlo perdonare. Già dai tempi del repubblicano John McCain, molti politici americani stanno chiedendo a gran voce l’ufficiale riabilitazione della figura di Jack Johnson, il pugile vittima di pregiudizi razziali — prima di Joe Louis e Muhammad Ali — e per «aggiustare il torto» subìto dal primo campione nero dei pesi massimi. Ma né Bush, né tantomeno Obama, in maniera forse ancora più incredibile, hanno mai risposto a questo accorato appello. Ma cosa ha combinato di tanto grave Jack Johnson tanto da aver scomodato addirittura tre presidenti al fine di ricevere un postumo perdono?

Il gigante di Galveston

Nato nel 1878 a Galveston, in Texas, da una famiglia di ex schiavi affrancati, il piccolo John Arthur Johnson — che tutti però avrebbero cominciato a chiamare in maniera più familiare «Jack» — dotato di una grande robustezza fisica, sin dall’adolescenza cercava il naturale sfogo di una così prorompente fisicità in diversi sport: dalle corse in bicicletta a quelle in sella ai purosangue. Scappato da casa e rifugiatosi a Boston, trovò lavoro come inserviente nelle stalle dei cavalli nelle scuderie di un ippodromo dove, un giorno, scalciato brutalmente da uno di essi, si ruppe il femore sinistro. Una lunga cicatrice che dalla coscia gli arrivava al ginocchio gli sarebbe restata come ricordo per tutta la vita. Per questa ragione, abbandonata l’idea di domare puledri, decise di darsi al pugilato e si ritrovò a tu per tu con i primi avversari a bordo di un ring nei campionati di boxe per soli neri.

Jack si fece notare dal pubblico delle itineranti fiere del Massachusetts, nel corso di alcune esibizioni in cui riusciva a sbarazzarsi in pochi minuti di tutti i coraggiosi pretendenti che avevano avuto il fegato di battersi con un muscoloso colosso di un metro e novanta. Tuttavia, la segregazione razziale nel Sud e l’inaccessibile mondo del pugilato per soli bianchi, cominciarono a far emergere in lui una sorta di complesso di inferiorità del nero da cui non sarebbe mai più riuscito a guarire. Un’inibizione psicologica alienante che, c’è da capirlo, feriva nella profondità dell’animo.

Tuttavia, la sua carriera pugilistica cambiò un minuto dopo l’incontro con  Joe Choynski, soprannominato «il Terrore della California». I due in quel freddo febbraio del 1901 finirono dentro per «turbativa dell’ordine pubblico», poiché in Texas all’epoca erano ammesse le esibizioni ma non gli incontri professionistici. Ma proprio durante quel periodo di reclusione, Jack ebbe modo di imparare l’arte della boxe direttamente dal suo avversario — uno dei grandi pionieri della boxe, autentico fuoriclasse e appassionato lettore dei classici della letteratura. Benché Jack sul ring risultasse una forza della natura, era però privo dei fondamentali tecnici e per questo quando combatteva appariva spesso confuso e arruffone. Choynski fu quindi l’allenatore che lo istruì avviandolo verso la futura gloria e, dopo quattro anni, a battersi addirittura per il titolo mondiale.

Campione del mondo!

Nel frattempo Marvin Hart aveva perso il trono di campione contro il franco-canadese Tommy Burns, il cui vero nome era Noah Brusso. Burns era considerato un abile picchiatore, e spesso vinceva i suoi incontri ancor prima che suonasse la campana del terzo round. Ciò nonostante, Jack Johnson era convinto di poterlo battere e per questo lanciò pubblicamente più sfide per contendergli il titolo. Dopo una serie di rifiuti, finalmente, il 26 dicembre del 1908, in Australia, Jack poté affrontare Tommy Burns.

Era la prima volta che un campionato del mondo dei pesi massimi si sarebbe disputato in Australia — gli Stati Uniti non avrebbero mai ospitato un match valido per il titolo con un “negro” a contenderselo — e l’incontro si sarebbe disputato in una grande arena capace di ospitare più di quindicimila persone, fatta costruire appositamente per l’occasione dal promoter di origini scozzesi Hugh D. McIntosh. D’altronde l’iniziativa nella famiglia McIntosh non era mai mancata. Il nonno, circa cento anni prima, in uno dei suoi terreni agricoli, aveva scoperto una nuova qualità di mela molto succosa e dal colore rosso. Decise così di dare il suo nome a quel particolare frutto, ma in quel momento non poteva immaginare che duecento anni dopo il suo nome e la sua mela (morsicata) avrebbero fatto bella mostra sui portatili e sugli smartphone di milioni di persone in tutto il mondo.

L’incontro ebbe un inizio impetuoso e Jack Johnson prese subito possesso dell’intero ring. Non solo era fisicamente superiore all’avversario, ma dal secondo round in poi cominciò a sovrastarlo anche psicologicamente provocandolo con frasi del tipo: «Che cosa ti fa paura, Tommy?» oppure «sei già stanco, campione?». E mantenne un sorrisetto beffardo per quasi tutto la durata del match, frastornando l’impreparato Burns.

Il campione canadese stava cedendo, ora, anche fisicamente e toccò varie volte il tappeto con la schiena. Il pubblico era in visibilio e oramai incontenibile, così la polizia decise di intervenire al quattordicesimo round dopo che Burns era ruzzolato ancora una volta a terra gambe all’aria. L’arbitro non poté far altro che alzare il braccio di Jack dichiarandolo campione del mondo dei pesi massimi.

La speranza bianca

Cominciò così la grande epoca di Jack Johnson. Ma quando in America arrivò la notizia che Johnson aveva stravinto, l’unica parola che riecheggiò sui giornali fu: «inaccettabile». Un quotidiano di San Francisco titolò: «La vittoria del negro è peggio del terremoto di due anni fa!». Un nero non poteva essere il campione del mondo dei massimi e rappresentare, di conseguenza, tutti gli Stati Uniti. La pensava così anche Jack London, uno dei più famosi scrittori dell’epoca che, di tanto in tanto, amava assistere agli incontri di boxe per poi scrivere sui giornali appassionanti resoconti. Su un articolo per il New York Herald scrisse testualmente: «Bisogna togliere il sorriso dalla faccia di quel negro. L’uomo bianco deve essere salvato».

Ma Jack, al massimo della forma, era davvero un campione senza sfidanti davvero in grado di tenergli testa. Inoltre, la sua pittoresca carriera fu contraddistinta non solo da schiaccianti vittorie ma anche da alcuni insistenti e ostentati atteggiamenti eccentrici in grado di far infuriare i «poor whites», i bianchi benpensanti e conservatori. Jack Johnson si proclamava a gran voce il più forte di tutti, mantenne sempre un atteggiamento provocatorio, indossava pelli di animali, grossi cappelli a cilindro e, da grande appassionato di automobili e dell’alta velocità (sarebbe morto più tardi in un incidente stradale), lo si vedeva spesso sfrecciare in maniera sprezzante sulle highway del Texas con la sua nuova Ford. Una volta venne fermato dalla polizia. Gli agenti, non appena videro che alla guida c’era Jack Johnson, tentarono di approfittarne per avvalersi di una postuma rivalsa, e gli affibbiarono una contravvenzione di cinquanta dollari. Il campione, però, dopo aver firmato il verbale, esibì una banconota da cento e aggiunse: «Agente, fra cinque ore torno indietro e forse andrò ancora più veloce di così, perché perdere tempo dopo?».

La vittoria di Johnson per il mondo dei bianchi stava diventando sempre più una vera e propria iattura. E il diffuso motto categorico in quei giorni divenne: «bisogna farla finita». Sì, ma come? Dopo alcune proposte della stampa sportiva, il nome più caldeggiato che rimbalzava un po’ ovunque fu quello dell’ex campione James J. Jeffries. «The Boilermaker» dopo una breve carriera si era ritirato a vita privata, e nel 1905 aveva lasciato ad altri il titolo conquistato sei anni prima. La sua rentrée era invocata a gran voce dall’intera America bianca, umiliata «da quell’imbecille di negro». Alcuni americani credevano in lui — la speranza bianca — più di quanto egli credesse in se stesso. In ogni caso, alla fine, il richiamo del ring fece presa su Jim che accettò finalmente di battersi con Jack Johnson con l’obiettivo di dimostrare «che un uomo bianco è superiore a un uomo nero».


Il match del secolo

La scelta della sede dell’incontro cadde su Reno, una cittadina nel deserto del Nevada di trentacinquemila abitanti, dove c’era stato bisogno di costruire in tutta fretta un’arena capace di contenere oltre ventimila spettatori: si trattava pur sempre del match del secolo. La polizia, allora, temendo il peggio, per la prima volta nella storia della boxe, obbligò gli spettatori a deporre pistole e fucili nel guardaroba. L’atmosfera era elettrica e oltretutto il pubblico accolse il campione nero con il famoso canto popolare: «All coons look alike to me», tutti i procioni sembrano uguali. Una canzone piena di stereotipi sugli afroamericani, dove «procione», coon, era considerato all’epoca uno dei peggiori epiteti che un bianco potesse riservare a un nero. Il ritornello fu accolto da un fragoroso applauso da parte del pubblico che pregustava la carneficina.

Ma il match, però, fu per Jeffries un’esecuzione. Al terzo round, stava sanguinando già abbondantemente e Johnson lo incalzava come aveva fatto due anni prima con Burns: «È già stanco, signor Jeffries? Ma se non abbiamo ancora cominciato». A quel punto, un colpo di pistola risuonò nello stadio. Uno spettatore, che era riuscito a conservare la sua arma, aveva sparato a Johnson, ma la pallottola era andata a vuoto perché un altro spettatore aveva fatto in tempo ad alzare la canna della pistola. Anziché innervosirsi, Johnson si fece sempre più preciso, ironico e astioso a tal punto che Jeffries, con il labbro spaccato, provò a urlargli: «ti ucciderò!». Molti spettatori, quelli più vicini al ring, tra cui Jack London, si accorsero che Johnson si stava divertendo a tirare il match per le lunghe. Colpiva e scherniva l’avversario. In qualche momento dell’incontro, addirittura, addizionò una sorta di commento: «ed ecco che arriva un destro, guarda!» e poi bang, un montante sull’occhio ormai completamente tumefatto di Jeffries.

Poi decise di concludere l’incontro spedendo l’avversario fuori dal ring attraverso le corde. In quel frangente, Jeffries, avrebbe pronunciato le ultime parole di resa: «Jack, non colpire più». Era la fine. All’arbitro non rimase altro che proclamare la vittoria del campione in carica.

L’America bianca da quell’incontro ne uscì irrimediabilmente umiliata. Ma soprattutto spaventata a morte: Johnson privò i bianchi del loro senso di immortalità, della loro certezza di vivere in un posto privilegiato nel mondo. Sostenere, però, che la vittoria di Johnson rappresentava la vittoria del popolo nero sarebbe eccessivo, sebbene un certo naturale orgoglio, o comunque un seme di speranza di poter un giorno porsi allo stesso livello sociale dei bianchi, cominciò gradualmente a lievitare nelle coscienze di molti afroamericani. Stanchi di essere continuamente vessati e finalmente liberi di godere di questa grande vittoria, per le strade di molte città qualcuno di loro cominciò a cantare: «The white man pulled the trigger, but the world champions still a nigger», «l’uomo bianco ha premuto il grilletto, ma il campione del mondo è comunque un nero». In oltre cinquanta città, però, la musica aveva lasciato il posto alla violenza e gli agenti di polizia dovettero interrompere decine di tentativi di linciaggio. Durante i disordini, le cronache dell’epoca registrarono comunque la morte di ventitré afroamericani e un centinaio di feriti.

La legge Mann

Ciò nonostante, sentendosi oramai intoccabile, «il gigante di Galveston» continuò a incattivire l’America bianca con le sue rodomontate. Acquistata una grande villa in un quartiere residenziale, se ne andava in giro per quelle eleganti strade, atteggiandosi con la nuova Ford Modello T. Ma ciò che più di tutto i bianchi non riuscirono mai a perdonare a Johnson fu quando infranse l’ultimo tabù sposando una donna bianca: Etta Terry Duryea. La loro relazione fu alquanto burrascosa. Lei non poteva mettere piede in un bar senza che qualcuno la etichettasse con i peggiori soprannomi possibili, e così, un giorno, non essendo più capace di reggere alle pressioni feroci che quasi quotidianamente doveva sopportare, si suicidò. Johnson non si fece fermare nemmeno da questo tragico evento, e tempo dopo divenne anche l’amante di Lupe Velez, diva messicana del cinema muto, che tra i suoi amanti poté vantare anche Gary Cooper e Johnny Weissmuller, con cui convolò a nozze.  Morta anche lei suicida (ma per cause non imputabili al pugile), a Jack non rimase che accompagnarsi alle più famose cantanti di cabaret dell’epoca, per continuare a ridicolizzare indirettamente la sessualità e la forza dell’uomo bianco.

A quel punto l’America bianca decise che Johnson doveva sparire. Per farlo, questa volta, non si cercò un pugile in grado di poterlo battere, ma una nuova norma legislativa. E la si trovò. La legge Mann del 1910 proibiva il trasporto di una donna per motivi «di libidine» da uno Stato all’altro. In questo modo, Jack venne accusato e processato per aver fornito un biglietto ferroviario a una delle sue tante donne per farla spostare da una città all’altra.

Era la sua fine civile. Quella pugilistica, invece, arrivò il 5 aprile 1915 quando Jack Johnson su un ring cubano si ritrovò ad incrociare i guantoni con Jesse Willard, un colosso di due metri che pesava più di cento chili. Jack fu presto sopraffatto dalla fatica e i suoi colpi si fecero sempre più lenti. Al ventiseiesimo round accadde, dunque, l’irreparabile: cadde nuovamente a terra e non si rialzò. Jesse Willard venne così proclamato il nuovo campione del mondo e per vedere nuovamente un nero indossare quella cintura ci sarebbe voluto il 1937 e un certo Joe Louis.     

Tributo a Jack Johnson

Johnson, ridotto in miseria, abbandonò la boxe dalla scala di servizio alla veneranda età di quarantotto anni. Morì il 10 giugno 1946 in un incidente stradale. Quel giorno, una volta di troppo, aveva corso troppo veloce. A distanza di oltre un secolo dalla sua vittoria, nessuno può negare il rilevante impatto che ha avuto nella storia degli Stati Uniti. Talmente grande che, come abbiamo visto, ancora oggi è sulla bocca dell’attuale presidente degli Stati Uniti.

Ma come spesso accade, dove non arriva la politica supplisce l’arte. Dalla poesia al cinema, passando per la musica, gli elogi a Jack Johnson nel corso dei decenni sono stati numerosi. Vale la pena ricordare il film parzialmente ispirato alla sua vita dal titolo Per salire più in basso (The Great White Hope, Martin Ritt, 1970), nonché i pregevoli soffi di Miles Davis contenuti nell’album del 1971 A Tribute to Jack Johnson. Proprio questo disco ha recentemente accompagnato, come colonna sonora, il bel documentario di Ken Burns Unforgivable Blackness: The Rise and Fall of Jack Johnson.

Basato sull’omonimo libro del 2004 di Geoffrey C. Ward, il documentario si conclude con queste profetiche parole: «Io sono Jack Johnson. Campione del mondo dei pesi massimi. Sono nero. Non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. In ogni caso io sono nero. E non permetterò mai che lo dimentichino!».

Francesco Gallo

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Muhammad Ali : Genealogia del Mito che provò a cambiare l’America

Marco Nicolini

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Il 3 Giugno 2016 moriva Muhammad Ali, un uomo, un pugile diventato icona dentro e fuori dal ring. Un personaggio trasversale che nelle sue battaglie ha coinvolto politica, religione e lotta sociale. Vi raccontiamo la nascita del Mito.

Nell’ottobre del 1954 l’agente Joe Martin stava ascoltando la denuncia di un longilineo ragazzino di dodici anni a cui era appena stata rubata la bicicletta, una vecchia Schwinn bianco e rossa.

Mentre il bambino, faticando a trattenere le lacrime, descriveva il furto del suo unico bene su questa terra, Joe lo guardava con tenerezza paterna.

Se vuoi che non ti rubino più la bicicletta – gli disse – devi venire nella mia palestra ad imparare la boxe

I grandi occhi si sgranarono, ma il ragazzino non pianse.

Due mesi dopo quel bimbo pelle ed ossa avrebbe vinto il suo primo incontro giovanile, dando così inizio alla carriera del più amato campione della storia del pugilato moderno.

Cassius Marcel Clay jr. nacque il 17 gennaio 1942 a Louisville, Kentucky.

Figlio di un imbianchino e di una casalinga, sono invece sorprendenti le sue origini: un irlandese di nome Abe Grady, emigrato in Kentucky nel 1860, si sposò con una schiava liberata, generando quella che sarebbe in futuro divenuta la bisnonna del pugile.

Lanciato nel mondo del pugilato, come detto, dal furto della propria bicicletta, vinse sette Golden Gloves del Kentucky e due Golden Gloves nazionali, prima di volare a Roma, una volta diplomatosi, per conquistare con facilità l’oro olimpico dei mediomassimi.

Tornato in patria da eroe, passò al professionismo e, in tre anni, accumulò diciannove vittorie consecutive, quindici delle quali arrivate per atterramento.

Durante questa striscia vincente, ad ogni modo, finì al tappeto per due volte ed in una di queste occasioni, contro il britannico Cooper, fu salvato dalla campana del quarto round.

 

Il suo stile sfrontato andava rivisitato in ottica della grande chance mondiale contro l’indiscusso campione dei massimi, Sonny Liston.

Il passato criminale, i legami con la mafia, la personalità di forte intimidazione: tutto lasciava presagire che Liston avrebbe terrorizzato Cassius Clay, pappandoselo in un sol boccone. I bookmaker ufficiali quotavano 7-1 lo sfavoritissimo pugile del Kentucky, ma i banchetti meno istituzionali arrivavano a promettere pagamenti di venti volte la posta.

A Miami, il 25 febbraio del 1964, andò in scena quella che è tuttora unanimemente riconosciuta come la più straordinaria sorpresa nella storia dello sport.

Liston si scagliò contro Clay al rintocco del primo round, dimostrando come il tanto parlare del giovanissimo pugile lo avesse effettivamente irritato.

Volerò come una farfalla, pungerò come un’ape”, “Non puoi colpire quello che non vedi”, sono alcune delle più famose frasi di Clay, passate alla storia, coniate proprio in vista di quell’incontro.

Dopo due riprese equilibrate, una lunga combinazione di Clay fece piegare le gambe al campione; l’occhio di Liston era tagliato, per la prima volta in carriera, ed il pubblico non credeva a quanto stava vedendo.

All’inizio del quarto round, Clay accusò irritazione agli occhi, tale da renderlo quasi cieco, probabilmente dovuta all’unguento intorno alla ferita di Liston finito nei guantoni; intenzionato a ritirarsi, si fece convincere da Angelo Dundee a continuare a combattere.

Superò un difficile quinto round, le lacrime ed il sudore lavarono gli occhi e dominò il sesto round in maniera evidente.

Sonny Liston non rispose alla chiamata della settima campanella: Cassius Clay, a soli 22 anni, era l’unico campione del mondo dei pesi massimi. La sua espressione, con gli occhi spalancati ed increduli, fece il giro del mondo.

Durante lo stesso anno, al termine di una lunga ricerca spirituale, Cassius Clay si convertì all’Islam, religione che gli sembrava essere più sensibile alle ingiustizie sociali che le persone di colore soffrivano nel territorio statunitense, cambiando il proprio nome in Cassius X, nei primi tempi, per poi passare al nome Muhammad Ali. Quello con cui sarebbe passato alla storia.

Dopo che ebbe brillantemente combattuto contro Chuvalo, Henry Cooper e Zara Folley, tra gli altri, ad Ali fu sospesa la licenza di combattimento per essersi schierato contro l’iniziativa militare americana in Vietnam ed aver rifiutato l’arruolamento.

La sua obiezione di coscienza divise l’America.

Ancor prima del pronunciamento della Corte Suprema, che avrebbe giudicato inammissibile il suo arresto, Ali tornò sul ring battendo Jerry Quarry, dopo aver sprecato quasi quattro anni nell’età in cui un atleta solitamente tocca il proprio apice, dando il via ad una delle più fervide stagioni per i pesi massimi.

Molti dei più grandi match della storia lo ebbero come protagonista.

La possibilità di tornare campione arrivò presto, in quello che fu presentato come il “più grande incontro del secolo”, non allontanandosi troppo dalla realtà.

Al Madison Square Garden, l’8 marzo del 1971, Ali affrontò il campione Joe Frazier, dopo averlo attaccato con settimane di ‘trash talking’ e, forse, passando il segno con pesanti offese personali.

Frazier vinse per decisione unanime, lavorando l’avversario al corpo in maniera devastante per tutto il match, ed atterrandolo con un potente gancio sinistro alla testa all’ultimo round, dal quale Ali si riebbe, comunque, in soli tre secondi.

Ali conobbe così la prima sconfitta.

Dopo un altro filotto di vittorie, incappò pure nella seconda, ad opera dello straordinario Ken Norton, ma si prese in breve tempo le rivincite sia su Norton, sia su Frazier.

Gli si profilò, quindi, la chance di strappare il mondiale a Big George Foreman, uno degli uomini più forti di tutti i tempi, che aveva sette anni meno di Ali ed aveva spazzato via con facilità gli avversari che lo avevano battuto, Norton e Frazier.

La sede dell’incontro, quella di Kinshasa, scelta per le offerte milionarie del re del Congo, garantiva folle oceaniche e caldo tropicale; l’orario per l’inizio del match, le quattro del mattino, consentì la diretta negli Stati Uniti.

Contro le previsioni, Ali fece un match strepitoso, incontrando spesso il potente avversario e gestendo la sovrumana forza di Foreman col famoso rope-a-dope; all’ottavo round, uno spento ed esausto Foreman andò al tappeto, accompagnato da Ali che, con grande spirito, gli risparmiava l’ultimo colpo.

A seguito di questa grande vittoria, Ali fu invitato a cena alla Casa Bianca dal Presidente Jimmy Carter.

Nemmeno un anno dopo, a Manila, Ali disputò l’incontro di bella con Joe Frazier, in un altro epico match concluso al suono della quindicesima ed ultima ripresa, al cui tocco Frazier non rispose.

Entrambi i pugili terminarono l’incontro provatissimi dai 38 gradi e dall’elevata umidità. Ali avrebbe detto più tardi che quel match era stato come “andare all’inferno e tornare“.

Incontri così difficili, in ambienti cosi duri, probabilmente lasciarono il segno sulla salute del grande combattente di Luoisville.

Nel ’79, dopo aver perso e ripreso il titolo da Leon Spinks, Alt si ritirò, facendo il grande errore di tornare alla fine del 1980, per confrontarsi con un giovane Larry Holmes: i segnali del morbo di Parkinson furono evidenti nelle interviste del dopo match, perso per Knock-out.

Un anno più tardi, con una sconfitta ai punti contro Trevor Berbick, Muhammad Ali appese definitivamente i guanti al chiodo.

La boxe perdeva così un protagonista sensazionale, che aveva attraversato le ere, che aveva combattuto e vinto con avversari ritenuti imbattibili.

Dell’uomo che tanto aveva dato allo sport, il cui nome e le cui gesta erano conosciuti in ogni lato del pianeta, restava il grande spirito, poiché il fisico era minato dalla malattia: nel 1984, a 42 anni, annunciò quello che era a tutti già evidente, ossia di esser malato di Parkinson.

Le sempre più precarie condizioni di salute non gli impedirono di essere, nel 1990, il personaggio fulcro grazie alla cui mediazione quindici giovani soldati americani lasciarono le carceri irachene.

Nel 2000 l’ONU lo nominò Ambasciatore di Pace.

Nel 2009 fece visita alla cittadina di Ennis, in Irlanda, da cui suo trisavolo Abe Grady era emigrato tanti anni prima, in un evento che gli abitanti del luogo io suppongo essi ricordino ad ogni pinta di birra.

L’anno scorso, ricoverato per le complicazioni di una polmonite, sembrava che la vita di Cassius Marcellus Clay, alias Muhammad Ali, fosse giunta alla fine.

Rimbalzato sulle corde, il vecchio Ali ordì una delle sue strategiche trame pure con la morte stessa, rimanendo ancora tra noi.

Fino alla mattina del 3 giugno di due anni fa. Quando il suo cuore da leone ha cessato di battere.

Il Paradiso lo avrà già accolto, perché Ali, il suo personale inferno, lo aveva già vissuto insieme al suo avversario Joe: tanti anni fa su un ring di Manila, Filippine.

Marco Nicolini

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