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Sport & Integrazione

“Giocare con le Tette”, storia e filosofia di un’Italia maschilista

Antonio Padellaro

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“Giocare con le Tette” (Aliberti Compagnia Editoriale) è un piccolo grande capolavoro a cura di Milena Bertolini. Condensato in poco più di 100 pagine, questo libro ci racconta come il movimento calcistico femminile abbia dovuto scontrarsi con il modus pensandi italiano. Partendo dai primi anni del XX secolo fino ai giorni nostri, viene sviscerato tra “sacro e faceto” il ruolo del gentil sesso, evidenziando come la discriminazione in campo calcistico sia una questione che va ben oltre il rettangolo verde e che ha radici vecchie quanto l’impero romano, colpendo aspetti sociali e relativi alla natura stessa della donna. Recapitato presso la Fondazione per lo Sport di Reggio Emilia da un autore/trice anonimo/a, il cui intento era quello di farlo pubblicare in occasione della finale di Champions League femminile che si svolgerà proprio nel Comune emiliano il 26 maggio prossimo, parte del ricavato verrà destinato ad attività volte a promuovere il calcio femminile. Di seguito, la prefazione a cura del Direttore Antonio Padellaro.

Anni fa, un noto criminologo a cui chiedevo lumi per cercare di spiegare ai lettori le cause profonde del cosiddetto “femminicidio”,ma anche dei sempre più frequenti casi di violenze sulle donne, mi rispose semplicemente: “Soccombono perché sono il sesso debole”. E mi spiegò che l’unica parità uomo-donna non realizzabile, se non in casi particolari, riguarda la struttura fisica. A partire dalla robustezza e dalla lunghezza delle ossa per cui la statura dei maschi sovrasta in media di 9-13 centimetri quella delle femmine, così come il peso e la massa corporea maschile è superiore in media di 11-13 chilogrammi rispetto a quella femminile. E concluse: “Le sembrerà una considerazione banale ma in certi uomini, incapaci di confrontarsi con le donne e con le loro qualità morali, intellettuali, professionali, economiche o di qualsiasi altro tipo prevale l’istinto primordiale di sopraffazione dell’essere più forte rispetto al più debole; essi pensano di ristabilire la loro supremazia picchiando e uccidendo“.

Capita che quello stesso istinto possa manifestarsi in forme fortunatamente non violente e non brutali, mascherandosi dietro espressioni volgari che manifestano comunque disprezzo e sottovalutazione. Ecco allora che l’ingiuria sulle “quattro lesbiche” che pretendono di giocare al calcio affonda le radici nella cultura primitiva da bar dello sport.

Là dove le battute sui negri che mangiano le banane, sui gay che facciano pure le loro cose ma lontano da me, sugli ebreacci avidi di denaro e sulle femmine che tornino in cucina a fare la calza, si sprecano. Esattamente il modello valoriale del Presidente del FIGC, Tavecchio e di alcuni suoi degni accoliti.

Apprendere dal bel libro della Fondazione per lo Sport del Comune di Reggio Emilia che le prime esibizioni del calcio femminile si ricorreva alle ballerine la dice lunga su una certa idea maschile dello sport al femminile: in fondo sempre di giochi di gambe si trattava.

Per carità, da quei primitivi conati, di acqua ne è passata e oggi non esiste disciplina olimpica nella quale le donne non abbiano conquistato la ribalta, spesso superando per popolarità e attenzione mediatica – dal nuoto, all’atletica, alla pallavolo – i loro colleghi maschi. Se il calcio femminile, invece, fa fatica è perché qui, più che altrove, il muro maschile e maschilista è più alto da superare per le caratteristiche di un gioco che storicamente gli uomini hanno sempre considerato cosa loro.

In un libro di qualche anno fa, Personal Velocity, la scrittrice Rebecca Miller, attraverso varie storie femminili, spiegava perché le donne devono faticare il doppio degli uomini per raggiungere gli stessi traguardi. Superando anche il dislivello fisico.

Sono più deboli, ma possono diventare più forti. Sarà così anche per il calcio femminile. E’ solo questione di tempo.

LEGGI ANCHE: Reggio Emilia 2016: la grande occasione del calcio femminile in Italia

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Calcio

Come la Fifa cerca di rifarsi la reputazione…e trattenere gli Sponsor

Emanuele Sabatino

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La Fifa, la massima federazione internazionale calcistica ha un problema di reputazione. Nel 2015 l’allora presidente Sepp Blatter fu accusato e poi condannato per curruzione dopo l’assegnazione del mondiale in corso alla Russia ed il prossimo del 2022 al Qatar. Un duro boomerang pubblico vista la povertà di questi due paesi in fatto di diritti umani.

Come parziale risarcimento delle sue azioni la FIFA ha stabilito una richiesta di un minimo in fatto di diritti umani da parte dei paesi che ospitano e ospiteranno il mondiale, inclusa la zero tolleranza in fatto di discriminazioni basati sull’orientamento sessuale.

Il primo test di questa nuova politica è partito insieme all’inizio del mondiale di Russia 2018, un paese apertamente ostile alle persone LGBT. Con l’arrivo di tantissimi visitatori e tifosi, la Coppa del Mondo dovrebbe essere una festa di sport con l’intento di celebrare l’umanità.

La FIFA aveva il bisogno di mettere in chiaro cosa aspettarsi dalla Russia circa il rispetto delle sue regole durante il torneo e che stabilire una politica di totale concessione dei diritti umani deve essere il primo necessario e vitale step.

Giugno è anche il mese del quinto anniversario della legge “propaganda” e discriminante contro i gay adottata mesi prima i giochi Olimpici di Sochi del 2014. Questa legge penalizza le persone LGBT e crea un clima di tensione nei confronti di quest’ultimi spesso sfociato in episodi di violenza tant’è che molte guide hanno suggerito ai tifosi omosessuali giunti in Russia di non tenersi per mano per non rischiare ripercussioni.

Nel 2017 la Cecenia fu teatro di una bieca e terribile purga anti-gay. Le forze dell’ordine cecene accerchiarono un gruppo di persone sospettate di essere gay e bisessuali che vennero torturate ed alcuni di loro rapiti. Scioccanti le parole del leader militare ceceno Ramzan Kadyrov: “Qui non abbiamo nessun gay. Per la purificazione del nostro sangue, dovessimo trovarne qualcuno, lo prenderemo”.

Invece di prendere una posizione forte, la FIFA ha chiuso un occhio sull’omofobia tant’è che la capitale della Cecenia, Grozny, è stata inserita come uno dei siti di allenamento per il Mondiale.

Il Qatar che ha una legge che punisce le persone gay con una condanna da uno a tre anni di prigione, sarà il nuovo paese ospitante il Mondiale nel 2022. Questa legge anti-gay contrasta ovviamente le regole FIFA che al contrario proibiscono assolutamente ogni forma di discriminazione pena la sospensione e l’espulsione.

La FIFA ha dichiarato che sarà tempestivo il suo intervento qualora venisse verificata la violazione di ogni tipo di diritto umano e la discriminazione di ogni genere anche quella sull’orientamento sessuale. Tra il dire ed il fare però c’è di mezzo il mare.

Ospitare il Mondiale significa anche concedere un po’ della propria sovranità alla FIFA che storicamente ha messo bocca su delle leggi locali come nel caso del Mondiale in Sudafrica dove furono create dozzine di corti istantanee per perseguire i reati commessi durante il torneo o come in Brasile dove venne cambiata la legge che impediva di vendere la birra dentro lo stadio. Questo tipo di pressioni dovrebbero essere usate per cambiare cose molto più importanti come i diritti umani.

La FIFA ha dichiarato pubblicamente, prima dell’inizio del Mondiale, che si sarebbe aspettata dalla Russia un’atmosfera di benvenuto per i tifosi LGBT sottolineando che, in caso di violenze su questi ultimi, il paese sarebbe stato l’unico responsabile. L’intenzione è quella di mandare anche un fortissimo segnale al Qatar prossimo paese organizzatore nel caso non dovesse riformare le sue regole anti-gay. D’altronde quattro anni per farlo sono tempo a sufficienza.

Se la massima federazione calcistica non dovesse riuscire a forzare la sua linea rischierebbe anche di perdere tantissimi sponsor come Coca Cola, Adidas, McDonald’s, Visa ecc. tutte multinazionali che hanno nel loro statuto l’assoluto divieto di ogni tipo di discriminazione e che devono salvaguardare la loro reputazione e che quindi non possono legarsi ad eventi in paesi con idee contrarie. Ad esempio McDonald’s ha già annunciato che per paura dell’immobilismo della FIFA su questo tema nei prossimi Mondiali in Qatar non prenderà parte come sponsor dell’evento.

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Calcio

Quanto è difficile essere LGBT a Russia 2018

Emanuele Sabatino

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Nonostante l’opera di prevenzione della polizia inglese e di quella Russa nell’impedire ai tifosi più esagitati di entrambe le tifoserie di prendere parte al Mondiale di Russia 2018, rimane alto il rischio per il contatto tra le due tifoserie rivali e soprattutto per l’incolumità dei tifosi inglesi appartenenti alla comunità LGBT

Gli hooligans russi, infatti, stanno mandando continue minacce di morte ai tifosi inglesi gay e transgender presenti sul territorio russo. La minacce più diffuse vertono sull’accoltellare i gay e cacciarli dal loro paese.

Alcune minacce sono ritenute così pericolose che l’associazione “Pride in Football” legata ai gruppi LGBT ha dovuto denunciarle alla polizia.

Joe White, leader di questa associazione ha dichiarato: “Ci hanno fatto arrivare il messaggio che qualora dovessero trovarci ci accolteranno a morte”. L’indagine è tutt’ora aperta.

Non è un mistero che la Russia, dal punto di vista dell’orientamento sessuale ma non solo, sia uno dei paesi più intolleranti ed infatti nel 2017 si è posizionata al 48° posto su 49 paesi europei a proposito dei diritti della comunità LGBT. Proprio per questo sui giornali inglesi è stata pubblicata una guida indirizzata ai tifosi inglesi omosessuali sul come comportarsi in Russia onde evitare spiacevoli sorprese ed episodi di violenza.

Questa guida suggerisce di evitare di tenersi la mano o di baciarsi in pubblico, oltre al fatto di non portare e sventolare bandiere arcobaleno. Contrario a questa guida è però Joe White poiché a suo dire questa suggerisce il nascondersi ed invece la comunità LGBT non nasconderà affatto la propria natura.

I rapporti tra i due paesi sono al minimo storico sia a livello di tifoserie dopo che nel 2016, in occasione degli Europei, ci fu quella che venne definita “la battaglia di Marsiglia” con tantissimi feriti da ambo i lati e sia dal punto di vista diplomatico con il caso dell’avvelenamento dell’ufficiale russo Sergei Skripal e di sua figlia Yulia a Salisbury.

La speranza generalizzata è che essendo il Mondiale osservato e sotto gli occhi di tutti sia in un’occasione per promuovere i diritti delle comunità LGBT anche in un paese restio come la Russia ed in scondo luogo un repellente per gli hooligans dal creare episodi di caos e violenza.

Anche se quello che è accaduto prima dell’inizio di Russia 2018 non fa certo ben sperare.

Uno spazio per i tifosi gay e per quelli appartenenti alle minoranze etniche sito a San Pietroburgo durante il Mondiale è stato, infatti, costretto ad essere rilocato all’ultimo minuto.

Il proprietario del palazzo che avrebbe ospitato questo “spazio sicuro” avrebbe comunicato agli organizzatori il suo ritiro da questo evento a pochi giorni dall’inizio del torneo.

Piara Powar, direttore del FARE, network internazionale anti-discriminazione che stava supervisionando il progetto, ha dichiarato in un comunicato che il trasloco forzato è un qualcosa di familiare, un metodo con il quale le autorità cittadine fanno spesso chiudere le attività che non sono conformi alla loro politica, un attacco politico che dimostra ancora una volta la forza del potere conservativo in Russia.

Nonostante questo, anche se in ritardo, l’organizzazione è riuscita a trovare un’altra location sempre all’interno della città ed aprire le porte alla comunità di tifosi LGBT e delle minoranze etniche. Al momento ancora nessuna protesta, minaccia o attacco politico sono giunti né agli organizzatori né alla nuova sede.

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Calcio

Senza di me che gioco è?

Enrico Fabbro

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Quando ti invitano alla consegna di un Premio ci vai spesso se in quel momento della giornata non hai particolari impegni e se la persona che ti ha invitato è una persona che ritieni “speciale” alla quale non puoi dire no. Io al “Premio Sport e Legalità 2018” , che quest’anno è stato consegnato alla Feralpisalò (club che partecipa al campionato di serie C) e al suo presidente Giuseppe Pasini ci sono andato inizialmente per entrambi i motivi.

Ascoltando le motivazioni sembravano le solite belle favole che possono nascere solo nell’Italia ricca, dove qualche  industrialotto locale, per sentirsi importante e considerato dai concittadini si mette a fare il Presidente della squadra di calcio promettendo a tutti grandi risultati e almeno la Champions League, però più passavano i minuti, più mi impregnavo del livello di emozione che si respirava nell’Aula della Giunta del Coni dove si consegnava il Premio.

Tutto quello che immaginavo all’inizio, con infinita gioia, è stato smentito.

Non mi metto a dire del fenomeno sportivo Feralpisalò, di quello parlano gli specialisti della Serie C, un bacino d’utenza di 100.000 persone, una squadra che esce ai play off con il Catania, a Catania, oltre 500 tesserati e uno scudetto vinto qualche giorno fa dalla Berretti. 

No, questi sono numeri da specialisti che indicano dei risultati sportivi che con la programmazione scientifica, con appropriati mezzi tutti posso raggiungere.

Io sono rimasto “emotivamente colpito” dal progetto “senza di me che gioco è?“.

Si chiama Senza di me che gioco è? il progetto della Feralpisalò dedicato a bambini e ragazzi con disabilità.

La nuova scuola calcio è una delle più importanti iniziative pensate per la scorsa stagione 2016-17 e la Feralpisalò è stata la prima società professionistica ad adottare questo modello all’interno del proprio settore giovanile.
Dall’attenzione da sempre riservata ai giovani è nato il desiderio di utilizzare le proprie risorse per dare la possibilità a tutti di partecipare all’attività calcistica. Un’idea sentita e fortemente condivisa, alla quale ci si è approcciati con slancio ma con la cognizione del fatto che fosse necessaria una competenza specifica per dare delle basi solide ad una iniziativa che non voleva essere fine a sé stessa ma che potesse crescere e strutturarsi nel tempo.

L’IDEA – La Convenzione ONU definisce la disabilità come la risultante complessa della relazione tra la persona, nella sua condizione personale, e gli ambienti di vita. Partendo da tale assioma è chiaro che la variabile su cui è necessario lavorare per diminuire il livello di disabilità è l’ambiente. Dal desiderio della società e da questa riflessione è nato il desiderio di creare un’iniziativa concreta ed efficace che veda come protagonisti i bambini e il loro contesto di vita.

IL PROGETTO – è stato sviluppato un progetto articolato che prevede lo sviluppo di due aree di attività: l’inclusione sociale, attraverso la pianificazione e l’organizzazione di incontri formativi per insegnanti, operatori di gruppi sportivi e genitori, e il benessere emozionale, attivando uno spazio ludico con personale adeguatamente formato che permetta ai ragazzi di svolgere attività sportiva.

A CHI SI RIVOLGE – “Senza di me che gioco è?” è un progetto che è rivolto a bambini e ragazzi diversamente abili. Essi sono seguiti da educatori e tecnici sportivi. L’attività sportiva si svolge con allenamenti settimanali il mercoledì con divisione per fasce di età (8-13 e 14+).

QUARTA CATEGORIA – La Feralpisalò ha composto una squadra di Over 14 nel corso della stagione 2016-17, partecipando al campionato di Quarta Categoria #iovogliogiocareacalcio…in Lega Pro. Questo è stato il primo torneo ufficiale al quale hanno partecipato i Leoni del Garda. Un primo grande traguardo che ha permesso ad essi di vivere a pieno la realtà sportiva, caratterizzata non solo da singole sessioni di allenamento ma anche da quel pizzico di sano e divertente agonismo dato dal confronto con altri amici sul campo.

Durante la premiazione è stato presentato un video che è stato “partecipato” molto intensamente a livello emotivo. Per un attimo tutti i partecipanti (c’era gente navigata nel calcio come Gravina, Abete, Ghirelli) sono rimasti magnetizzati dalle immagini che vedevano ragazzi dai 14 ai 33 anni “giocare” felici una partita vera. Ho visto la gioia di fare un gol, la gioia di fare una parata, la meraviglia nell’essere riuscito a fare un passaggio a un amico con la maglia dello stesso colore “personalizzata”. Uno stadio attento che seguiva e che applaudiva, una forte sensazione che il nostro “pallone” basta che rotoli nel mondo sa regalare. Tutto questo in un silenzio “emozionato”.

Lo so è stato solo una piccola parte di una delle tante giornate calde di giugno senza la nostra Italia al mondiale.

Ma se la nostra Italia tornasse ad essere più tollerante verso chi vive tutti giorni enormi difficoltà, se si aprisse di più a questo mondo ormai solo pieno di cose e ambizioni sfrenate, torneremmo sicuramente a vincere il Mondiale della solidarietà e del rispetto verso tutti. Questo è un campionato che non boccia nessuno e che promuove tutti.

Grazie Presidente Pasini per quello che fa con il cuore per questa parte del nostro Paese troppo spesso abbandonata a se stessa. Sono felice che in Italia esistano ancora delle persone che nella professione hanno raggiunto importanti gratificazioni morali e materiali e che sanno mettere contemporaneamente a disposizione le loro energie e passioni per rendere la vita della comunità migliore. Bisogna sperare, e lei ci ha regalato un po’ di speranza, che ciascuno di noi riconosca nel vicino un amico e che la cooperazione e solidarietà restituiscano al nostro Paese la giusta serenità e normalità, che in questo momento purtroppo manca.

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