Le favole in Lombardia sono lombarde.

Non fuochi improvvisi ma percorsi costruiti e fatti di lavoro e programmazione.

Anche se, com’è normale, a volte capita che si sopiscano, fino a quasi spegnersi.

Trezzo, un paesone arrampicato sul fiume Adda, incastrato tra Bergamo e Milano, la sua favola l’ha vissuta qualche anno fa.

La Tritium e la sua scalata fino alla C1 nel 2011 aveva stupito tutti e fatto innamorare di un amore quasi adolescenziale un paese non abituato a questo genere di attenzioni.

E quell’amore è rimasto oggi che, dopo il fallimento del 2013 e le ultime due stagioni senza prima squadra, la Tritium è rinata e ripartita dalla Prima Categoria.

Giorgio Pesenti, attaccante classe 1975, è stato uno dei protagonisti di quella favola, e oggi che di anni ne ha 41, il suo ritorno in maglia biancoazzurra ha fatto tornare l’entusiasmo in città.

La gente lo ferma, anche se è ormai sera e piove. Saluti, abbracci, brindisi.

Giorgio è di casa e lo si percepisce tanto quanto si percepisce la voglia di calcio che ha Trezzo.

Trezzo è qualcosa che chi non ci ha giocato non capisce. Io qui ho trovato una famiglia”.

Qui ha iniziato da bambino e qui è tornato per chiudere, chissà, la carriera.

Sono tornato per chiudere. Il progetto è di tre anni e questo mi porta oltre la barriera che mi aspettavo. Vedrò anno per anno”.

Una carriera lunghissima e tutta sudata nel ventre del calcio di provincia. Eccellenza, Promozione, Serie D. I trenta gol dell’Eccellenza 2005, i quasi ottanta in serie D.

Una macchina da gol che ancora oggi vive e respira calcio, proprio come da bambino.

Avevo sempre la palla tra i piedi. Io e mio fratello Marco prendevamo la rincorsa e calciavamo insieme il pallone provando a farlo diventare ovale come in Holly e Benji”.

A nove anni la Tritium, a dieci l’Atalanta. Una strada che sembra puntare dritto al professionismo ma che al professionismo non arriverà mai.

Credo che nel calcio, così come nella vita, esistano delle categorie. Ognuno ha il proprio posto ed ognuno è importante. Io ho avuto le mie occasioni per provare l’esperienza del professionismo ma ho sempre scelto il mio lavoro e mi sono sempre sentito nella mia dimensione qui nel calcio di provincia”.

Non c’è spazio per i rimpianti però.

Il mio non è stato accontentarsi ma una precisa scelta di vita. Scegliere il professionismo mi avrebbe privato di quello che questo calcio mi ha dato. La passione del paese, la gente che ti vuole bene, ti conosce. Ho preferito vivere a pieno ciò che avevo e che mi sentivo cucito addosso”.

La provincia, le sue storie, le sue regole e i suoi personaggi.

Chiunque abbia visto giocare Pesenti, a qualsiasi età, l’avrà capito subito.

Pesenti è figlio della provincia.

A sedici anni ho mollato la scuola, il giorno dopo ero a lavorare nell’impresa edile di mio padre. Lavoro e allenamento. Non ho mai lasciato il mio lavoro ma sono stato fortunato ad aver la possibilità di far calcio come primo mestiere. Ai ragazzi di oggi qualche volta manca la fame che avevo io, la voglia di attaccarsi all’osso”.

 Una fame che sembra non voler passare.

La scorsa stagione è stata per certi versi la più bella e la più brutta (in Prima Categoria piacentina nda). Il mio gol in rovesciata è diventato virale. Condivisioni, interviste, complimenti. Però tante cose non sono andate per il verso giusto e siamo retrocessi. Retrocedere a quarant’anni dà fastidio”.

Per questo ancora non molla. C’è da riportare la Tritium in alto. Nonostante l’età, nonostante questo calcio sia lontano da quello dove è cresciuto. C’è però ancora un posto dove il fuoco rimane acceso.

 “Lo spogliatoio è l’ultimo luogo sacro di questo sport. Niente Facebook o altro, deve rimanere chiuso a chi lo vive. Sarà l’unico rimpianto che avrò quando mi toccherà smettere: quello di non poter più vivere il gruppo e tutte le sue dinamiche”.

Per questo non stupisce la risposta quando gli si chiede qual è l’allenatore che più l’ha segnato, o il compagno che porterebbe sempre con sé.

Sono tanti i nomi, tante le storie. Tante quante quelle che il Peso ha vissuto in tutti questi anni-

Ogni allenatore mi ha dato qualcosa, anche in quelle annate storte o difficili. Vecchi sentiva il polso dello spogliatoio come nessun altro. È uno che merita di arrivare. Preparato, giovane, capace. Mangia vive di calcio, è un integralista”.

 E poi ci sono i compagni.

 “I Bortolotto, Capelli, Turani. Impossibile scegliere”.

 Si è fatto tardi. Il bar si riempe e svuota a fasi alterne. Ci salutiamo.

 “E Pesenti allenatore?”

Se sei un calciatore e vuoi allenare in mezzo c’è un siepe e la devi saltare. Io ho ancora la testa di qua”.

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