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De Carolis: “Il titolo mondiale è una soddisfazione enorme. La Boxe? Una metafora di vita, da insegnare a scuola”

Massimiliano Guerra

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Ha lottato come un leone per difendere il titolo mondiale contro un pugile più giovane e che giocava in casa. Non si è arreso e alla fine è riuscito a pareggiare e a conservare la corona mondiale dei Supermedi WBA. Sabato sera Giovanni De Carolis ha scritto a Berlino un altro pezzo di storia dello sport italiano. Il pugile romano ha dovuto affrontare il tedesco Zeuge, astro nascente della boxe europea. Un match tirato che però alla fine ha premiato il pugile italiano. Prima di partire per le meritate vacanze lo abbiamo intercettato per conoscere le sue emozioni e i suoi programmi futuri.

Che emozione è stata riconfermarsi sul tetto del Mondo ?

Avrei fatto di tutto per mantenere il titolo. E’ stata una serata che ha reso me e tutto il mio team veramente soddisfatti e felici perché è stata davvero un’impresa. Siamo molto orgogliosi per quello che abbiamo fatto.

Davanti a te c’era un pugile come Zeuge che viene considerato l’astro nascente della boxe europea. Quanto è stato difficile affrontarlo?

Devo dire innanzitutto che Zeuge è un atleta esemplare. E’ un pugile rispettosissimo oltre che molto bravo. E’ stato un titolo mondiale tiratissimo e difficilissimo. A differenza di Feigenbutz, che era un picchiatore, con lui ho dovuto essere molto attento soprattutto nella prima parte. Alla fine però è uscita fuori la mia esperienza e i miei tanti match in carriera. Zeuge ha tutto per diventare un grande campione, ma sabato sera dopo l’ottava ripresa gli si leggeva negli occhi che era sottopressione e non ne aveva più.

Possiamo dire che l’esperienza e la pazienza sono state le armi in più?

Avendo combattuto tanti match in tante situazioni simili e anche peggiori, ho potuto gestire meglio la situazione. Quando un match dura 12 riprese non bisogna avere fretta di chiuderlo subito altrimenti si rischia di non arrivare in fondo. Zeuge ha dato molto all’inizio ma poi man mano che passava il tempo la sua convinzione calava come la sua efficacia. Lui aveva anche una pressione non da poco dato che che giocava in casa ed io quella di difendere il titolo. Alla fine sono riuscito a gestirla meglio io.

Sei il primo pugile italiano ad essere Campione del Mondo dal 2008 cioè dai tempi di Fragomeni. Questa responsabilità di dover mantenere l’unico titolo mondiale in Italia è stata più un peso o una spinta per te?

Ho cercato di non pensarci. La mia preoccupazione principale era quella di essere consapevole che stavo andando a difendere il Titolo Mondiale in trasferta, dove si sa non si è mai favoriti per tanti motivi. Era comunque la quarta volta in Germania e per me ormai per me è un’abitudine combattere lì e affrontare determinate difficoltà. Se anche non avessi dovuto difendere la corona sarebbe stato lo stesso stressante e difficile.

A bordo ring c’erano tanti tifosi italiani e romani. Quanto è importante il loro apporto per te?

E’ fondamentale. Pensa che quando ero dilettante mi vergognavo ad avere il pubblico a bordo ring.  Tutte le persone che sono state li, sono tutti amici con i quali ho condiviso qualcosa nella mia vita.  Colgo l’occasione per ringraziarli e abbracciarli ancora una volta. Sono stati essenziali.

Perché ti vergognavi ad avere pubblico quando combattevi?

Per prepararsi ad un incontro devi allenarti tanto e questo comporta tante aspettative. Il fatto poi di essere giudicato in maniera approssimativa da persone che non sanno nulla dei tuoi allenamenti, dei tuoi sacrifici e di tutto il resto, mi infastidiva molto. E come se ti preparassi benissimo per un esame e il professore ti facesse l’unica domanda che non sai. In quel momento le persone che ti guardano pensano che non hai studiato quando invece non è così. Il pugilato è uno sport che ha un potere sugli atleti: Quando perdi sei completamente a terra ed il fatto di poter subire delle critiche da chi non sa nulla di tutto quello che c’è dietro ad un singolo match mi infastidiva molto.

Prima di diventare Campione del Mondo proprio contro Feigenbutz perdesti un match di misura, perdendo anche l’occasione di arrivare alla corona mondiale. Quanto fu difficile ripartire e come sei riuscisti ad uscire fuori da quella brutta delusione?

La motivazione principale era quella di dimostrare che si erano sbagliati, che non era lui che aveva combattuto al di sotto delle sue potenzialità ma io che ero stato bravo a metterlo in difficoltà. Dopo una settimana dal match ho iniziato nuovamente ad allenarmi perché avevo voglia di dimostrare a tutti che potevo vincere e per fare questo non potevo fermarmi e lamentarmi ma solo iniziare a lavorare.

Quanto è stata importante la figura di tua moglie Veronica e della tua famiglia nel superare i momenti difficili della tua carriera come poteva essere la sconfitta di Karlsruhe contro Feigenbutz?

Mia moglie mi è stata sempre vicino anche nei momenti difficili al di là delle sconfitte sul ring. E’ stata sempre brava a non farmi abbattere a trovare la chiave per farmi credere in quello che facevo. Lei ha sempre creduto nel mio sogno e forse all’inizio ci credeva più di me. Grazie al suo supporto sono arrivato a traguardi che non credevo potessero essere possibili.

Tra pochi giorni inizieranno le Olimpiadi come vedi la squadra azzurra e su quale pugile punteresti per una medaglia.

Fare pronostici alle olimpiadi è sempre molto complicato. Mi auguro che tutti i ragazzi che andranno a Rio possano avere qualche soddisfazione perché so quanta sofferenza e quanto lavoro c’è dietro. Sono sicuro che faranno bene

Un consiglio che daresti ad un ragazzo che decide di avvicinarsi alla boxe

Gli direi che è una scelta giusta perché è uno sport che ti insegna tanti valori come il rispetto di avversari e di compagni di palestra. Posso dire che è una metafora della vita e lo inserirei anche nelle scuole perché a mio avviso educa molto i ragazzi.

Ora le meritare vacanze in Grecia con la tua famiglia, poi?

Ora mi godo le vacanze con mia moglie e i miei figli. Dopo la metà di Agosto inizierò nuovamente ad allenarmi e molto probabilmente ricombatterò a Novembre per difendere ancora una volta il titolo mondiale.

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Calcio

My Way, analogie tra Frank Sinatra e i tifosi (come lui) del Genoa

Jacopo DAntuono

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Il 14 Maggio 1998 moriva Frank Sinatra, The Voice. Di origini italiane, lo ricordiamo con una passione inaspettata, quella per i colori del Genoa.

But more, much more than this i did it my way. Parole di Frank Sinatra. Il simbolo della musica, quella con la M maiuscola. Seppellito a Los Angeles il 14 maggio 1998 con la sua cravatta del Genoa. Un gesto d’amore nei confronti del club più antico di Italia e della mamma, nata a Lumarzo.

Mentre scrivo ascolto su YouTube i suoi capolavori e penso al suo amore per il grifone. Un’altra stella per il Genoa, oltre a quella di Faber. Due personaggi non da poco. La sua musica anestetizza la sconfitta del derby contro la Sampdoria. E in un certo senso in quelle note musicali così sentite e appassionate  sento un po’ di amore per il vecchio balordo, come amava definirlo la geniale penna di Brera. E tante analogie.

Frank Sinatra ha scritto la storia della musica, del cinema e della tv così come il Genoa ha scritto la storia del football in Italia.  Una squadra di calcio ultracentenaria, che in un lontano passato ha fatto la scorpacciata di titoli prestigiosi e oggi vince soprattutto sugli spalti. Almeno Ventimila cuori animano il Ferraris domenica dopo domenica, una passione che non viene a meno. In casa e in trasferta. Una passione che si rinsalda paradossalmente nelle sconfitte più dolorose. Lo sanno bene i tifosi del Genoa, dai più piccini a quelli coi capelli bianchi.

Ma in un mondo spesso troppo opaco, l’amore incondizionato per la propria squadra del cuore è la scintilla delle emozioni. E’ la scintilla che racconta una storia ricca di tragedie sportive e di grandi vittorie. La stessa scintilla che ha permesso a Frank Sinatra di sfornare degli autentici capolavori in ambito musicale. “Frank Sinatra era di fede genoana. Lo incontrai nel 1978 e mi disse: ‘I have only two faiths: Genova and Genoaha riferito tempo fa Giorgio Calabrese, celebre autore dei testi musicali per Mina. Il simbolo della musica, i tifosi della prima squadra di Italia uniti dalla stessa passione. Analogie non da poco. Che andrebbero celebrate, di tanto in tanto, sotto questa lanterna che vive di passioni sette giorni su sette, tutto l’anno.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire…e giocare

Emanuele Catone

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Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca


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Pugilato

East Coast Boxing Club: tra preghiere e guantoni, una speranza per l’Uganda

MariaJose Silva Vargas

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Articolo originale pubblicato sul sito http://cargocollective.com/MarijoSilvaPhotography

Pagina Facebook: East Coast Boxing Club

Entrando dal cancello non appena installato, nuovo di zecca, la piccola discesa di sassi e polvere scende non troppo dolce verso la casa di Hassan Khalil, il coach, “baaba” (padre in Luganda) nello slum di Naguru, nord-ovest di Kampala, capitale dell’Uganda. Attaccata alla casa, modesta, sorge la palestra, vecchia, modesta anch’essa, ma carica e piena di energia.

Hassan Khalil, “baaba”

Senti la corda sempre più veloce che falcia il vecchio parquet, con il legno che salta assieme all’atleta. Nassir fra i campioni ai National Open di Boxe (preludio alle Olimpiadi) salta sempre più veloce davanti allo specchio rotto che copre la parete nord della palestra.

Allenamento di Nassir

Il sudore lascia un tracciato brillante sui muscoli ben fatti e definiti di Mohammed, che allena i“bazungu” (i bianchi) pazzi per questo sport. Nel frattempo Miro, nipote di Hussein, gemello di Hassan, schianta veloci i suoi pugni contro uno dei sacchi consumati, che pendono dalla trave fissata con viti arrugginite vicino l’entrata alla palestra.

Miro

E Hakim, nel frattempo insegna i movimenti di base a tanti stranieri di Kampala, innamorati della boxe, della libertà e flessibilità dell’allenamento; qui regolarmente ogni settimana si allenano 40 non Ugandesi.

Uno dei ragazzi stranieri in un combattimento

Albert e Charles fanno sparring con altri ragazzi dello slum, mentre Farouk e Timo si alternano con Shadir, che schiva e colpisce velocissimo mentre si prepara alla prossima gara. Kassim, in fondo alla sala, con le sue braccia esili ma incredibilmente resistenti e ferme, tiene alti i pao mentre una ragazza canadese e una ugandese si alternano fra jeb e diretti.

Pugni al sacco

Da quattordici anni, la palestra serve come punto di riferimento per lo slum di Naguru, dove Hassan allena giovani e adulti, dove il più piccolo ha 7 anni e il più anziano va per i 60. Hassan stesso ha quasi 60 anni e più di 170 incontri alle spalle: “Non ho mai avuto paura in un incontro – se anche mi dicono di affrontare il campione del mondo, io mi butto, senza paura.

Giovani combattenti

Sulle panche di legno traballanti su cui gli atleti riposano tra un round e un altro, sotto lo sguardo sognante e attento del poster di un Muhammad Ali giovane, la mente del coach va indietro nel tempo e ripensa a quanto fosse pericoloso andare in giro la sera per le vie del quartiere.

Atleti in riposo

La “East Coast Naguru Boxing Club” è oggi più che un’istituzione nello slum (prova a chiedere informazioni a Naguru: “dove si trova la East Coast Boxing?” – te la indicano subito: proprio davanti la moschea”). E’ un punto fermo e una speranza. Hassan pensa ai miglioramenti che può apportare finalmente: servono 4 milioni di scellini Ugandesi (equivalenti approssimativamente a poco più di 1000 euro) per ingrandire la palestra, costruire una nuova entrata e avere uno spazio più ampio per il ring, dove ogni due mesi si organizzano incontri dilettantistici, che vogliono creare passione fra i ragazzi e le ragazze dello slum e raccogliere anche fondi per le attività della palestra.

Appassionati all’incontro

East Coast vs Police

Hassan guarda ai suoi atleti come ai suoi figli. Tra un allenamento e un altro, insegna ai più piccoli (e soprattutto ai ragazzi più grandi) su come ci si comporta, a convogliare le proprie energie nei guantoni anziché nelle violenze di strada e soprattutto insegna un lavoro a chi ha finito di studiare (o che non può studiare).

                                                                                                    Sparring

Infatti Hassan ha iniziato da qualche anno a coinvolgere professionisti in vari settori (come ad esempio falegnameria) e ha aggiunto alla palestra anche una sorta di istituto professionale, dove i giovani possono apprendere un mestiere. L’unico ostacolo è trovare maestri a sufficienza che possano supportare il progetto di Hassan. Ma “baaba” è un vulcano di iniziative: molte scuole di boxe professionistiche pescano tra i suoi atleti migliori ma Hassan non vuole limitarsi a essere una scuola di base e vuole le sue medaglie – ecco che nasce l’idea di costruire una palestra-scuola in cui poter crescere come piccoli professionisti e Hassan si avvia alla costruzione di una nuova palestra in zona Namboole, vicino allo stadio della nazionale di calcio.

Piccolo allievo

Tra preghiere e guantoni, la vita di Hassan gira proprio attorno a Naguru: quando chiedi “Ma perché fai tutto questo, coach?”, Hassan non esita un secondo: Qui c’è troppa povertà. Ho sempre vissuto qui, dove anche mio padre s’impegnava a dare speranza ai bambini dello slum. Per tutti era “baaba”, ma adesso “baaba” sono io, ho un dovere verso questi ragazzi. E i ragazzi rispondono pieni di sogni. Miro, Charles e Farouk (che hanno tutti meno di 23 anni) guardano al futuro e sognano di diventare professionisti fra una decina di anni.

Farouk

Albert, fra gli atleti più grandi (28 anni) scalpita e non vede l’ora di salire di categoria. Hakim, uno dei ragazzi più giovani fra coloro che allenano tutti i giorni, sogna di tornare a studiare. Tutti però sono d’accordo su una cosa: “Le lezioni di questi maestri sono preziosissime. La libertà e l’amore per lo sport che questa palestra esprime sono inestimabili”.

Pain is temporary, pride is forever

E tutti conoscono almeno una persona che è riuscita a uscire dal degrado e dalla delinquenza grazie agli insegnamenti dei fratelli Khalil. E c’è anche chi con la palestra ha riguadagnato fiducia nella vita dopo una tragedia: la storia di Bashir Ramathan, il boxer cieco, è anche finita sul New York Times qualche anno fa.

Charles

Preghiere e guantoni: Hassan, al mattino, chiama i fedeli alla preghiera dalla moschea di fronte casa sua, poi chiama tutti in palestra, a insegnare come si combatte fra sassi e polvere.

I gemelli Khalil

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