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Giro History: Da Alfredo Binda a Fausto Coppi passando per Gino…

Francesco Beltrami

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Riprendiamo la nostra breve storia del Giro d’Italia dall’edizione del 1925. E’ l’anno in cui sulle strade del Giro compare una delle figure più importanti di tutto il racconto: quella di Alfredo Binda. Il favorito di quell’anno era ancora Girardengo, che non smentì la sua fama vincendo ben sei delle dodici tappe in programma., ma il ventitreenne astro nascente Binda lo staccò durante la quinta di cinque minuti, concluse secondo sotto il traguardo di  Napoli dietro a Belloni ma prese il comando delle classifica generale che non lasciò più nonostante gli sforzi del rivale che si aggiudicò quattro delle tappe mancanti ma non riuscì mai a staccare Binda che poté arrivare vincitore a Milano. Nel 1926 Alfredo Binda fu secondo, una caduta durante la prima tappa lo aveva subito estromesso dai giochi per la vittoria ed aveva così continuato come gregario del compagno Brunero. In testa rimase Girardengo che dovette però ritirarsi durante la settima tappa, la Foggia – Sulmona, permettendo a Brunero di balzare al comando e diventare il primo a vincere il Giro per tre volte. Binda fu secondo staccato di un quarto d’ora con sei vittorie di tappa.

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Nei tre anni seguenti il dominio di Alfredo Binda fu totale, vinse tutti e tre i Giri conquistando anche dodici tappe su quindici, un record che resiste ancora, nel 1927, e sei nel 1928. Nel 1929 il Giro partì da Roma e si svolse in buona parte nel Sud Italia con grandi difficoltà logistiche: strade in cattive condizioni, scarsità di alloggi e difficoltà nel reperire acqua e anche benzina per gli automezzi del seguito. Fu un’edizione drammatica: Gaetano Belloni dopo aver vinto la prima tappa, la Roma-Napoli cadde durante la seconda, da Napoli a Foggia, perse quasi un quarto d’ora, recuperò e raggiunse il gruppo, pochi chilometri dopo però un ragazzo attraversò la strada all’improvviso  e fu investito da Belloni: il giovane morì e il corridore, sconvolto si ritirò dal Giro. La carovana risalì l’Italia fino a Milano, per l’arrivo previsto all’Arena: Binda vi giunse da primo in classifica dopo aver vinto otto tappe: incredibilmente la sua superiorità indispettì il pubblico che invece che celebrarlo lo fischiò a lungo, costringendolo a nascondersi nel furgone di appoggio della sua squadra: la Legnano.

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In vista del giro 1930 gli organizzatori presero una decisione drastica: pagarono ad Alfredo una somma pari al premio previsto per il vincitore più quello di alcuni successi di tappa, 22.500 lire in tutto, affinché non corresse, visto che gli altri ciclisti avevano minacciato di non iscriversi se lui fosse stato presente. Vinse Luigi Marchisio, ventunenne, sempre coi colori della Legnano. Binda partecipò al Tour: vinse due tappe ed era al comando della classifica generale quando, prima della partenza della decima tappa, si ritirò, in polemica con la Federazione Italiana, pare anche perché le 22.500 lire promesse per non prendere parte al Giro non erano ancora state pagate. Non tornò mai più al Tour. A fine stagione vinse a Liegi il suo secondo Mondiale, il terzo sarebbe arrivato a Roma nel 1932. Al Giro tornò nel 1931, vincendo due tappe, ma dovendo poi ritirarsi. Lo vinse un’ultima volta prima  nel 1933, sempre con la maglia della Legnano, quadra che non tradì mai, insieme a sei tappe. Corse fino alla Sanremo del 1936, in cui cadde e si ruppe il femore decidendo poi per il ritiro. Successivamente fu commissario tecnico della nazionale con successi pari a quelli ottenuti da corridore: quattro Tour e due Mondiali.

Condivido con Alfredo Binda il paese natale, Cittiglio, in provincia di Varese, lui venne al mondo nel 1902, io nel ’65 e senza essere veramente di Cittiglio ma di un paese confinante: i miei erano ormai tempi  in cui si partoriva in ospedale. Il cognome Binda ricorre varie volte nell’albo genealogico della mia famiglia, mio nonno Atlante era solo quattro anni più anziano di lui e a volte me ne parlava quand’ero bambino, non lo conobbi mai personalmente anche se visse fino al 1986 e a Cittiglio morì e lì è sepolto. Ora in paese c’è un museo che ricorda le sue imprese e una attivissima società ciclistica che porta il suo nome e organizza annualmente una prova della Coppa del Mondo femminile.

Bartali1

Il Giro naturalmente continuò nella sua avventura: terminata l’era Binda nel 1934 il successo andò Learco Guerra, nel 1935 a Vasco Bergamaschi, che seppe regnare per un anno approfittando del tramonto di Binda e Guerra e anticipando il sorgere del nuovo astro del ciclismo italiano, quello di Gino Bartali, toscano di Ponte a Ema,  che trionfò nel 1936 e nel 1937. il ciclismo era ormai all’era moderna, la corsa aveva 21 tappe su chilometraggi simili agli attuali e non si stava più in strada 12/14 ore. Nel 1936, sulla salita del Terminillo, località molto cara a Benito Mussolini, si svolse la prima cronoscalata della storia del Giro, vinta da Giuseppe Olmo con Bartali già in maglia rosa, simbolo del primato che era stato introdotto nel 1931. la prima cronometro in assoluto era stata disputata  nel 1933, da Bologna a Ferrara, 62 chilometri, vinta, neanche a dirlo, da Alfredo Binda.

Nel 1937 ci fu la prima cronosquadre, Viareggio – Marina di Massa, 60 chilometri col successo della Legnano. Bartali prese la maglia sul Terminillo, l’ormai abituale cronoscalata di 20 chilometri con partenza a Rieti, e non la lasciò più. Nel 1938 il Gino nazionale fu inviato al Tour, che vinse, e il piemontese Giovanni Valletti vinse il Giro, ripetendosi nel 1939, stavolta con Bartali presente, secondo a 2 minuti e 59”.

Coppi1

Nel 1940 i venti di guerra soffiavano impetuosi. Mezza Europa già combatteva dal settembre del 1939. Il Giro partì regolarmente  il 17 maggio, presenti solo corridori italiani. Tutti aspettavano la rivincita di Bartali, ma in quel tempo di campioni del pedale era arrivato il momento di conoscere il più grande di tutti: non ancora ventunenne, lo sarebbe diventato solo a settembre, in maglia rosa a Milano ci arrivò lui: Fausto Coppi. Era il 9 giugno. Il giorno seguente, 10 giugno 1940, giunse l’ora delle decisioni irrevocabili: Benito Mussolini si affacciò al  balcone in Piazza Venezia. Disse:

“ La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia”

 Del Giro d’Italia si sarebbe riparlato nel 1946: Fausto e Gino superarono i terribili anni della guerra: la classifica del 1946 dice 1° Bartali 2° Coppi, quella del ’47 1° Coppi 2° Bartali, ma lo racconteremo la prossima volta.

 

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Alex Dandi: “MMA? Lo Sport del Futuro”

Francesco Beltrami

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Il 30 giugno ha chiuso definitivamente il canale Fox Sport, che era visibile agli appassionati sulla piattaforma Sky. Oltre ad occuparsi dell’immancabile calcio internazionale, la Volpe Sportiva ha proposto per quattro anni anche molti sport differenti, spesso legati agli USA, e ha dedicato spazi importanti a quelli da combattimento, la boxe, parte integrante della tradizione italiana anche se ora in grande declino e soprattutto le MMA,  “lo sport del futuro” come lo definisce Alex Dandi, poliedrica voce di questa disciplina in questi anni in cui Fox Sport deteneva i diritti per l’Italia di UFC massima espressione della MMA al mondo. Abbiamo rivolto ad Alex qualche domanda sulla sua esperienza di telecronista e sul futuro suo e delle disciplina.

C’è rammarico per la chiusura di Fox Sport? Scelta non certo legata al tuo settore ma a un discorso molto più ampio che coinvolge soprattutto questioni di diritti sul calcio.

 Ovviamente da parte mia, così come tutti quelli che hanno lavorato per questo importante brand sportivo, c’è rammarico per come è finita. Senza entrare nei dettagli del perché sia finita posso solo dire che come semplice telecronista ho potuto solo prendere atto dello stato delle cose. Detto questo, per me sono stati quattro anni intesi ed appaganti. All’inizio ho commentato un po’ di boxe e kickboxing e poi sono ripartito con le telecronache di UFC, che già avevo commentato su Sky Sport nel biennio 2010-2012. È stato un bel viaggio, condiviso con tanti bravi colleghi e professionisti. È finito male ma non ho rimpianti, ho dato il massimo e ci sono state anche delle belle soddisfazioni in termini di ascolti, di interazione sociale e di rapporto con il pubblico.

Cosa ti rimane di questi 4 anni in cui sei diventato un punto di riferimento per tutti gli appassionati italiani di MMA?

Come ho detto ho iniziato nel 2010, quindi a giugno sono passati otto anni dalla mia prima telecronaca di MMA su una tv nazionale. È innegabile però che questi ultimi 4 anni siano stati speciali. Mi rimangono tante emozioni vissute nelle telecronache in diretta ed un esperienza professionale impagabile. Svolgo un tipo di telecronaca anomala, credo anche molto personale, emotiva ma non urlata o da tifoso. Cerco sempre di essere imparziale ed oggettivo, cerco di raccontare delle storie sportive ed umane, senza rinunciare ad un approccio strettamente tecnico. E questo approccio penso sia piaciuto ai telespettatori con cui spesso ho creato un bel filo diretto durante le telecronache, che è poi proseguito sui social e negli incontri dal vivo. Aver creato praticamente dal nulla una community piccola ma unita è ciò che mi rende più felice.

Quanto son state utili le tue telecronache per lo sviluppo delle MMA in Italia?

Questo lo dovrebbero dire altri, non me la sento di giudicarmi da solo. Io so di aver dato il massimo e vengo ripagato da tante persone che mi ringraziano per averli avvicinati a questo sport. È sicuramente una grande soddisfazione. Quando ho iniziato, nel 2010, mi sono dovuto letteralmente inventare un linguaggio tecnico in italiano che descrivesse questo sport adattandosi ai serrati tempi televisivi, per non usare troppi inglesismi o per non utilizzare il linguaggio delle palestre italiane che ritenevo poco televisivo ed a tratti anche fuorviante. Dopo otto anni penso di avercela fatta: oggi la terminologia che ho introdotto, e che ho modificato negli anni, è diventata in molti casi la norma per gli appassionati, merito della forza della tv, che ha ancora un grande potere comunicativo.

Oltre che giornalista sei agente di fighters, promoter, match maker, sei stato DJ, il futuro in che direzione va?

Sicuramente la carriera di dj è definitivamente archiviata fin dal 2012. Da allora è rimasta solo un hobby, ma essendo stato un dj professionista per circa 20 anni, molti mi chiamano ancora dj e la cosa non mi disturba. Sul futuro non v’è certezza diceva uno che la sapeva lunga ma nel presente direi che sono principalmente un agente per atleti professionisti con la mia agenzia Italian Top Fighters Management ed un promoter di eventi di MMA con la promotion Italian Fighting Championship. Entrambi i progetti, sebbene ancora in fase di startup, sono ambiziosi e stanno incominciando a darmi qualche soddisfazione. Il mio lavoro quindi passa da queste due sfide professionali e personali ma fare ancora qualche anno da telecronista, prima di appendere definitivamente cuffie e microfono al chiodo,mi piacerebbe perché sento di avere ancora qualcosa da dire.

Immancabile domanda scomoda… Le MMA in Italia mi sembrano decisamente mal percepite e direi anche mal tollerate, la pubblica opinione le ritiene poco più che una rissa da strada, le federazioni degli sport da combattimento tradizionali le osteggiano per non perdere praticanti, sono ancora fuori dal CONI, i media più importanti ne parlano poco e male. Cosa si può fare per cambiare questa situazione ed è possibile farlo?

Quello che dici è assolutamente corretto e rispecchia la realtà dei fatti. Credo si possa solo fare corretta informazione e divulgazione, a costo di essere noiosi ed andare contro corrente. Ci vorrà molta pazienza ma alla fine il tempo aggiusterà tutto. Verrà il giorno in cui le MMA saranno considerate uno sport come tutti gli altri, anche in Italia, che è palesemente indietro sul riconoscimento di questo movimento sportivo che è da tempo ben più di una moda passeggera, solo che in molti ancora non lo vogliono vedere.

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Discriminazione e Persecuzione: Hassiba Boulmerka, un oro per la libertà

Alessandro Mastroluca

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Compie oggi 50 anni Hassiba Boulmerka, l’atleta algerina campionessa olimpica a Barcellona 1992. Una Medaglia storica, simbolo per le donne discriminate. Ve la raccontiamo

Ventisei anni fa, Hassiba Boulmerka ha cambiato la storia. Si ricorda ancora di ogni curva di quei 1500 metri ai Giochi di Barcellona. Diventa la prima donna algerina a vincere un oro olimpico e dimostra alle donne di tutto il mondo che i pregiudizi e le paure si possono superare. “È questa l’Algeria” diceva dopo la premiazione, “l’Algeria che vince”. L’Algeria dei milioni di cittadini orgogliosi, delle ragazze che trovano un idolo cui ispirarsi e in massa cominciano a praticare l’atletica.

In quei giorni, però, nel pieno del decennio nero, c’era anche un’altra Algeria. Quella del Fronte di Salvezza Islamico, che vince le elezioni nel dicembre del 1991 pochi mesi dopo lo storico titolo mondiale di Boulmerka a Tokyo. Il partito, che controllerà anche il secondo turno elettorale a gennaio, emette un kofr, una pubblica sconfessione di Boulmerka dalle moschee della nazione nella giornata del venerdì. Boulmerka avrebbe offeso la religione islamica “correndo con le gambe nude di fronte a migliaia di uomini”. Quella vittoria, diceva Hassiba, “rappresenta un grido uscito dal cuore di ogni donna algerina, di ogni donna araba”, compreso il ministro dello sport dell’epoca, Leila Aslaoui, segna un punto di non ritorno. È la prima civile insieme a Noureddine Morceli (oro anche lui nei 1500 a Tokyo) premiata con la Medaille du Mérite, la principale onorificenza del Paese.

Inizia a ricevere minacce di morte, sempre più pesanti. Nell’anno che porta alle Olimpiadi di Barcellona, allenarsi in Algeria diventa troppo pericoloso, è questione di vita o di morte. “Nel 1992 non ho corso nemmeno una gara in Algeria” ha ricordato in un’intervista alla BBC nel ventennale dello storico oro olimpico. “Era troppo rischioso. Avrei potuto essere uccisa in ogni momento”. In patria si allenava con Amar Bouras, figlio di un “Chahide”, un eroe della rivoluzione cui hanno intitolato il liceo di Costantina. Ma la rivoluzione personale di Boulmerka non può spingersi troppo in là, quando al governo sale un movimento che vuole rendere obbligatorio lo hijab, il velo delle donne e chiede la proibizione dell’ alcol, delle classi miste nelle scuole e nelle università e dell’educazione fisica per le ragazze.

Boulmerka prepara i Giochi a Berlino e interrompe ogni contatto con la famiglia. Non è difficile, almeno a livello pratico: a Costantina i militanti hanno tagliato tutte le linee telefoniche. Arriva a Barcellona solo alla vigilia della sua gara dopo un viaggio avventuroso con tanto di scalo a Oslo. Il giorno successivo, guardie armate la scortano fino allo stadio. “C’era polizia ovunque” ha detto alla BBC. “Nell’impianto, negli spogliatoi, mi hanno perfino accompagnato in bagno!”.

Hassiba osserva, aspetta, controlla. Poi, all’ultimo giro, piazza lo scatto che lascia senza fiato Lyudmila Rogacheva, che corre per il Team Unificato sotto la bandiera olimpica: ne fanno parte gli atleti di dodici delle quindici ex repubbliche sovietiche (Estonia, Lituania e Lettonia già gareggiano da nazioni indipendenti). “Appena ho tagliato il traguardo, ricordo che ho alzato le braccia al cielo” ha raccontato. “Ero un simbolo di vittoria, di ribellione. Era come dire: ce l’ho fatta, ho vinto io. Adesso se volete ammazzarmi sarà comunque troppo tardi: io ho fatto la storia”.

Sul podio, mentre il colonnello Mohamed Zerguini, algerino pure lui e membro del CIO, le mette la medaglia al collo, Hassiba piange. Piange per gli anni di sacrifici ripagati, per la famiglia che ha abbandonato per inseguire un sogno. Un sogno che non tornerà mai più.

Vincerà un altro titolo mondiale, Hassiba, nel 1995 ma nessun altro oro olimpico. Si trasferisce per qualche tempo a Cuba, ma il richiamo dell’Algeria è troppo forte. “Non ho mai pensato di andarmene per sempre. L’Algeria è la mia vita, la mia famiglia, gli amici. Non ho mai voluto abbandonare le mie radici”.

Adesso ha aperto una società di intermediazione fra le farmacie e i laboratori di ricerca che dà lavoro a 150 persone. Ma per tutti resterà sempre la gazzella di Costantine che a Barcellona ha tracciato una strada diversa, ha disegnato un futuro possibile, un mondo migliore. “È stato un trionfo per tutte le donne del mondo” ha ammesso, “perché lottino contro i loro nemici. È questo che mi rende davvero fiera”.

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Se il Karate aiutasse il calcio nostrano magari la prossima volta al Mondiale ci torniamo

Enrico Fabbro

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Sabato 30 Giugno in una palestra alla periferia sud di Roma ci sono gli esami per le cinture in una Palestra dove il Maestro 2° Dan Marcello Moretti esamina i suoi allievi alla fine di un anno di lavoro. Ci sono bambini di 6/7 anni e uomini e donne sopra gli …anta.

Lo spazio è piccolo ma la sacralità del tatami è religiosamente rispettata. Nessuno può entrare senza togliersi le scarpe e inchinarsi per salutare.

E’, quella del karate, una disciplina vera, quello che abbiamo visto negli anni passati di acrobatici salti alla ricerca di spaccare in mille pezzi una tavoletta di legno, fa parte della preistoria cinematografica, quando imperversavano modelli come Bruce Lee. Oggi dai più piccoli ai più grandi ci deve essere una conoscenza di nomi, fatti, colpi, parate e kata.

Non sono solito scrivere di altre discipline perché credo si debba scrivere solo di cose che un po’ si conoscono.

Di questo pomeriggio in un contesto Karate, ho potuto però ammirare delle cose nei giovanissimi e nei non più giovani che potrebbero essere “copiate” dal mondo del football, e che contribuirebbero sicuramente a renderlo migliore.

Rispetto degli altri: probabilmente sarà la disciplina ma il giovane karateka rispetta i compagni d’allenamento, prima di iniziare qualunque cosa si salutano in un inchino che se ha qualcosa di sacrale rende comunque tutta la gestualità nobile

Rispetto del maestro: il maestro sa che ha una grandissima responsabilità; deve trasmettere il giusto messaggio sulla disciplina che insegna. Trasmettere un messaggio sbagliato provocherebbe degli esaltati convinti di poter sopraffare chiunque con un’arte che può divenire pericolosa. Il Maestro quando parla e spiega ha una autorevolezza incredibile. Anche se l’atleta ha 5 anni lo chiama Signore seguito dal Cognome e gli dà rigorosamente del lei. Gli atleti lo ascoltano quando spiega, e cercano di emularlo quando dimostra dei gesti, delle parate, dei colpi. Gli allievi sanno che hanno davanti un vero maestro che sa, che rispetta ma che pretende di essere rispettato soprattutto per la storia e la filosofia che rappresenta.

Vedere la gestualità di come tutti annodano la cintura, l’emozione, anche se trentenni a come rispondono alle domande teoriche del maestro rende veramente il momento della consegna delle nuove cinture un momento emozionante. Si emoziona il ragazzino che da cintura bianca diventa gialla e la signora che da marrone diventa marrone/nera. Emozioni e lacrime dietro tanti sacrifici. Allenamenti che spesso si svolgono dopo le ore 20,00, dopo una giornata di lavoro, di studio o molto più pesantemente da casalinga.

I genitori / figli: Nell’epoca dei social ovviamente foto e pubblicazioni immediata dell’evento non risparmia il karate ma anche in questo con grande rispetto. Durante l’esame sono il silenzio e la concentrazione i veri protagonisti. Anche i pochi spettatori “subiscono” il carisma del Maestro Marcello Moretti che autorizza il momento delle foto e che, con l’autorevolezza del ruolo, sa chiedere silenzio a i presenti e stop ai clic.

Nell’era del caos, dell’immediato, del rumore ovunque, la regola della concentrazione e del silenzio sono ormai cosi rare che meritano una citazione.

Tutto questo fantastico pomeriggio l’ho paragonato con quello che accade normalmente in un contesto calcistico, il rispetto per compagni e avversari, il rispetto dell’allenatore istruttore, il rispetto delle decisioni dell’arbitro il rispetto dei genitori nei confronti del mondo che i loro figli frequentano.

I ragazzi sono gli stessi che magari sono figli della stessa famiglia o frequentano la stessa scuola nell’identico contesto sociale. Perché tanta differenza? Non credo sia facile dare una risposta concreta, forse però per avvicinare il “casinista” mondo del calcio al “serio” mondo del karate bisognerebbe riscrivere le regole d’ingaggio. Mi vorrei soprattutto soffermare sul ruolo dell’istruttore nel karate e dell’allenatore nel calcio. Per diventare maestro di karate devi aver percorso un lunghissimo cammino di teoria e pratica. Devi conoscere profondamente la disciplina che insegni e sapere sino a dove puoi arrivare. L’ambizione del Maestro di karate? Essere un buon maestro di Karate che sa svolgere la sua missione e che sa essere un vero medello per il giovane karateka. Un maestro che non è mai messo in discussione perch lui è …il Maestro.

Nel calcio non è così perché a volte si arriva in panchina, specie con i più giovani, senza aver fatto alcun tipo di formazione. Gli allenamenti si scopiazzano su qualche sito a pagamento, si urla si sbraita nella speranza di vincere anche con chi ha 7 anni. L’obiettivo a volte non sembra essere la crescita del giovane calciatore, al quale si insegnano le regole del giuoco per esempio o quelle della vita dove la componente vittoria e sconfitta sono presenti quotidianamente. Spesso si assiste a allenatori che vogliono divenire “vincenti” solo per ambire a panchine più importanti per guadagnare sempre di più. Qualcuno ci riesce la maggior parte no, quindi non guadagna nulla, perde la considerazione degli allievi e ne perde comunque la credibilità del football nostrano. Karate aiutaci tu.

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