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Giro d’Italia 2016: Gianluca Brambilla, uno scudiero in maglia rosa

Andrea Muratore

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Vi sono immagini che permettono di carpire con un singolo colpo d’occhio il senso stesso di uno sport. Il Giro d’Italia 2016 ha regalato uno di questi rari momenti nel tratto finale della decima tappa, sulla salita che conduceva all’arrivo di Sestola. Arrivata oramai in porto l’azione vincente del neoprò Giulio Ciccone, resta viva la corsa per la leadership nella classifica generale e il possesso dell’ambitissimo simbolo del primato, la maglia rosa. A guidare la classifica, alla vigilia, il veneto Gianluca Brambilla, in grande spolvero sin dall’avvio del Giro e abile a centrare il colpo vincente sul traguardo di Arezzo nell’ottava frazione, terminata a braccia alzate e in vetta alla classifica generale. Dopo la prova cronometro disputatasi nelle terre del Chianti Classico, alle spalle del 29enne vi è, distanziato di un solo secondo, il compagno di squadra della Etixx-Quick Step Bob Jungels, giovane promessa lussemburghese e capitano designato della compagine belga. La corsa, animata sin dall’inizio dai continui saliscendi, ha visto Brambilla staccarsi nella precedente ascesa di Pian del Falco e recuperare su un terreno a lui congeniale come la successiva discesa nei confronti del gruppo comprendente tutti i principali candidati alla vittoria finale. Sono tutti lì, uno in fila all’altro, Valverde, Nibali, Kruijswijk, Zakarin e compagnia, decisi a marcarsi l’un l’altro e poco interessati alla bagarre scatenata dall’azione di Andrey Amador, vispo atleta costaricense appartenente alla squadra di Valverde. Picchia sulle curve della discesa di Pian del Falco, Amador, e riesce a costruirsi un vantaggio importante; nell’attesa di fungere da scudiero al fuoriclasse di Murcia, coltiva legittime ambizioni rosa, desidera un giorno di gloria che certamente meriterebbe a riconoscimento di una carriera tutta al servizio di grandi capitani nelle grandi corse a tappe. Scava un solco importante tra sé e il gruppo dei big, Amador e ottiene un vantaggio di cinquanta secondi, sufficienti a farlo balzare in vetta alla classifica generale e a sfilare la maglia rosa a Brambilla, lasciando di sasso anche il terzo incomodo Jungels.

Tutto a un tratto, il ciclismo regala uno dei momenti che lo rendono straordinario, l’ascesa di Sestola si presta a teatro di una rappresentazione tanto rara quanto encomiabile, capace di far comprendere anche ai più disattenti dei profani la natura inalienabile di sport di squadra posseduta dal ciclismo, attività agonistica nella quale convivono più anime, la tattica e l’irrazionalità, il talento e il colpo d’arte, il rapporto tra l’uomo e il mezzo a fianco di quello tra il mezzo e la strada. Brambilla improvvisamente si mette a tirare. Prende la testa del “gruppo maglia rosa” lui stesso, depositario del simbolo del primato, e pedala colpo su colpo con tenacia, tenendosi protetto alle spalle il più giovane Jungels e la sua maglia bianca di leader della classifica degli Under 25. Il leader della classifica si fa gregario, il volto umano del ciclismo prende il sopravvento. Pedala Brambilla, ma è come se pedalasse De Coubertin al suo fianco, riafferma metro dopo metro i valori di uno sport troppo spesso in passato pugnalato alle spalle dai suoi campioni lui, atleta normalissimo, abituato a centinaia di sgobbate come quella in corso su un’ascesa di sicuro non irresistibile in quanto a pendenze e tortuosità del percorso. Dimostra animo da gregario, Brambilla, e dicendo questo vogliamo fargli un grande complimento, dato che con la sua azione ha saputo dimostrare una grande adattabilità, un’originalità nell’interpretazione dei ruoli rara nel ciclismo di oggi, nel quale tuttavia non viene mai meno il fascino dei lavoratori, dei grandi macinatori di chilometri sulle cui spalle grava il peso del lavoro sporco, della fatica oscura per la gloria maggiore dei capitani.

E questo fascino non viene mai meno perché il loro è un ruolo fondamentale, comprensibile benissimo da chi riesce a cogliere la natura collettiva dello sport delle due ruote e splendidamente interpretato in questi anni da eccellenti professionisti della categoria, tra i quali meritano una menzione speciale due decani del ciclismo tricolore, il siracusano Paolo Tiralongo e il trevigiano Matteo Tosatto, fedeli scudieri di alcuni dei più grandi fuoriclasse degli ultimi anni (tra cui Alberto Contador, Paolo Bettini, Vincenzo Nibali).

Brambilla non dimostra pregiudizi di classe, non si dispensa dai compiti propri della categoria a causa del possesso della maglia rosa e adempie splendidamente al dovere che si è prefissato: scortare Jungels, che considera più in forma di lui e possiede i galloni da capitano della Etixx, sino a una distanza di sicurezza tale da impedire ad Amador di conquistare la maglia rosa. Pedala in testa al suo gruppo per chilometri, ed erode sensibilmente il vantaggio costruito dallo scattante costaricense; a poco meno di 2,5 chilometri dall’arrivo Brambilla si rialza e, assieme alla sua maglia rosa, si sgancia dal gruppo dei migliori al termine di un lavoro egregio. Jungels completerà l’opera nel finale della tappa concedendo ad Amador un margine di soli cinque secondi e subentrando a Brambilla in vetta alla classifica generale. Nelle interviste del dopo gara egli spenderà parole di elogio per Brambilla, dispensando complimenti meritatissimi e comprendendo bene l’origine del suo primato: la generosità di un atleta che ha saputo essere fuoriclasse morale e dimostrarsi ligio alla regola del gioco di squadra, regalando attimi di grande emozione nella sua rincorsa in testa al gruppo e consegnando al suo compagno lussemburghese una maglia rosa tirata a lucido e degnamente onorata nel corso della sua breve e significativa esperienza da capoclassifica del Giro 2016. Un’esperienza che auguriamo a Brambilla di poter ripetere al più presto: sono gesti come i suoi quelli che accrescono il buon nome di uno sport nobile come il ciclismo e di una competizione meravigliosa come il Giro d’Italia.

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  1. marcello

    settembre 11, 2016 at 12:16 am

    tappa memorabile.
    giornata memorabile.
    (e sicuramente non solo per me, visto il mare di gente che c’era).

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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